RASSEGNA STAMPA

18 LUGLIO 1999
PAOLO ROSSI
LA RIFORMA UNIVERSITARIA
Giù le mani da filosofia
Oggi, come nel 1982, si cerca di darle un colpo mortale.
Allora fu salvata da Eco Vattimo, Berti. Che ne dicono ora?
Sul Sole 24 Ore-Domenica è stato più volte denunciato il rischio che la riforma dell'Università con l'introduzione dei "decreti d'area" (di per sé benvenuti), determini una situazione in cui la Filosofia risulti agganciata quasi esclusivamente alle Lettere, impedendo una serie di interconnessioni con le scienze che finora erano stati possibili. Gli articoli del 28 febbraio ("Filosofia travolta dalle Lettere", di Armando Massarenti) e del 25 aprile ("Filosofia più Ingegneria - e viceversa", di Diego Marconi e Vittorio Marchis) cercavano di porre all'attenzione pubblica un tema. che potrebbe avere ripercussioni gravissime sulla nostra cultura.
E' difficile oltretutto reperire informazioni certe sul disegno della riforma, il che aumenta le preoccupazioni di quegli studiosi che si sentono maggiormente in pericolo rispetto alle voci e alle anticipazioni circolate finora. Preoccupazioni condivise dallo storico delle idee Paolo Rossi nell'intervento che qui pubblichiamo.
Con il titolo Giù le mani dalla filosofia! comparve su "L'Espresso" del 18 aprile 1982 un articolo di Umberto Eco che prendeva energicamente posizione contro uno dei tanti progetti di riforma della scuola media superiore. In quel progetto la filosofia o sarebbe stata sostituita dalle scienze umane e sociali o (ove ancora presente) sarebbe stata definitivamente ancorata alle scienze umane e sociali. Quell'esclusivo ancoramento sembrava a Umberto Eco nonché al sottoscritto (che era allora presidente della Società filosofica italiana) una vera iattura.
Questo - scriveva Eco - "significa lasciar cadere i rapporti importantissimi tra filosofia e scienze naturali: è contro questo rischio che bisogna battersi, ricordando che è lo stesso errore commesso dalla tradizione idealistica italiana". Gianni Vattimo prese anch'egli posizione su "La Stampa" dell'8 maggio 1982: la filosofia che non doveva essere sostituita da un generico insegnamento che avrebbe assunto le caratteristiche di "un discorso sostanzialmente ideologico travestito da scienza rigorosa".
Il 13 maggio su "Il Manifesto" scrisse sull'argomento Furio Cerutti. La dissoluzione della filosofia nelle scienze sociali - scriveva - non ferisce solo chi vede soprattutto i legami innegabili che la filosofia ha con la matematica o con le scienze della natura o con la linguistica: irrita non meno chi si richiama alla Scuola di Francoforte ed è interessato a riflettere sul radicamento di ogni riflessione filosofica nei modi della vita associata.
Il 7 di giugno (dopo un convegno sul tema che si era svolto l'8 di maggio presso l'Istituto Banfi di Reggio Emilia) intervenne Enrico Berti su "La Discussione" con un articolo intitolato Filosofia. L'abbiamo riacciuffata per i capelli. Solo dopo le pressioni esercitate dalla Società filosofica italiana - scriveva - la filosofia è restata materia d'obbligo nelle scuole superiori. Non si può che salutare con favore il ripristino della menzione della filosofia tra i settori di studio. Ora è necessario un impegno maggiore anche da parte dei politici. La morte della filosofia di cui molto si parla, concludeva Berti, non è una semplice constatazione di fatto, "è qualcosa di voluto, di desiderato da qualcuno".
