L'enciclica "Fides et Ratio"Ai rilievi mossi da Cacciari all'enciclica risponde Rino Fisichella, teologo e vescovo ausiliare di Roma. Nella storia della Chiesa Bonaventura ha convissuto con l'autore della "Summa". Ora non si può riscontrare nessuna chiusura all'interno di un
sistema unico |
| Ho letto sempre con interesse gli scritti di Massimo Cacciari. In Italia è
certamente uno dei filosofi che è mosso da un interesse vivo nel suo dialogo
con l'intelligenza della fede. Conosce diversi contenuti del sapere teologico; le
sue considerazioni puntuali permettono di cogliere spesso aspetti che
favoriscono una comprensione più profonda dei movimenti di pensiero. Le sue
annotazioni critiche a Fides et ratio non mi sembrano però pertinenti. Le
osservazioni di Cacciari portano, in primo luogo, a fare chiarezza circa il
genere letterale dei documenti pontifici. Cacciari lamenta ripetutamente che
Giovanni Paolo II non ha analizzato i fenomeni filosofici che hanno portato al
nascere del pensiero moderno. Per alcuni versi è vero. Il problema, tuttavia,
non è questo; quanto, piuttosto, se è corretto e coerente che un'enciclica si
inoltri in queste analisi. La lettura attenta del capitolo quinto di Fides et ratio
avrebbe aiutato a comprendere il genere e la qualità degli interventi del
magistero in materia filosofica. Giovanni Paolo II, pur essendo filosofo per
tradizione accademica e per produzione filosofica, non può esprimere una sua
filosofia quando scrive un'enciclica. Lo vieta la natura stessa degli interventi
del magistero che si fonda su un'epistemologia propria le cui fonti di
riferimento normativo sono la Scrittura, la Tradizione e l'ininterrotto
magistero dei pastori della Chiesa. Fides et ratio, quindi, non poteva e non
doveva analizzare i fenomeni filosofici né le cause che li hanno posti in essere.
Doveva considerare, come giustamente ha fatto, la relazione che intercorre
tra gli asserti filosofici e la loro pertinenza, e compatibilità con la Parola di
Dio.
Altra cosa, invece, è la ricerca teologica e il dibattito che prende avvio a
partire dagli interventi del magistero. Per rimanere sul terreno delle
considerazioni di Cacciari, tuttavia, bisognerà pur chiedersi se è corretto
affermare che Duns Scoto e Ockham sono stati un disgregarsi dall'interno del
sapere tomista. Molti elementi porterebbero, invece, a sostenere un'altra tesi.
Cacciari dovrebbe anche considerare che la struttura stessa di pensiero
diventava sempre più estrinseca al sistema tomista e assumeva forme di
autonomia incompatibili. O, se si vuole, il movimento partiva da un uso della
ragione che imponeva l'autonomia nell'analisi dei contenuti della fede per
salvaguardare la verità raggiunta con i propri metodi. Premessa di una errata
comprensione di autonomia che faceva giungere alla "drammatica
separazione" operata dal pensiero moderno. Separazione tanto gelosamente
conclamata quanto devastante è da verificare il risultato a cui ha portato.
E se questo non fosse accettato, meriterebbe comunque dover considerare che
nella Chiesa sono convissuti due maestri e dottori quali Tommaso e
Bonaventura. Non sono essi coetanei e difensori ambedue di una via di
pensiero e un sapere teologico che ha saputo portare una profondità
inestimabile nell'intelligenza della fede? Non vive fino ad oggi la Chiesa della
ricchezza dei due sistemi di pensiero? Come si può affermare che Fides et ratio
sia "chiusa nella difesa del sistema tomista", senza pensare che spalanca le
porte verso il pensiero di Agostino, Anselmo, Bonaventura, per giungere fino
alle posizioni di Rosmini, Blondel? Il problema, quindi, è un altro. Non la
"chiusura" di Giovanni Paolo II all'interno del sistema tomista, ma l'uso della
ragione che viene fatto e difeso oggi in filosofia. Nascondersi che parte della
filosofia è caduta in una reale trappola mortale non serve né in un dialogo
spassionato con la teologia né in un recupero forte della stessa scienza
filosofica.
