RASSEGNA STAMPA

17 LUGLIO 1999
DARIO FERTILIO
Quando Croce anticipò i revisionisti: "Anche il fascismo ebbe dei meriti"
Il Centro Pannunzio pubblica il testo di un discorso che il filosofo tenne agli studenti nell'anno accademico '49-'50. E che fu rapidamente dimenticato
Benedetto Croce, "L'obiezione contro le "Storie dei propri tempi"", Centro Pannunzio di Torino tel. 011.8123023.
Revisionisti di ogni età, unitevi nel nome di Croce. Molto prima delle ricerche di Renzo De Felice sul regime mussoliniano, don Benedetto pronunciò un discorso all'Istituto studi storici di Napoli.
Quella lezione, rivolta agli allievi dell'anno accademico 1949-'50, suona oggi come una dichiarazione di intenti: quasi un manifesto degli intellettuali che in seguito avrebbero sfidato le ortodossie storiografiche, ossificate nelle ideologie gramsciane e nel togliattismo. Le parole di questo dimenticato "Croce revisionista" ritornano ora in un libretto pubblicato dal Centro Pannunzio di Torino, corredate da una prefazione di Sergio Romano che ne sottolinea l'attualità scottante. Perché il filosofo espone in poche pagine alcuni concetti fortemente polemici, a prima vista addirittura contraddittori. Anzitutto - ammonisce - non bisogna commettere un errore: credere che si possa scrivere su eventi passati soltanto quando le passioni ad essi collegati siano spente. Al contrario, la partecipazione e il coinvolgimento sono ingredienti necessari di ogni studio storico: ne costituiscono "il tempo reale, che è spirituale", ben distinto da quello "matematico e astratto". Attenzione però - aggiunge Croce - perché una cosa è la partecipazione morale e religiosa, capace di "trasportare l'uomo alla presenza di Dio". Ben diversa l'idea della storiografia come "maestra di vita, nel senso che essa segni schemi pratici delle azioni da compiere". Chi la pensa così si espone al determinismo, cioè all'idea che esista un rapporto meccanico fra conoscenza e prassi; confonde il divenire con il divenuto, mentre le sue valutazioni diventano "pseudogiudizi". Fuori dal linguaggio filosofico, ciò significa che Croce ammonisce gli intellettuali ad attendere la fine di un evento prima di giudicarlo. Ed eccoci al punto scottante: quale giudizio formulare sul fascismo da poco crollato? "Non scrissi quella storia - dichiara il filosofo - perché il compito che mi toccò allora fu non di fare la storia del regime fascista ma di aborrirlo". Ora però, in quell'autunno del '49 in cui la polvere incominciava già a posarsi sui ritratti del duce e dei suoi gerarchi, Croce si sentiva libero di enunciare un principio di fondo. "Se a un simile lavoro mi fossi risoluto o se potessi mai risolvermi, si stia tranquilli che non dipingerei mai un quadro tutto in nero, tutto di vergogne ed orrori... toccherei del male solo per accenni necessari al nesso del racconto, e darei risalto al bene che, molto o poco, allora venne al mondo, o alle buone intenzioni e ai tentativi, e altresì renderei aperta giustizia a coloro che si dettero al nuovo regime". Il discorso di Croce si conclude con un paradossale riconoscimento a Mussolini: "Io stesso debbo qualche gratitudine al fascismo perché m'infuse come una nuova giovinezza, riempiendomi di accresciuta operosità e di spiriti combattenti". Mezzo secolo più tardi, Sergio Romano definisce don Benedetto "il primo degli storici revisionisti", perché sosteneva "che la storia non butta via nulla, che ogni fatto risponde a una necessità e sopravvive in parte nei fatti successivi". Gli storici di sinistra che continuarono a descrivere il ventennio nero come "totalmente negativo", e si sentirono autorizzati ad imbastire il "processo a De Felice", tradirono dunque il pensiero di Croce. Ma per fortuna tutto cambia. La morte del comunismo - afferma Romano - "è stata una triplice liberazione". Ha tolto di mezzo la più pericolosa ideologia totalitaria, ci permette di scrivere una storia "in positivo" dell'Unione Sovietica e schioda il dibattito italiano sul fascismo dalla camicia di forza dell'ortodossia marxista. Se poi qualche irriducibile vuol continuare a combattere dopo che la guerra è finita, tanto peggio per lui. Toccherà ai revisionisti raccogliere l'eredità "positiva" di quelle stesse ideologie che i nostalgici vorrebbero non fossero mai morte.
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