RASSEGNA STAMPA

27 LUGLIO 1999
FRANCO VOLPI
Edonismo e contestazione, così il filosofo nobilitò il '68
La storia di un pensatore che era nato come allievo di Heidegger e si ritrovò nelle braccia di Marx e di Freud
Il 29 luglio di vent'anni fa moriva a Starnberg Herbert Marcuse, il principale teorico del movimento di emancipazione del Sessantotto. Negli ultimi tempi l'anziano maìtre à penser tornava volentieri in Germania, dalla dorata California, per incontrare gli amici della Scuola di Francoforte o intervenire in dibattiti e discussioni. Ormai superati gli ottant'anni - era nato a Berlino il 19 luglio 1898, esattamente due mesi dopo Julius Evola, il futuro "Marcuse di destra" - veniva venerato dalle giovani generazioni come un guru.
In realtà, il suo cammino intellettuale è più tortuoso e accidentato di quanto appaia dall'immagine un po' stereotipa che di lui si conosce. Figlio di un ricco imprenditore ebreo, Marcuse si era formato nel turbolento clima dell'incipiente Repubblica di Weimar, impegnandosi in politica, ma rimanendo deluso dal sistema dei partiti e dalla sua Spd, colpevole di un complice silenzio in occasione dell'uccisione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Si era allora dedicato per intero agli studi, laureandosi nel 1922 a Friburgo con una tesi sul romanzo tedesco in cui spiccano due influenze: il Lukács de L'anima e le forme e lo Hegel dell'Estetica.
Rientrato a Berlino, aveva gestito per qualche anno una libreria editrice, che era in realtà un salotto in cui si discuteva di teoria marxista, psicologia della Gestalt, pittura astratta, filosofia contemporanea. In quel clima la lettura del capolavoro di Heidegger, uscito nel 1927, fu una illuminazione: "Essere e tempo apparve nella fase di decadenza della Repubblica di Weimar: l'approssimarsi del regime nazista, l'incombente catastrofe si avvertivano ovunque. Eppure la filosofia di allora non rifletteva in alcun modo la situazione. L'opera di Heidegger apparve a me e ai miei amici come un nuovo inizio: captavamo nel suo libro finalmente una filosofia concreta: vi si parlava di esistenza, della nostra esistenza, di angoscia, di cura, di noia, ecc".
L'impressione fu tale che nel 1928 il giovane, nel frattempo sposato con Sophie e novello padre, decise di trasferirsi a Friburgo per ascoltare Heidegger. L'epistolario inedito di quegli anni - conservato a Francoforte negli archivi del "Literaturhaus" diretti da Jochen Stollberg - documenta l'iniziale entusiasmo di Marcuse: "Heidegger parla nell'aula magna stipata di 600 studenti, con quel piacevole tremolio della voce che piace tanto alle ragazze, con il pathos del maestro, di chi si sente educatore, profeta, guida".
Anche Heidegger fu colpito dal talento del giovane filosofo nominandolo suo assistente e guidandolo nella tesi per la libera docenza su Hegel e la fondazione di una teoria della storicità. Nei saggi di quegli anni Marcuse abbozza una filosofia della prassi "autentica", "emancipata", in cui unisce categorie heideggeriane e marxiane in una sintesi, resa allora suggestiva dalla scoperta dei Manoscritti economico-filosofici di Marx.
Il rapporto tra i due, tuttavia, si sfaldò presto. Dalle lettere inedite si capisce che la consuetudine col maestro provoca in Marcuse distacco anziché avvicinamento. Heidegger gli appare ora "un po' troppo retorico, predicatorio, primitivo". Constata: "Ancora non ci si è accorti che Heidegger è molto cambiato... in direzione di una metafisica trascendentale". Dal canto suo il maestro rimandava di continuo l'approvazione della tesi dell'allievo, che decise di pubblicarla per conto proprio e chiese aiuto a Kurt Riezler - altro seguace di Heidegger, divenuto amministratore dell'Università di Francoforte - al fine di ottenere un sussidio per la stampa. Riezler girò la domanda al presidente della commissione incaricata dei finanziamenti, che era allora Albert Einstein, e ai primi di gennaio del 1932 il libro vide la luce.
Riezler fu determinante anche nel passaggio di Marcuse all'Istituto per la ricerca sociale di Francoforte. Furono necessarie varie pressioni, perché inizialmente Horkheimer non aveva alcuna intenzione di assumere uno che veniva da Heidegger. Alla fine però, dopo il colloquio orale cui il candidato fu invitato, Marcuse fu assunto e destinato alla sede distaccata dell'Istituto a Ginevra.