Forse Berti aveva ragione e nei momenti di pessimismo viene da pensare che quel qualcuno sia ancora all'opera, animato dagli stessi poco nobili desideri di diciassette anni fa. I filosofi (notoriamente) e a differenza degli scienziati non vanno d'accordo quasi su nulla. Sono addirittura in disaccordo su ciò che è e deve essere la filosofia e tendono di conseguenza a negare la qualifica di filosofo a coloro che professano una filosofia diversa da quella praticata dal gruppo al quale appartengono. Tuttavia, su un punto mi sentirei di affermare che sono anche oggi concordi. E il punto è questo: non si possono stabilire per legge matrimoni indissolubili tra la filosofia e le scienze umane oppure la filosofia e l'estetica, oppure la filosofia e la matematica, oppure la filosofia e le scienze naturali, oppure la filosofia e la teologia. Regolamenti che in un curriculum universitario, associno per esempio la filosofia alle materie letterarie senza dare agli studenti la possibilità di scegliere vie diverse (studiando per esempio filosofia e matematica o filosofia ed economia) impongono alla filosofia dei matrimoni forzati, che non hanno neppure il vantaggio di essere matrimoni di convenienza.
Si badi bene: perfino all'università di oggi, nella quale la filosofia è stata inserita in una Facoltà di Lettere e Filosofia, è possibile, per ogni studente, sfuggire almeno in parte al connubio tra la Filosofia e le Lettere. Attualmente ,si possono infatti sostenere fino a quattro esami (su venti) fuori facoltà, il che vuol dire - e sto parlando di casi reali che hanno tutti un nome e cognome - che si può discutere una tesi di storia della scienza su Lavoisier avendo inserito nel proprio piano di studi due esami di chimica o una tesi sul principio antropico dopo aver sostenuto esami di cosmologia o una tesi sul darwinismo preceduta da esami di biologia generale e di genetica.
Sarebbe assurdo e davvero poco decente arretrare rispetto a questa situazione. Va inoltre tenuto presente che il rapporto tra la filosofia e le altre forme del sapere non è qualcosa che riguarda la specializzazione. Riguarda la formazione stessa dei filosofi. Tutti i filosofi che conosciamo - a cominciare almeno da Aristotele - non hanno lavorato solo sulla filosofia, Hanno preso in considerazione conoscenze non filosofiche e si sono interessati a ciò che gli uomini producono quando si occupano della natura o della musica o della matematica o della vita associata.
Come scrisse a una volta Bertrand Russell una filosofia che ha un qualche valore è sempre costruita su fondamenta di conoscenze non filosofiche. Cosa sarebbe la filosofia di Russell senza la matematica o quella di Heidegger senza la riflessione sul mondo dei Greci o quella di Gadamer senza la considerazione dell'interpretazione dei testi e delle opere d'arte o quella di Foucault senza la psicologia o quella di Popper senza la politica o quella di Kuhn senza la fisica? Quelle fondamenta possono essere attinte all'arte o alla letteratura, alle scienze della società o alle scienze della natura o anche alla pluralità di saper. Lo ripeto: è importante che la filosofia non venga, per legge o per disposizioni superiori, obbligatoriamente connessa a una sola forma del sapere ovvero a una sola disciplina o a uno specifico gruppo di discipline. E' importante che la filosofia resti quello che è sempre stata: un'analisi critica di tutti i tipi di discorsi e del sapere nella crescente e affascinante varietà delle sue forme.
Mario Dal Pra si impegnò per molti anni e con indomabile energia a proporre per l'università un curriculum di studi che offrisse ai giovani aspiranti filosofi una molteplicità di scelte. Era un grande studioso, che aveva (dote rara fra gli accademici) anche un notevole senso dell'umorismo. Pensando all'obbligo imposto ai filosofi di farsi letterati era solito dire che insegnava in una Facoltà di Lettere e Cartoline (dove le cartoline erano la filosofia).
E' da sperare che i filosofi, nella eventualità di riforme che leghino la filosofia alle lettere o alle scienze per legge e non per libera scelta individuale, non scelgano il silenzio e facciano sentire ancora la loro voce. Così come avvenne, con un qualche risultato, all'inizio degli anni Ottanta. Non vorrei che passasse la tesi che un matrimonio tra la filosofia e un qualche gruppo di discipline si ha comunque da fare e non vorrei che ì filosofi assistessero ammutoliti (soprattutto per la stanchezza che è generata dalla vanità delle ripetizioni) alle nozze imposte. A un paio di mesi dalla pensione mi permetto di rivolgere uno specifico appello in questo senso anche, agli amici che parlarono allora: Enrico Berti. Furio Cerutti, Umberto Eco, Gianni Vattimo.
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vedi anche
Filosofia e scuola