RASSEGNA STAMPA

7 AGOSTO 1999
AUGUSTO BARBERA
Tra la comunità e la legge, il diritto a essere infelici
Un nuovo libro sull'antico dilemma: il bene di ognuno porta al bene di tutti?
Il caso delle donne che scelgono l'infibulazione. Quale norma deve valere
Gianfrancesco Zanetti "Amicizia, felicità, diritto", Carocd Editore 1999, Lire 25.000
Alla fine degli anni 60, quando Herbert Marcuse ispirava la rivolta giovanile, la filosofia, la politica e il diritto - lo ha ricordato con un bell'articolo Giancarlo Bosetti su questo giornale il 25 luglio scorso - si occupavano di "felicità", della dialettica fra "eros" e "logos", di desiderio e ragione, dell'uomo che cercava di oltrepassare la dimensione dell'essere verso il "poter essere". Tali temi di riflessione eudemonologica non sono più al centro del dibattito politico ma continuano ad essere alla base di vivaci e agguerrite scuole nei paesi di tradizione anglosassone, negli Usa soprattutto, quella "communitarian", quella "neogiusnaturalistica", quelle legate ai movimenti femministi, quelle genericamente definite "perfezioniste".
La ricca e rigorosa riflessione contenuta nel volume di Gianfrancesco Zanetti ("Amicizia, felicità, diritto", Carocd Editore 1999, Lire 25.000), sebbene critica nei confronti di tali tendenze, si misura con i temi da esse sollevati, respingendo la volgare e sbrigativa versione individualistica secondo cui "ciascuno deve occuparsi della propria felicità". Zanetti critica le posizioni eudemonologiche affrontandole sul lato delle relazioni che esse inevitabilmente sono costrette ad operare fra l'intero (l comunità politica) e l parte (l'individuo). Il taglio è decisamente "liberal", ma è attento alla ricorrente problematizzazione delle relazioni fra diritto amicizia, carità, morale che hanno contrassegnato la filosofia classica.
Per l'etica "antica" - Aristotele è il punto di riferimento - la comunità rende possibile la felicità per il singolo ma contemporaneamente la felicità del singolo è il presupposto per la prosperità della città. Ancora nella Dichiarazione di indipendenza americana il "diritto al perseguimento della felicità" appare il fondamento di un costituzionalismo garantista ma volto a ricercare un rapporto armonico fra il singolo e la comunità.
Ma con Immanuel Kant si spezza tale armonia. Come dirà il filosofo di Koenisberg, "nessuno può costringermi ad essere felice a suo modo ma ad ognuno è lecito ricercare la propria felicità per la via che a lui sembra buona purché alla libertà degli altri di tendere ad analogo scopo ... egli non rechi pregiudizio alcuno". Il diritto, da Kant in poi, deve occuparsi di felicità ma in negativo - sottolinea Zanetti - "non interferendo e non ammettendo interferenze". Detto in sintesi: In Kant la felicità non è per la ragione il bene perfetto se non quando sia congiunta con il meritare di essere felice, vale a dire con la buona condotta morale.
La parte dunque non si esaurisce nel tutto, "conserva una dignità opponibile a quella del tutto".
Da qui prende le mosse Zanetti per delineare i tratti di quello che definisce "il diritto all'infelicità" (Il cui contenuto peraltro - sottolinea lo stesso autore - è tutto implicito nel diritti, "negativi", di libertà individuali). E' il diritto rivendicato da chi non vuole essere costretto alla felicità ma anche - aggiungo - di chi rifiuta le cure e non vuole essere costretto alla salute (che della felicità è un aspetto fondamentale); il diritto di chi ritiene che i diritti civili debbano avere una posizione prioritaria rispetto ai "collective goals" (benessere collettivo, crescita del prodotto interno lordo, sicurezza nazionale, ecc.); il diritto di chi, portatore di valori e culture diverse, rifiuta la assimilazione.
Tale diritto tuttavia perde quel nesso stretto con la legge morale che è presente nella filosofia kantiana. Al "moralismo giuridico" Zanetti contrappone il "liberalismo giuridico" per il quale va tutelata sia la comoda integrazione che "la scomoda possibilità di una non integrazione". Le opzioni sono entrambe coerenti, non possono essere "confutate" ma solo rispettate.
