RASSEGNA STAMPA

17 LUGLIO 1999
STEFANO RODOTA'
IL MERCATO E L'ETICA
RAGIONI interne e clima internazionale rendevano prevedibile un conflitto nel momento in cui il governo avrebbe deciso di dare attuazione nell'ordinamento italiano alla direttiva europea sulle biotecnologie. I Verdi non avevano mai nascosto la loro ostilità e avevano avuto un ruolo determinante nella decisione del governo di appoggiare il ricorso alla Corte di giustizia europea presentato dall'Olanda contro quella direttiva. QUESTA nettissima posizione era ovviamente destinata a irrigidirsi ancora dopo un risultato elettorale negativo attribuito proprio a un appannamento delle tematiche ambientaliste, obbligando così quel gruppo a "dire qualcosa di verde" in modo particolarmente esplicito, per riaffermare l'identità del movimento. E non poteva esservi occasione più propizia, e per certi versi obbligata, di questa.
Ma è cambiato pure il clima internazionale rispetto al momento in cui il Parlamento europeo, nel 1998, aveva approvato la direttiva dopo un percorso lungo e travagliato. Proprio nelle ultime settimane prodotti e cibi geneticamente modificati sono stati messi di nuovo in discussione in diverse sedi europee, con la decisione di alcuni Stati di stabilire una moratoria per quanto riguarda la loro utilizzazione e commercializzazione. Basta ricordare che in Inghilterra le contrapposte posizioni sono state addirittura impersonate da Blair, favorevole all'agricoltura transgenica, e dal principe Carlo, che si è fatto portatore delle ragioni degli ecologisti. Hanno così trovato nuovo e maggiore ascolto gli argomenti di un'opinione pubblica preoccupata degli effetti di un insieme di innovazioni che vengono percepite come una minaccia alla salute individuale e all'ambiente nel suo insieme e che, prevedendo la direttiva la possibilità di brevettare a particolari condizioni sequenze del genoma, fanno temere una progressiva riduzione del corpo umano a una merce tra le tante.
Sono preoccupazioni giustificate? La discussione dura da molto tempo, continua a inasprirsi e gli atteggiamenti spesso sbrigativi dell'industria non favoriscono certo un confronto sereno. In materie come queste, il ricorso al puro argomento economico, dilagante e presentato ormai come se fosse l'unico da prendere in considerazione, non può essere considerato decisivo. Vi è il timore dell'industria europea di essere tagliata fuori da un settore fondamentale della ricerca e della produzione, a vantaggio dell'industria degli Stati Uniti e del Giappone, che su questi terreni si muove con grande libertà. Ma può il solo calcolo economico obbligare a trascurare ogni altro interesse individuale e sociale? Ad esempio, il timore di deprimere il mercato dei cibi geneticamente modificati ha indotto i loro produttori a opporre ingiustificate resistenze a una loro etichettatura che fornisse ai consumatori tutte le necessarie informazioni. E questo silenzio non ha favorito il mercato, ma accresciuto i sospetti. Non basta, però, invocare una adeguata informazione dell'opinione pubblica come se si trattasse soltanto di trovare una migliore politica della comunicazione. Buona informazione vuol dire fornire dati in qualche modo decisivi sulle sperimentazioni, distinguere tra settori e tra prodotti, definire in modo chiaro le aree a rischio. Mi domando, allora, perché sia stato annunciato ora un approfondimento da parte del comitato nazionale per la biosicurezza e le biotecnologie, invece di far precedere la decisione del governo proprio da questo approfondimento e da una sua adeguata discussione da parte dell'opinione pubblica. Non vi erano tempi stretti, perché il termine per il recepimento della direttiva è fissato al 2000. E quel comitato ha dato prova di saper lavorare con severità persino eccessiva, come dimostra un suo recente parere in tema di clonazione.
Nel valutare il testo approvato dal governo bisognerà tener conto di diversi elementi, peraltro già ben noti e analizzati in tutte le discussioni internazionali. Mi limito a ricordare qui gli argomenti relativi al valore sociale di una nuova agricoltura che consentirebbe di risolvere finalmente i problemi della fame nel mondo: argomenti che, tuttavia, devono essere ben ponderati con quelli che riguardano la salvaguardia della biodiversità, il rischio della depressione delle agricolture locali e di nuove forme di sfruttamento (finora i surplus agricoli non sono stati certo utilizzati per alleviare le condizioni dei paesi più poveri). Devono essere inoltre ponderate le certezze dei danni all'ambiente provocati dall'attuale uso dei prodotti chimici con le incertezze degli effetti di un'agricoltura genetica che consentirà di fare a meno di quei prodotti. E i rischi della brevettabilità possono essere ridotti da sistemi di licenze obbligatorie e, per quanto riguarda il corpo umano, da limiti assai più severi e rassicuranti di quelli previsti dalla direttiva.
Tutto questo, ovviamente, esige una considerazione più attenta di quel che si trova oltra la sfera del puro calcolo economico. L'opinione pubblica non è solo posseduta da fantasmi. È ferita da vicende come quelle della mucca pazza e della diossina. Assiste con timore al conflitto sulle carni agli ormoni tra Europa e Stati Uniti. Le guerre commerciali stanno anche diventando, in modo sempre più marcato, "guerre sui diritti": diritto alla salute o all'ambiente o a mantenere il controllo sulle proprie informazioni, che spesso si vogliono sacrificare in nome della speditezza dei commerci.
Se in Europa si manifestano resistenze "conservatrici", può ben darsi che questo accada anche perché si vuole appunto conservare un'area di diritti forti, nella quale i consumatori riescano pure a essere cittadini. Proprio in questo modo, e ben oltre i confini dell'Unione, l'Europa comincia ad essere percepita da cittadini del mondo globalizzato. È un tema che non dovrebbe perdere d'occhio il governo italiano, ma è soprattutto uno dei grandi compiti del nuovo Parlamento e della nuova Commissione europea che proprio in questi giorni muovono i loro primi passi.
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Biotecnologie