RASSEGNA STAMPA

18 LUGLIO 1999
MARCO VANNINI
Weil, la grazia alla fonte greca
Nel 1943, sfinita dagli stenti, moriva nel sanatorio di Ashford, nel Kent, Simone Weil. La giovane (era nata nel 1909) ebrea parigina si era infatti unita, in Inghilterra, alla Resistenza gollista, abbandonando il comodo rifugio statunitense. Quella che è parsa, giustamente, come una delle più alte esperienze spirituali del nostro secolo, non ha avuto certamente la fortuna che meritava: in effetti essa è, per molti versi, del tutto "inattuale" nel mondo contemporaneo. Del mondo contemporaneo, peraltro, la Weil parla in genere con l'aggettivo "miserabile". In esso vede infatti il pieno dispiegarsi dell'adorazione della forza, ossia dell'alienazione, lontananza del Bene, che è Dio. Ciò avviene sia sotto l'aspetto dell'adorazione della tecnica - forma servile, utilitaristica, intrinsecamente violenta e totalitaria, della scienza -, sia sotto quello dell'adorazione del sociale - il "grosso animale" platonico - la cui azione è sempre contraria a quella della grazia. Il punto centrale di questa analisi dell'alienazione, ed anche quello che tocca più da vicino l'esperienza mistica weiliana, è però la messa a fuoco dell'origine prima di questo "sradicamento" del mondo moderno, che sta nell'immagine ebraica di Dio come forza. L'idea di un Dio-forza, in certo modo simile a un imperatore romano, ha infatti imposto la convinzione che la forza sia il supremo valore, quello che si deve adorare e perseguire. Poi la forza si specifica in tante forme diverse, anche culturalmente opposte l'una all'altra, ma resta sostanzialmente la stessa. Sotto questo aspetto la Weil è chiarissima: il Dio di Israele è una divinità naturale, mentre il Dio dei cristiani, nella sua verità, è un Dio soprannaturale.
Non vi può essere perciò conoscenza soprannaturale, esperienza mistica, ovvero vita di grazia, in un cristianesimo che non sia liberato completamente dell'influenza biblica. Liberato dall'idolatria sociale, ricondotto alla sua "fonte greca", ossia alla sua verità, il cristianesimo si configura per la Weil come pura e semplice apertura al soprannaturale, alla grazia, senza affermazione di nessun contenuto, di nessuna credenza menzognera, colmatrice di vuoti - anzi, con il riconoscimento di tutto quel che di bello e di vero v'è in ogni cultura, in ogni tradizione religiosa. Ripetendo quasi alla lettera l'insegnamento eckhartiano delle Istruzioni spirituali, la Weil afferma infatti che all'uomo compete solo un opera "negativa", di purificazione, di svuotamento. Nel suo grado più alto essa consiste in una vera e propria "decreazione" dell'io, che deve trasformarsi da soggetto egoico in universale spirito. Ancora con perfetta aderenza alla dottrina di Eckhart e di Margherita Porete (il cui Specchio ella lesse in inglese, come opera di uno "sconosciuto mistico francese"), il desiderio dell'uomo deve perciò essere un desiderio senza oggetto, la sua azione una azione non agente, "senza perché, giacché il soprannaturale non è un oggetto da conoscere o da conquistare, ma la luce che illumina questo mondo, per cui chi ne fa un oggetto, lo abbassa. La conoscenza soprannaturale non è dunque conoscenza di un oggetto particolare, ma la vita "nel paese puro, respirabile, nel mondo della realtà", ovvero la vita nella e della grazia, opposta a quella alienante e infernale nella e della forza. Il paese reale è quello in cui si dispiega la bellezza del mondo, che l'uomo libero riconosce ed ama in ogni cosa, anche nella sventura.
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vedi anche
Filosofia morale