Quattro le posizioni analizzate nel volume: quella "olistica",propria della polis di Platone ma perdurante nei vari fondamentalismi contemporanei, dell'individuo felice nella identificazione con il tutto; quella aristotelica del progressivo idem sentire fra individuo e comunità, che può tuttavia sollecitare comportamenti conformistici o di tirannia della maggioranza; quella hobbesiana, e contrattualistica, che affermando la precedenza logica dell'individuo rispetto alla comunità circoscrive ai rapporti esterni la coazione sugli individui, salvando la libertà interiore (proprio perché - sottolineerà Carl Schmitt - "autoritas non veritas facit legem"); quella utilitaristica (da Bentham ad Arrow) che fonda il bene della società a partire dalle decisioni dei singoli individui.
In breve, ritorna il problema non risolto: è l'individuo un'astrazione (come nella antropologia marxiana pur sempre ancorata alla filosofia classica, da Aristotele ad Hegel) ovvero è la società stessa un'astrazione, altro non essendo che il modo per indicare il numero complessivo delle persone che la compongono ("Ordo sunt fratres"?).
Il "totum est prius parte" (il tutto viene prima della parte) ha prodotto nei secoli - è noto - esiti totalitari; la dissoluzione dei legami comunitari produce nei tempi presenti alienazione, anomia e perdita di senso. Come orientarsi e riempire il vuoto?
Zanetti ricorre alla "philia", come categoria ordinante, al pari della giustizia, ripercorsa con mano sicura, nei suoi tratti caratterizzanti, dai filosofi greci fino alle elaborazioni della scuola "communitarian" (non senza dimenticare, in pagine belle e colte, le opere letterarie, Sofocle in primo luogo). L'intero della "polis" è così formato da comunità minori, frutto della funzione ordinante della amicizia, a sua volta legate insieme dalla "politica", che altro non è se non una particolare forma di amicizia, la "concordia" della tradizione classica. Su questo sfondo le ragioni di Creonte (la coesione dello stato - la "homonoia", l'amicizia politica - realizzata attraverso la legge uguale per tutti) possono convivere con la "philia" familiare di Antigone. Entrambe da rispettare secondo il messaggio di Sofocle. Ma a differenza di Rawls, anch'esso teso a coniugare giustizia e amicizie, Zanetti teorizza "i passi indietro" della comunità politica, delle sue leggi in particolare, necessari perché sia rispettata la coesistenza delle varie comunità (i blacks, gli zingari, gli omosessuali, le comunità di immigrati, ecc.). Una "tolleranza che si nutre dell'indifferenza"?
La domanda è lo stesso Zanetti a porsela, ma supera il dubbio poiché "il valore dell'autonomia è un valore rischioso" che non può essere subordinato né a una semplificazione pacificante, che potrebbe essere distruttiva, né a equivoci compromessi che rappresenterebbero "una ingenuità e una mancanza di rispetto per la serietà delle alternative in questione".
E' nei concreti confini fra gruppi etnici diversi che si evidenziano i nodi e traspare qualche comprensibile esitazione dell'autore: va favorito il diritto della ragazza immigrata a gestire il proprio corpo e tutelare la propria integrità fisica, rifiutando la pratica della escissione o dell'infibulazione, così differenziandosi dal gruppo di provenienza, ovvero va favorito il diritto della stessa a sentirsi in felice armonia con il proprio gruppo di provenienza rifiutando i modelli emancipativi della società in cui è immigrata? Privilegiare la gioia della integrità fisica o la gioia della armonia con il proprio gruppo?
Per Zanetti l'opzione dovrebbe essere rimessa alla decisione individuale in conformità a una concezione della parte con il tutto che "liberi" la persona da opprimenti legami comunitari (p. 65) ma alla fine (p. 159) concede spazio alle leggi occidentali (con soluzioni sia pure diverse, secondo il modello francese o inglese) che proibiscono tale pratica (purché - aggiunge - siano "rispettati" i motivi addotti da chi ricorre a tali pratiche).
Ma questo è il punto: nella decisione che la ragazza (o la madre per lei) adotterà è la scelta individuale che prevale oppure finisce per operare quel legame comunitario che di più riesce a influire sulla decisione individuale? Opererà il legame della comunità di provenienza ovvero quello della comunità di accoglienza; il perdurante fascino dei riti tribali ovvero l'attrazione dei valori occidentali? Saranno più forti la "philia" del gruppo d'origine o le "nuove philie" in corso di acquisizione nei luoghi di socializzazione del paese ospitante?
Il dubbio che rimane al lettore di questo rigoroso e appassionante volume é che i valori comunitari, in realtà, operano sulle singole sensibilità e autonomie individuali, più di quanto i fautori del liberalismo giuridico non ritengono di dovere concedere al "perfezionismo" dei "communitarians".
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vedi anche
Filosofia morale