RASSEGNA STAMPA

1 AGOSTO 1999
DARIO ANTISERI
È attratta dalle Lettere solo perché le Scienze la snobbano
"È importante che la filosofia non venga per legge o per disposizioni superiori, obbligatoriamente connessa ad una forma del sapere ovvero a una sola disciplina o a uno specifico gruppo di discipline. È importante che la filosofia resti quella che è sempre stata: un'analisi critica di tutti i tipi di discorsi e del sapere nella crescente e affascinante varietà delle sue forme". Questo ha scritto Paolo Rossi su "Il Sole-24 Ore" di domenica 18 luglio in un articolo dal significativo titolo "Giù le mani dalla Filosofia", in cui l'autore ricorda, tra l'altro, l'intenso impegno di Mario Dal Pra nel proporre per l'Università un curriculum di studi che offra ai giovani aspiranti filosofi una molteplicità di scelte.
Credo pienamente giustificata la preoccupazione di Paolo Rossi: rinserrare la filosofia in un qualche gruppo disciplinare equivarrebbe a svisarne natura e funzioni, proprio in un momento in cui più che mai della filosofia si avverte l'urgente necessità.
Problemi filosofici cercano la loro soluzione in teorie filosofiche. Le varie teodicee o le diverse forme di ateismo; immagini dell'uomo, antropologie filosofiche; filosofie della storia; teorie dello Stato e concezioni del diritto; dottrine morali; cosmologie; gnoseologie; teorie della conoscenza scientifica - ebbene, teorie filosofiche del genere non sono nate e non nascono per caso; hanno, in linea generale, radici extrafilosofiche "nella matematica, per esempio, o nella cosmologia, nella politica, nella religione o nella vita sociale". Questo afferma Karl Popper, il quale più di una volta ha insistito sull'idea che "i problemi filosofici genuini sono sempre radicati in urgenti problemi esterni alla filosofia e scompaiono se tali radici deperiscono".
I problemi dello spazio e del tempo, dell'origine dell'universo, del determinismo o dell'indeterminismo, del realismo, sono solo alcune delle questioni filosofiche di maggior rilievo che lo studioso di fisica prima o poi incontrerà. Così come il ricercatore in ambito biologico non potrà non imbattersi con il problema dell'origine della vita e con tutti gli interrogativi filosofici ed epistemologici connessi alla teoria evolutiva. Ed è dall'ambito della ricerca e della pratica bio-medica che ognor più, oggi, emergono problematiche in cui le possibilità offerte dalla scienza esigono la riflessione del moralista e del religioso, del filosofo, del giurista e del legislatore. E sempre per i medici c'è poi la continua pressione delle medicine alternative a porre con forza il problema del metodo: siffatte "pratiche alternative" sono scienza o stregoneria? Ma quand'è che una teoria o un atto medico sono scientifici? Non sbagliava di certo Augusto Murri a sentenziare che "gli ingegni più acuti han sempre riconosciuto che la discussione sul metodo è la più essenziale e la più profonda". Solo che questo ammonimento non pare abbia prodotto i suoi effetti, almeno in Italia, dove moltissimi medici - e non solo il più vasto pubblico - sono stati colti di sorpresa dal caso Di Bella.
Spostandoci sul confine tra medicina e psicologia troviamo che sono ormai milioni e milioni le persone che, bisognose d'aiuto, si sono sdraiate sul lettino dello psicanalista. Ma la psicoanalisi è davvero scienza? Ne
La mia vita e la psicoanalisi, Sigmund Freud, persuaso che la psicoanalisi fosse una scienza al pari della fisiologia o della fisica, scriveva: "Ho sempre considerato una grande ingiustizia il fatto che non si sia voluto considerare la psicoanalisi come qualunque altra scienza naturale". Ma fu proprio nella Vienna di Freud che venne contestata la scientificità della psicoanalisi. Per Popper le teorie psicoanalitiche non sono più scientifiche delle favole omeriche dell'Olimpo; tali teorie non sono scientifiche perché fattualmente inconfutabili. Freud divenne bersaglio pure del grande polemista viennese Karl Kraus per il quale "la psicoanalisi è quella malattia di cui ritiene di essere la terapia". Nella sua monumentale opera Kulturgeschichte der Neuzeit, E. Friedell, un altro viennese, avvertiva sin da allora che "è impossibile convincere gli psicoanalisti della falsità di una diagnosi"; a suo parere, "proprio come la balena, sebbene sia un mammifero, si atteggia a pesce, così la psicoanalisi, che di fatto è una religione, si atteggia a scienza". Da parte sua, L. Wittgenstein, era dell'avviso che "la psicoanalisi è una mitologia che ha molto potere". E qualora, poniamo attenzione alle questioni non solo epistemologiche, ma anche professionali, giuridiche e didattiche che scaturiscono dalla Evidence Based Medicine, risulta allora evidente che una Facoltà di medicina ha sempre più urgente necessità di filosofia e metodologia.
