RASSEGNA STAMPA

6 AGOSTO 1999
UMBERTO GALIMBERTI
La licenza di sognare
Il sogno. La domanda potrebbe essere questa: d'estate si sogna diversamente? Penso di sì, perché "Succubo" e "Incubo", come i medioevali chiamavano il demone della sessualità e il demone dell'angoscia, irrompono nei sogni estivi attraverso i varchi lasciati aperti da una razionalità meno vigile e sorvegliata, e inscenano quel teatro notturno dove noi non siamo più gli autori, ma solo gli spettatori presi un po' alla sprovvista della messa in scena della nostra matrice istintuale.
Sono infatti propri dell'istinto, il desiderio e il terrore, l'uno e l'altro non addomesticati dalle buone maniere, memoria improvvisa di quell'antica parentela animale da cui solitamente ci difendiamo rifugiandoci nei nascondigli del pudore.
Ma il pudore non ci difende dal sogno, perché il sogno ci mette in secondo piano e, quando siamo bene eclissati dalla sua intensità, dispiega la nostra anima-animale sullo schermo notturno della scena onirica. Per esso, il minimo che possiamo fare è dedicargli quel primordiale rispetto che aveva l'uomo della caverna quando disegnava nell'oscurità, faccia alla parete. DISEGNAVA quei segni, quelle immagini, quelle figure che noi oggi consideriamo origine della civiltà, marcatura della differenza tra l'animale e l' uomo.
Con un processo inverso possiamo, nel sogno, dar vita a tutte le figure sotterranee della nostra anima, quasi un olimpo rovesciato che ha più familiarità con i demoni che con gli dèi. L' inconscio infatti, che il sogno dispiega, non è solo, come voleva Freud, il luogo del rimosso, ciò che l'Io ha dovuto allontanare da sé per costituirsi, l'inconscio è una regione neppure tanto misteriosa dove si proietta il lato notturno delle costruzioni diurne della ragione.
D'estate, quando il sole è a picco, è più facile, come diceva Nietzsche, coincidere con la propria ombra ed entrare in quel regime simbolico, proprio dell'inconscio, dove gli opposti più non si escludono, ma si richiamano, sospendendo quel regime disgiuntivo della ragione per cui i confini tra vero e falso, bene e male, giusto e ingiusto si sfumano.
Piccolo disancoramento dai nostri principi, innavvertito deragliare dalle linee-guida in cui costringiamo la nostra vita, leggera confusione dei codici, maggior tolleranza e ospitalità per le parti segrete della nostra anima solitamente tenute accuratamente nascoste, respiro dell' ombra che, come il sottosuolo, custodisce umide le radici da cui trae alimento anche quella vita disseccata che è poi la vita che conduciamo in risposta alle attese degli altri.
Questo regime ombratile e notturno che spezza la rigida e invernale scansione del giorno e della notte, oltre ad offrirci una miglior coscienza di noi e dei motivi segreti che si agitano nelle cantine dell'anima, dà una diversa fisionomia ai nostri sogni che, rispetto a quelli invernali, sono meno legati alla legge del giorno e più ostaggi della passione per la notte.
In questo regime notturno che l'estate favorisce il sogno si fa più corporeo, non perché scatena di più le nostre prevedibili e miserabili voglie, ma perché si fa più attento agli impulsi respiratori, cardiaci, sessuali del corpo che rimediano dal mondo le immagini che consentono loro di esprimersi nel sogno. Ciò è possibile perché nel sonno non si interrompe quel rapporto originario che esiste nella veglia tra il corpo e il mondo. L'unica differenza è che di giorno offro il mio corpo al mondo per farmi indicare dalle sue cose le mie potenzialità operative, di notte offro il mondo al mio corpo per volgermi alle fonti soggettive della mia corporeità, prestando loro le immagini che ho ricavato dal mondo.
Di giorno il corpo si usa per il mondo, di notte usa il mondo per sé. Vita diurna e vita notturna, un dialogo ininterrotto tra corpo e mondo che il torpore estivo della coscienza può farci recuperare.
