| Weil, la grazia alla fonte greca | Nel 1943, sfinita dagli stenti, moriva nel sanatorio di Ashford, nel Kent, Simone Weil. La giovane (era nata nel 1909) ebrea parigina si era infatti unita, in Inghilterra, alla Resistenza gollista, abbandonando il comodo rifugio statunitense. Quella che è parsa, giustamente, come una delle più alte esperienze spirituali del nostro secolo, non ha avuto certamente la fortuna che meritava: in effetti essa è, per molti versi, del tutto "inattuale" nel mondo
contemporaneo.
Del mondo contemporaneo, peraltro, la Weil parla in genere con l'aggettivo
"miserabile". In esso vede infatti il pieno dispiegarsi dell'adorazione della
forza, ossia dell'alienazione, lontananza del Bene, che è Dio. Ciò avviene sia
sotto l'aspetto dell'adorazione della tecnica - forma servile, utilitaristica,
intrinsecamente violenta e totalitaria, della scienza -, sia sotto quello
dell'adorazione del sociale - il "grosso animale" platonico - la cui azione è
sempre contraria a quella della grazia. Il punto centrale di questa analisi
dell'alienazione, ed anche quello che tocca più da vicino l'esperienza mistica
weiliana, è però la messa a fuoco dell'origine prima di questo "sradicamento"
del mondo moderno, che sta nell'immagine ebraica di Dio come forza. L'idea
di un Dio-forza, in certo modo simile a un imperatore romano, ha infatti
imposto la convinzione che la forza sia il supremo valore, quello che si deve
adorare e perseguire. Poi la forza si specifica in tante forme diverse, anche
culturalmente opposte l'una all'altra, ma resta sostanzialmente la stessa.
Sotto questo aspetto la Weil è chiarissima: il Dio di Israele è una divinità
naturale, mentre il Dio dei cristiani, nella sua verità, è un Dio soprannaturale.
Non vi può essere perciò conoscenza soprannaturale, esperienza mistica,
ovvero vita di grazia, in un cristianesimo che non sia liberato completamente
dell'influenza biblica. Liberato dall'idolatria sociale, ricondotto alla sua "fonte
greca", ossia alla sua verità, il cristianesimo si configura per la Weil come
pura e semplice apertura al soprannaturale, alla grazia, senza affermazione di
nessun contenuto, di nessuna credenza menzognera, colmatrice di vuoti - anzi,
con il riconoscimento di tutto quel che di bello e di vero v'è in ogni cultura, in
ogni tradizione religiosa. Ripetendo quasi alla lettera l'insegnamento
eckhartiano delle Istruzioni spirituali, la Weil afferma infatti che all'uomo
compete solo un opera "negativa", di purificazione, di svuotamento. Nel suo grado
più alto essa consiste in una vera e propria "decreazione" dell'io, che deve
trasformarsi da soggetto egoico in universale spirito. Ancora con perfetta aderenza
alla dottrina di Eckhart e di Margherita Porete (il cui Specchio ella lesse in inglese,
come opera di uno "sconosciuto mistico francese"), il desiderio dell'uomo deve
perciò essere un desiderio senza oggetto, la sua azione una azione non agente,
"senza perché, giacché il soprannaturale non è un oggetto da conoscere o da
conquistare, ma la luce che illumina questo mondo, per cui chi ne fa un
oggetto, lo abbassa.
La conoscenza soprannaturale non è dunque conoscenza di un oggetto
particolare, ma la vita "nel paese puro, respirabile, nel mondo della realtà",
ovvero la vita nella e della grazia, opposta a quella alienante e infernale nella
e della forza. Il paese reale è quello in cui si dispiega la bellezza del mondo,
che l'uomo libero riconosce ed ama in ogni cosa, anche nella sventura. |