Problemi filosofici classici sono quelli legati alla vita religiosa: esiste Dio? Ovvero il tutto della realtà si risolve nella realtà empirica, studiata e indagabile dalla scienza? E qual è il "vero" Dio? Ci sono problemi e teorie di antropologia filosofica: l'uomo è solo corpo o anima e corpo? L'uomo è libero o determinato? Il destino dell'uomo si apre e si chiude per ognuno di noi in questo nostro mondo ovvero si daranno un "altro luogo" e un "tempo altro"? Problemi classici della filosofia sono quelli gnoseologici, quelli riguardanti la fondazione razionale o meno dei valori morali, quelli concernenti la presunta validità o meno di ineluttabili leggi dell'intera storia umana. Inevitabili problemi filosofici emergono dalla vita associata degli uomini e hanno trovato e trovano risposta nelle differenti teorie politiche dello Stato. Tanto per esemplificare: quali le ragioni logiche, epistemologiche ed economiche - se mai esistono - della Società Aperta? A che cosa è aperta la Società Aperta; e da che cosa è aperta? E se le scienze sociali, almeno nel nostro Paese, hanno sofferto di una lunga stagione "collettivistica", lontane dalla portata empirica di una scaltrita metodologia individualistica, più attenti si sono dimostrati alcuni fisici e biologi non solo a questioni specifiche di filosofia della fisica o della biologia, ma anche a problemi di ordine più generale come quello fondamentale della demarcazione tra scienza e non scienza, quello dei rapporti tra idee metafisiche e idee scientifiche, o quelli della natura del "fatto" o del "progresso" nella scienza. Tutto questo per illustrare l'idea che la filosofia è stata, è, e dovrebbe restare, "un'analisi critica di tutti i tipi di discorsi e del sapere nella crescente e affascinante varietà delle sue forme". La discussione filosofica non può venir legata a una disciplina o a un gruppo di discipline. Non ha senso imporre l'obbligo a chi vuol diventare filosofo di legarsi, per esempio, alla letteratura o alla storia. Quindi, nello specifico corso di studi filosofici, dovrebbe essere lasciata e ampliata la gamma delle materie non filosofiche, disponibili alla scelta dello studente: materie dall'ambito fisico-matematico, come anche da quello economico, giuridico, politologico, teologico, ecc. E ciò, mentre negli specifici corsi di studi di fisica, economia, politologia, linguistica dovrebbero venir trattate le questioni metodologiche e filosofiche che scaturiscono dall'evoluzione stessa dei diversi ambiti di ricerca - trattate da studiosi afferenti a Dipartimenti di filosofia in grado, in ogni Università, di venir incontro alle richieste di filosofia dei diversi corsi di studio.
Né è da pensare che la filosofia debba venir diluita in questi diversi corsi di studio fino a scomparire come specifico e autonomo corso di studio (o Facoltà). La realtà è che tutti gli uomini e tutte le donne sono filosofi: hanno teorie su Dio o sulla non esistenza di Dio, sulla giustizia, sulla forma di Stato, sul destino umano, sul senso o meno della storia, ecc. Tuttavia, la maggior parte di queste idee sono teorie che vengono assunte per scontate, abbracciate in modo acritico, assorbite inconsapevolmente dall'ambiente in cui si è nati e cresciuti. E proprio "perché poche di queste teorie sono professate consapevolmente, esse sono pregiudizi nel senso che sono professate senza un esame critico, anche se possono ricoprire grande importanza per le azioni pratiche delle persone e per tutta la loro vita. Costituisce una giustificazione dell'esistenza della filosofia professionale il fatto che c'è bisogno di uomini che esaminino criticamente queste teorie diffuse e influenti" (Popper).
Questa è la prima ragione a favore dell'esistenza della filosofia professionale, ragione che si riconnette anche al fatto che non di rado una teoria filosofica avanzata quale risposta a un problema di uno specifico settore assuma una portata universale, così è per una teoria teologica, per una teoria fisica come il determinismo, per teorie politiche come quella totalitaria o quella dello stato di diritto, per una teoria economica come la pianificazione centralizzata e così via.
Non tutti saranno fisici, linguisti o chimici, non tutti saranno filosofi professionisti. Ma se una società ha bisogno di fisici, e giuristi, geologi ed economisti, essa non può fare a meno di filosofi, di intellettuali pronti a criticare tutto e tutti, e a proporre alla più ampia società idee discusse e vagliate sulla morale, lo Stato, la democrazia, la giustizia, la fede religiosa, ecc. Le idee non discusse verranno imposte. Per questo è urgente tener ferma, e magari rinvigorire, la tradizione della discussione critica, - quella discussione critica che - come, tra altri, hanno mostrato G.S. Kirk, K. Polanyi e M. Pohlenz - sorse quale conseguenza dei viaggi per mare e del commercio nelle città portuali della Ionia nel VI sec. a.C.
Le merci sono i templi di valori differenti e di diversi dèi: qual è il vero dio, quello dei greci, o quello degli egiziani o quello di altri popoli ancora? I mercanti cercavano il guadagno e crearono le condizioni perché venisse al mondo la tradizione della discussione critica, vale a dire la filosofia occidentale, un tratto caratteristico di realtà-Europa. L'Europa, infatti, non si caratterizza in base a una fede "unica" da contrapporre con orgoglio ad altre culture monolitiche e dogmatiche. "Dovremmo essere orgogliosi - scrive Popper - di non possedere un'unica idea, bensì molte idee, buone e cattive; di non avere una sola fede, un'unica religione, quanto piuttosto parecchie fedi, buone e cattive. È un segno della superiore energia dell'Occidente il fatto che ce lo possiamo permettere. L'unità dell'Occidente su un'unica idea, su un'unica fede, su un'unica religione, sarebbe la fine dell'Occidente, la nostra capitolazione, il nostro assoggettamento incondizionato all'idea totalitaria".
L'Europa è la sua storia. E questa sua storia è in gran parte storia delle idee filosofiche dell'Occidente: non una storia di un'unica idea che permette una sola tradizione, ma una storia di una tradizione che permette le idee più diverse. Non è la storia di una prigione mentale; è piuttosto la storia - talvolta dolorosa, talvolta impazzita - della provincia del mondo che ha conosciuto la fioritura più varia e ricca di idee (buone e cattive) spesso in contrasto tra loro.
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vedi anche
Filosofia e scuola