RASSEGNA STAMPA

31 LUGLIO 1999
MASSIMO BALDINI
Kierkegaard, l'abisso e la gloria
Escono le originali meditazioni sulla morte del grande filosofo danese antagonista di Hegel
I precedenti: Epicuro e Seneca, Pascal e Nietzsche
"Pensare alla "fine" non è un narcotico, ma una fonte di energia come nient'altro"
Søren Kierkegaard, "Accanto ad una tomba", Il Melangolo, Pagine 90. Lire 18.000
Nella nostra società della morte non si può parlare. È divenuta una parola tabù che solitamente si evita (non ricorre quasi mai ad esempio negli annunci funebri) ricorrendo ad espressioni più eufemisticamente palatabili del tipo: "si è addormentato", "se n'è andato", "ci ha lasciato" e così via seguitando. Ma i filosofi, ieri come oggi, poco si curano dei tabù linguistici e alla morte hanno dedicato non poche pagine, da Epicuro ("Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, né per i vivi, né per i morti, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte noi non siamo più") a Seneca, da Cicerone (per il quale il filosofare non è altro che prepararsi alla morte) ad Agostino, da Montaigne a Lessing, da Novalis a Schopenhauer, da Pascal a Nietzsche (per il quale si deve vivere in modo da avere al momento giusto la propria volontà di morire), da Pascal ad Heidegger (secondo il quale il "vivere-per-la-morte" costituisce il senso autentico dell'esistenza). Tra i vari filosofi che nel corso dei secoli si sono occupati di questa tematica un ruolo centrale spetta a Søren Kierkegaard (1813-1855). Infatti, le opere in cui egli si sofferma su questa tematica sono numerose e vanno dal Concetto di angoscia al Diario sino a uno dei Tre discorsi per occasioni immaginarie che egli pubblicò nell'aprile del 1845 e che adesso vede luce in versione italiana, a cura di Roberto Garaventa. Kierkegaard non amava i giornalisti (da lui visti come persone intente sostanzialmente a dragare la fanghiglia della società) né i filosofi, non amava i politicanti né gli scrittori di apologetica (che sono da lui definiti "stupidi quanto i liberi pensatori"), ma soprattutto non amava i "professori" del cristianesimo. A suo avviso, il cristianesimo non consiste tanto in una "dottrina" che abbisogna di abili professori, ma in una "comunicazione di esistenza" che necessita di fedeli testimoni. Tuttavia, nel mondo moderno i pastori, da un lato, hanno demoralizzato la cristianità non presentandosi come testimoni autentici, ma solo come dei dotti professori, i cristiani, da parte loro, hanno "abolito il Cristianesimo". Il cristianesimo parla sempre di eternità, ma la cristianità vive solo nel presente; il cristianesimo si pone nella dimensione dell'infinito, ma il cristiana ama immergersi nella prudenza mondana che lo rende miope. Alla luce di questa analisi che vede il mondo moderno in preda a un diffuso indifferentismo Kierkegaard vede nella morte (o meglio nel pensiero della morte) la situazione decisiva che è in grado di risvegliare l'uomo dal suo torpore spirituale quotidiano. Ciò si coglie in modo specialissimo nel breve scritto a cui facevamo inizialmente riferimento: Accanto ad una tomba. In quest'opera Kierkegaard non intende stendere un invito a "imparare a morire", né fornire consolazioni per la morte, ma suscitare nel lettore attento quelle riflessioni che lo portino a una vita più autentica, che gli facciano comprendere come la morte possa essere la sua vera, unica maestra. A suo avviso, è il "pensiero della morte" che fa sì che l'uomo viva un'esistenza che porti le stimmate della serietà e non quelle della vacua fatuità. "La serietà della morte - egli scrive - non inganna, perché non è la morte la cosa seria, ma il pensiero della morte. Se dunque tu, mio caro uditore, terrai fermo a questo pensiero e, nel pensarlo, non ti preoccuperai d'altro che di pensare a te stesso, allora grazie a te questo discorso senza autorità diventerà una cosa seria. Pensarsi morti in prima persona è la serietà, essere testimoni della morte di un altro è stato d'animo". La morte, egli afferma, è maestra di serietà ed è il pensiero della morte ad indicare "la giusta direzione nella vita e la giusta meta verso cui indirizzare il viaggio. E nessun arco si lascia tendere così tanto, nessun arco sa imprimere tanta forza alla freccia, come il pensiero della morte sa sollecitare il vivente - sempre che sia la serietà a tenderlo". Il pensiero della morte non deve portare l'uomo a immergersi nei piaceri sensuali della vita affogandolo nell'oggi e non deve neppure portarlo a coltivare l'idea romantica della morte come unico luogo possibile di felicità, ma spingerlo a impegnarsi nella vita non sprecando il tempo che gli è stato dato. La morte per chi vive seriamente non è un narcotico, ma una "fonte di energia come nient'altro e rende vigili come nient'altro". La morte, infine, è la cosa più certa, ma nello stesso tempo è anche l'unica cosa in cui non c'è nulla di certo, nessun uomo, infatti, conosce il momento esatto in cui l'incontrerà. "La certezza della morte - scrive Kierkegaard - determina una volta per tutte il discente nella serietà, ma l'incertezza della morte è il sorvegliante quotidiano (...) Serietà diventa quindi vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo e al contempo come se fosse il primo di una lunga vita". La morte è un mistero che gli intellettuali hanno spesso cercato di spiegare, facendosene cioè un'opinione. Ma secondo il filosofo, "per quanto concerne la morte, non ci si deve affrettare ad avere un'opinione. L'incertezza della morte si prende costantemente e in tutta serietà la libertà di verificare se chi ha un'opinione abbia veramente questa opinione, ovvero se la sua vita ne sia espressione". Vale quindi per la morte ciò che Kierkegaard dice valere per il cristianesimo: occorre cioè distinguere nettamente "il sapere cos'è il cristianesimo (la cosa più facile)" dall'"essere cristiani (la cosa più difficile)".
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti