Kierkegaard, l'abisso e la gloriaEscono le originali meditazioni sulla morte del grande filosofo
danese antagonista di Hegel I precedenti: Epicuro e Seneca, Pascal e Nietzsche "Pensare alla "fine" non è un narcotico, ma una fonte di energia come nient'altro" |
| Nella nostra società della morte non si può parlare. È divenuta una parola tabù che
solitamente si evita (non ricorre quasi mai ad esempio negli annunci funebri)
ricorrendo ad espressioni più eufemisticamente palatabili del tipo: "si è
addormentato", "se n'è andato", "ci ha lasciato" e così via seguitando. Ma i filosofi,
ieri come oggi, poco si curano dei tabù linguistici e alla morte hanno dedicato non
poche pagine, da Epicuro ("Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, né per i
vivi, né per i morti, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la
morte noi non siamo più") a Seneca, da Cicerone (per il quale il filosofare non è
altro che prepararsi alla morte) ad Agostino, da Montaigne a Lessing, da Novalis a
Schopenhauer, da Pascal a Nietzsche (per il quale si deve vivere in modo da avere
al momento giusto la propria volontà di morire), da Pascal ad Heidegger (secondo il
quale il "vivere-per-la-morte" costituisce il senso autentico dell'esistenza).
Tra i vari filosofi che nel corso dei secoli si sono occupati di questa tematica un
ruolo centrale spetta a Søren Kierkegaard (1813-1855). Infatti, le opere in cui egli
si sofferma su questa tematica sono numerose e vanno dal Concetto di angoscia al
Diario sino a uno dei Tre discorsi per occasioni immaginarie che egli pubblicò
nell'aprile del 1845 e che adesso vede luce in versione italiana, a cura di Roberto
Garaventa.
Kierkegaard non amava i giornalisti (da lui visti come persone intente
sostanzialmente a dragare la fanghiglia della società) né i filosofi, non amava i
politicanti né gli scrittori di apologetica (che sono da lui definiti "stupidi quanto i
liberi pensatori"), ma soprattutto non amava i "professori" del cristianesimo. A suo
avviso, il cristianesimo non consiste tanto in una "dottrina" che abbisogna di abili
professori, ma in una "comunicazione di esistenza" che necessita di fedeli testimoni.
Tuttavia, nel mondo moderno i pastori, da un lato, hanno demoralizzato la cristianità
non presentandosi come testimoni autentici, ma solo come dei dotti professori, i
cristiani, da parte loro, hanno "abolito il Cristianesimo". Il cristianesimo parla
sempre di eternità, ma la cristianità vive solo nel presente; il cristianesimo si pone
nella dimensione dell'infinito, ma il cristiana ama immergersi nella prudenza mondana
che lo rende miope.
Alla luce di questa analisi che vede il mondo moderno in preda a un diffuso
indifferentismo Kierkegaard vede nella morte (o meglio nel pensiero della morte) la
situazione decisiva che è in grado di risvegliare l'uomo dal suo torpore spirituale
quotidiano. Ciò si coglie in modo specialissimo nel breve scritto a cui facevamo
inizialmente riferimento: Accanto ad una tomba. In quest'opera Kierkegaard non
intende stendere un invito a "imparare a morire", né fornire consolazioni per la
morte, ma suscitare nel lettore attento quelle riflessioni che lo portino a una vita più
autentica, che gli facciano comprendere come la morte possa essere la sua vera,
unica maestra.
A suo avviso, è il "pensiero della morte" che fa sì che l'uomo viva un'esistenza che
porti le stimmate della serietà e non quelle della vacua fatuità. "La serietà della
morte - egli scrive - non inganna, perché non è la morte la cosa seria, ma il pensiero
della morte. Se dunque tu, mio caro uditore, terrai fermo a questo pensiero e, nel
pensarlo, non ti preoccuperai d'altro che di pensare a te stesso, allora grazie a te
questo discorso senza autorità diventerà una cosa seria. Pensarsi morti in prima
persona è la serietà, essere testimoni della morte di un altro è stato d'animo".
La morte, egli afferma, è maestra di serietà ed è il pensiero della morte ad indicare
"la giusta direzione nella vita e la giusta meta verso cui indirizzare il viaggio. E nessun
arco si lascia tendere così tanto, nessun arco sa imprimere tanta forza alla freccia,
come il pensiero della morte sa sollecitare il vivente - sempre che sia la serietà a
tenderlo".
Il pensiero della morte non deve portare l'uomo a immergersi nei piaceri sensuali
della vita affogandolo nell'oggi e non deve neppure portarlo a coltivare l'idea
romantica della morte come unico luogo possibile di felicità, ma spingerlo a
impegnarsi nella vita non sprecando il tempo che gli è stato dato. La morte per chi
vive seriamente non è un narcotico, ma una "fonte di energia come nient'altro e
rende vigili come nient'altro".
La morte, infine, è la cosa più certa, ma nello stesso tempo è anche l'unica cosa in
cui non c'è nulla di certo, nessun uomo, infatti, conosce il momento esatto in cui
l'incontrerà. "La certezza della morte - scrive Kierkegaard - determina una volta per
tutte il discente nella serietà, ma l'incertezza della morte è il sorvegliante quotidiano
(...) Serietà diventa quindi vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo e al contempo
come se fosse il primo di una lunga vita".
La morte è un mistero che gli intellettuali hanno spesso cercato di spiegare,
facendosene cioè un'opinione. Ma secondo il filosofo, "per quanto concerne la
morte, non ci si deve affrettare ad avere un'opinione. L'incertezza della morte si
prende costantemente e in tutta serietà la libertà di verificare se chi ha un'opinione
abbia veramente questa opinione, ovvero se la sua vita ne sia espressione". Vale
quindi per la morte ciò che Kierkegaard dice valere per il cristianesimo: occorre
cioè distinguere nettamente "il sapere cos'è il cristianesimo (la cosa più facile)"
dall'"essere cristiani (la cosa più difficile)". |