Alla stessa stregua bisogna ribattere al tema dell'analogia. Secondo Cacciari,
Giovanni Paolo II avrebbe dovuto purificare l'idea di analogia di Tommaso
per riprendere quella di Anselmo. Non si accorge Cacciari che la posizione da
lui assunta condurrebbe, alla fine, verso una forma di fideismo per cui nulla
più si può dire? La concezione di rivelazione che emerge da Fides et ratio, in
piena sintonia e consequenzialità con Dei Verbum, non consente di percorrere
la strada da lui proposta. Il revelatum non schiaccia affatto la rivelazione,
perché porta con sé il perenne "rinvio" che indirizza al mistero stesso di Dio.
Questo non è tuttavia un rinvio a nulla dire, ma a comprendere che con la
ragione non è possibile dire tutto, il che vuol dire un'altra cosa. L'evento
storico, che non esaurisce in sé il mistero, fa comunque conoscere tutto del
mistero e permette la fede in lui come assenso. E proprio qui interviene il
valore ineliminabile dell'analogia come capacità di poter dire di Dio a partire
da quanto Dio stesso abbia detto di sé. Questo, però, prima di Tommaso e di
Anselmo lo afferma il magistero della Chiesa con il Concilio Lateranense IV.
Confesso che non amo il linguaggio e l'uso del linguaggio che tende a imporre
una visione della realtà che non trova fondamento alcuno. Non mi piace
parlare di "onto-teologia" come nell'uso di Cacciari e questo neologismo non
ha alcun riferimento coerente con il problema affrontato da Fides et ratio. Il
forte richiamo dell'enciclica al sapere metafisico non si traduce in una
"onto-teologia", ma in una teologia che sa rispettare le proprie premesse
epistemologiche sic et simpliciter. Una lettura non veloce di Fides et ratio
permetterebbe di comprendere che il ripetuto richiamo di Giovanni Paolo II
all'istanza metafisica non è un tentativo per rimettere in gioco un sistema
antico di pensiero quanto, piuttosto, la concreta possibilità di far compiere un
salto qualitativo al pensiero contemporaneo che sta annaspando.
Solo a titolo di conclusione, merita di essere sottolineato un aspetto, non certo
centrale dell'intervento di Cacciari, che comunque non mi trova in sintonia
con lui: "Questa fede non potrebbe rinunciare al dubbio. E perciò la sua
teologia non è mai stata apologetica. La fede cristiana è chiamata a difendersi
contro se stessa, ben prima che contro i suoi avversari". Parole dure che
sembrano contraddire l'intero insegnamento di Fides et ratio, ben fondata nel
presentare una concezione di fede cristiana che non muove i suoi passi dal
"dubbio", ma dall'esigenza della fede stessa di voler sapere e conoscere
sempre di più. Chi ha mai stabilito che il dubbio è la fonte di ogni vera
conoscenza e che solo il dubbio apre a un sempre nuovo sapere? E' solo una
precomprensione limitata di fede e ragione che può portare a questo. Per
uscire dal sospetto che sia questa una posizione tomista, basterà citare il
famoso detto di Bonaventura: "Quando fides non assentit propter rationem
sed propter amorem eius assentit, desiderat habere rationes; tunc non evacuat
ratio humana meritum, sed auget solatium" (Proemium I Sent. 2 ad 6). La fede
in quanto vive di una circolarità con l'amore obbliga ad assumere delle
ragioni che la sola ragione non può esaurire.
L'apologetica, che non è in prima istanza "difesa", ma "presentazione" della
fede, come da sempre ha voluto la tradizione teologica nell'interpretazione di
1 Pt 3,15, si muove su un altro binario. Cacciari conosce molto bene il
vescovo di Canterbury per sapere la differenza che intercorre tra un dialogo
sulla base della ragione, una comprensione a partire dalla comunione di fede e
l'arroganza di Roscellino che non può più capire e con il quale non si può
neppure dialogare perché ha spezzato la comunione nella verità. |