Gli eventi del 1933 e la storia dell'emigrazione negli Stati Uniti sono noti. Nel 1941 Marcuse pubblicò il suo secondo libro su Hegel, Reason and Revolution, divenne nel 1954 professore di filosofia politica a Boston, e dal 1965 a San Diego. Meno noti sono i non semplici rapporti con Horkheimer e Adorno, con i quali collaborò agli inizi dell'emigrazione, senza tuttavia trovare sistemazione alla New School for Social Research. Marcuse finì allora, dal 1942 al 1950, all'Office of War Information e poi all'Office for Strategic Studies, dipartimenti dei servizi segreti americani, redigendo alcuni rapporti sulla Germania, recentemente pubblicati da Peter-Erwin Jansen (Feindanalysen. Uber die Deutschen, Verlag zu Klampen, 1998). Poi, fino al 1954, lavorò per il Russian Research Center stendendo una analisi del marxismo sovietico.
Ciò che rimane di Marcuse sono le felici intuizioni che gli consentirono di cogliere con largo anticipo nei suoi due libri più famosi - Eros and Civilisation è del 1954, The One-Dimensional Man del 1967 - la crisi di senso che ha poi effettivamente attraversato le moderne società industriali. In una originale combinazione di Marx, Freud e Heidegger, egli prospetta una teoria dell'emancipazione e un'utopia sociale che nel Sessantotto accese l'immaginazione delle giovani generazioni. La moderna società industriale di massa, diffondendo il benessere anche tra le classi sfruttate di un tempo, non ha realizzato per Marcuse l'ideale illuministico dell'emancipazione dell'uomo. Al contrario, mediante il consumismo e l'edonismo generalizzati ha sfruttato il "principio di piacere" per controllare, manipolare e soggiogare ancor più l'individuo alle esigenze del potere tecnocratico, quindi per affermare la logica del principio di realtà. Scienza e tecnica, potenziali strumenti di emancipazione, sono diventate mezzi di oppressione. Perfino la ribellione estetico-edonistica è stata integrata nel sistema della razionalizzazione sociale, e la "logica della protesta" assorbita dalla "logica del dominio". Marcuse mira a decifrare questa "logica del dominio" e a sviluppare una critica a tutto campo della "razionalità strumentale" sottesa al governo tecnocratico globale. Una diagnosi, questa, di cui capiamo oggi meglio sia la portata che i limiti. Appare oggi più chiara anche l'influenza su Marcuse della visione planetaria della tecnica che Heidegger concepì proprio agli inizi degli anni Trenta, quando il giovane era suo assistente. Solo che in Marcuse l'analisi della tecnica, combinata con la critica marxiana del potere e la teoria freudiana della civiltà, era finalizzata alla concezione di una "civiltà non repressiva" in cui l'energia erotica potesse liberamente esprimersi nella creatività di quella che Marcuse chiamava, evocando Schiller e Schelling la "ragione estetica". Queste idee infiammarono lo slancio vitale delle generazioni studentesche, alimentando speranze utopiche e una cultura politico-surreale in cui l'edonismo si mescolava con gli ideali dell'armonia e della pace universale - nel "grande rifiuto" di tutto quanto richiamava il "principio di realtà": la competizione, la produttività, il successo sociale. Marcuse era diventato una figura simbolo, un autore di culto. Forse anche in nome degli ideali che rappresentava, fu tra gli allievi ebrei di Heidegger l'unico che non smise di rinfacciare al maestro l'errore del 1933. E si capisce: Heidegger sanciva una frattura tra filosofia e politica, che fende ancora come una crepa il pensiero filosofico contemporaneo. Anche nel volume commemorativo in cui l'editore Neske raccolse le testimonianze degli allievi in morte del maestro, il suo contributo - intitolato Delusione - si stacca da tutti gli altri. Questo in pubblico.
In privato forse anche in lui si insinuava un altro pensiero. In uno dei suoi ultimi ritorni in Germania, il 12 agosto 1976, di passaggio a Friburgo, nel libro degli ospiti della rinomata libreria di Fritz Werner, vergava queste parole: "In ricordo dell'ammirevole dignità con cui Heidegger ha terminato i suoi giorni. Che anche a noi possa essere accordata la grazia di invecchiare con dignità, lucidità e serenità".
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vedi anche
I cent'anni di Marcuse