| I due problemi di chi studia la coscienza |
| Ned Block, Owen Flanagan e Güven Güzeldere, "The nature of consciousness", MIT Press, Cambridge, Mass., 1998, pagg. 834, sip |
| David Chalmers, "La mente cosciente", McGraw-Hill, Milano 1999, pagg. 438, L. 52.000 |
| John Searle, "Il mistero della coscienza", Cortina, Milano 1998, pagg. 198, L. 36.000. |
| Jonathan Shear, a cura di, "Explaining Consciousness - The Hard Problem", a cura di MIT Press, Cambridge, Mass., 1998, pagg. 422, St. 15.50 |
| William Seager, "Theories of Consciousness", Routledge, London 1999, pagg. 308, sip | Che il tema della coscienza sia al centro dell'attuale dibattito in filosofia della mente è un'osservazione che abbiamo più volte avuto modo di proporre su queste pagine. Sullo sfondo di questo interesse stanno certamente i recenti sviluppi della ricerca scientifica, specie in campo neurobiologico, che mettono a disposizione spettacolari e spesso sorprendenti risultati circa i modi con cui il cervello rende possibile il pensiero e l'azione. Ma è soprattutto sul piano dell'analisi concettuale che gli ultimi anni hanno segnato un indubbio approfondimento delle implicazioni filosofiche legate al fenomeno, familiare quanto misterioso dell'esperienza cosciente. Ciò che appare in gioco è la possibilità di perseguire fino in fondo quella "koinè naturalistica" che sembra aver sostituito la "koinè ermeneutica" come paradigma dominante della filosofia attuale. Discutere della spiegabilità scientifica della coscienza è in questo quadro un modo per mettere alla prova in una situazione limite il materialismo fisicalista.
Queste considerazioni sono suggerite tanto dalla traduzione italiana di due testi, già presentati su queste pagine, rispettivamente di John Searle (Il mistero della coscienza) e David Chalmers (La mente cosciente), entrambi indirizzati a mettere in discussione la completezza della descrizione materialistica del mondo proprio a partire dal fenomeno della coscienza, quanto dalla direzione che un ricco dibattito internazionale sembra ormai avere definitivamente imboccato.
Per chi voglia approfondirne i dettagli è tra l'altro oggi disponibile in edizione paperback la monumentale antologia curata da Ned Block, Owen Flanagan e Güven Güzeldere, The nature of consciousness, che - in 843 dense pagine - raccoglie 49 saggi (tutto o quasi quello che vale la pena di leggere sull'argomento nell'ambito della filosofia analitica contemporanea), una lunga prefazione e una introduzione che è un libro a se stante (di fatto la migliore guida alla lettura sul tema oggi disponibile). Scorrendo le varie suddivisioni del testo, il problema della spiegabilità scientifica della coscienza appare così il filo conduttore di approcci e tematiche per altri versi caratterizzati da una marcata eterogeneità.
Ciò sembra confermato anche dagli esiti della conferenza internazionale sulla coscienza che si è tenuta recentemente a Londra, presso il King's College, (tra i relatori, oltre a Searle e Chalmers, Daniel Dennett, Ned Block e David Papineau tra i filosofi, John O'Keefe, Susan Greenfield e Nicholas Humphrey tra gli scienziati). In particolare, è significativo come buona parte del dibattito londinese si sia svolto intorno e a partire da una distinzione cruciale resa celebre (anche se non introdotta) da David Chalmers. Si tratta dell'idea secondo cui esistono due problemi della coscienza, uno (relativamente) facile e l'altro difficile. Il primo è il problema della costruzione di modelli neurobiologici o cognitivi di come il cervello e l'organizzazione psicologica umana producano ed elaborino il pensiero cosciente. Si tratta di un compito certo arduo sul piano empirico, ma che di per sé non sembra implicare insormontabili difficoltà filosofiche. Il problema difficile, "l'hard problem" è invece quello di spiegare il rapporto tra i processi neurobiologici e cognitivi e l'esperienza vissuta in prima persona. È sulla base di questa difficile questione che poi si ripropongono gli ulteriori interrogativi che rendono così affascinante e intricato il dibattito: sono possibili macchine coscienti? È possibile una descrizione del tutto impersonale dell'esperienza vissuta? Che ruolo hanno le nostre deliberazioni coscienti nella determinazione delle nostre azioni?
A questo punto le posizioni si dividono, come tanto il convegno londinese quanto i numerosi saggi che recentemente sono stati pubblicati sull'argomento hanno mostrato (per avere una idea delle molteplici reazioni suscitate dalla distinzione tra hard e easy problem si veda il volume Explaining Consciousness - The Hard Problem, dove un saggio in cui Chalmers difende questa distinzione è seguito da 26 ulteriori scritti di commento). Così, a fianco di chi ritiene che la soluzione dell'hard problem cada al di fuori delle possibilità della scienza c'è chi, adottando una strategia eliminativistica, si affanna a negare l'esistenza stessa di un hard problem e (come Dennett) ritiene che postulare una nozione irriducibile di coscienza "vissuta" sia postulare una sorta di omuncolo che nella nostra testa pensa i nostri pensieri, o chi propone una strategia deflazionistica, affermando che la soluzione dell'easy problem porterà con sé la soluzione dell'hard problem; o chi, pur riconoscendo l'esistenza di un "salto epistemologico" che separa l'approccio fenomenologico da quello fisico allo studio della mente si ingegna poi a colmarlo.
In altri termini, anche se il riconoscimento della distinzione tra hard problem e easy problem sembra favorire gli approcci anti-riduzionisti, ciò non significa che il gioco sia fatto. Per esempio, molte interessanti ipotesi sono state di recente avanzate nel tentativo di spiegare la coscienza partendo dalla sua natura rappresenzazionale, ricucendo cioè i suoi legami con l'intenzionalità (un'introduzione ad alcune di esse si trova nel testo di William Seager, Theories of Consciousness. Inoltre, è ben vero che se si parte dalla coscienza fenomenica le prospettive del fisicalismo, se non impossibili, divengono certo difficili; d'altro lato, se invece ci concentriamo su come la mente cosciente possa agire sul mondo fisico pur essendo ad esso irriducibile, è il moderato dualismo di Chalmers (e Block) a essere sulla difensiva.
Che quest'ultima impostazione non sia particolarmente rappresentata nel dibattito più recente è comunque di per sé un segnale importante dello stato attuale della discussione, anche se sul futuro è difficile scommettere. |