Ritmo dell'esistenza che per molti mesi all'anno trascuriamo perché lo sostituiamo con il ritmo del lavoro che opera tra noi e il nostro corpo quella insana scissione dove trova alloggio la nostra anima che si fa vigile custode di tutti i doveri che la nostra complessa società impone per la qualità del suo benessere, e che noi siamo soliti chiamare: "realtà".
Ma d'estate, quando la "realtà" si allenta, sbiadisce e incomincia a interrogarsi sul suo valore, sul suo spessore, sulla sua densità, portando in questa oscillazione il nostro famosissimo Io che tocca la sua fragilità, dopo che ha lasciato gli ormeggi che lo tenevano legato al lavoro, alla famiglia, ai doveri sociali, allora ciò di cui si comincia a dubitare non è tanto, come d'inverno solitamente ci capita, della irrealtà del sogno, quanto piuttosto della realtà della veglia. Chi dei due è più dispotico? La legge del giorno che con la sua ferrea logica costituisce e tiene in piedi il nostro Io, o la passione per la notte che, con il gioco assurdo messo in scena dai sogni, lo decostruisce, gettando l'ombra pesante del dubbio su ogni nostro gesto diurno? D'estate, quando il nostro Io è meno solido che d'inverno, dove le nostre abituali occupazioni lo sostengono o addirittura lo creano, il sogno può fare la sua irruzione sconvolgente non perché ci svela un significato rimasto nascosto, un messaggio, una conferma, una speranza, una rivelazione, una profezia, come da Omero a Freud l'occidentale non ha mai smesso di pensare, ma perché irrompe nel regno diurno dell'Io, creando quel disordine caotico che ne relativizza l'ordine.
D'estate, infatti, quando abbiamo la possibilità di allentare quella mentalità utilitaristica che inflessibile regola i nostri pensieri e le nostre azioni per tutto il corso dell'anno, potremmo incominciare ad apprezzare del sogno non tanto il suo valore simbolico, come vuole la lettura psicoanalitica, o la sua capacità premonitrice o profetica com'è nella brama del nostro desiderio sempre interessato; potremmo rifiutare l'accesso al mondo meraviglioso che il sogno dispiega, o al nostro segreto nascosto che il sogno custodisce; potremmo trattare con derisione le virtù poetiche e ispiratrici del sogno, così come le sue capacità consolatorie, e incominciare ad apprezzare, prima di tutte queste cose, le uniche due assolutamente incontrovertibili: il dispotismo del sogno che relativizza l'egemonia del nostro Io, e il caos del sogno che relativizza la razionalità dell'Io e l'ossequio che quotidianamente conferiamo all'ordine della ragione.
Prigioniero del suo sogno, l' Io, abituato a governare il proprio mondo, si scopre asservito a un padrone dispotico che procede per le sue strade indecifrabili in modo automatico, indipendente, duro, inflessibile, assoggettando l'Io diurno al suo volere e al suo capriccio. E tutto ciò senza remissione, perché se è vero che possiamo chiudere gli occhi e incominciare a sognare, non è altrettanto vero che possiamo aprirli a nostro piacere quando siamo imprigionati nella gabbia del sogno, travolti dal suo caos che è il contrappunto della ragione diurna, il suo collasso.
Perché proibirci questa esperienza istruttiva, che non è quella utilitaristica dell'interpretazione del sogno, della sua messa a frutto, ma quella per noi più indecorosa in cui in prima persona constatiamo di non essere padroni in casa nostra, perché non noi, ma il sogno che neppure abbiamo scelto ha deciso, senza scampo per noi, impudicizia, aggressività, indecenza, squilibrio, delirio e follia.
Chiamo questa esperienza "sogno d'estate", perché l'estate è il tempo in cui l'Io ha la possibilità di congedarsi dalle sue collaudate (e razionali) abitudini. Ma di vero congedo si può parlare quando l'Io scioglie anche gli ormeggi che lo tenevano legato a sé, per concedersi a quello straniero che lo abita, la cui funzione è quella di ricordarci l'ordine che quotidianamente assegniamo ai nostri pensieri e alle nostre azioni non è la realtà rispetto all'irrealtà del sogno, ma un tentativo, portato forsennatamente all'estremo e mai pienamente riuscito, di difenderci dal caos, nostra vera dimora, di cui il sogno è la sentinella notturna.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo