Quando Croce anticipò i revisionisti: "Anche il
fascismo ebbe dei meriti"| Il Centro Pannunzio pubblica il testo di un discorso che il filosofo tenne agli studenti nell'anno accademico '49-'50. E che fu rapidamente dimenticato |
|
| Benedetto Croce, "L'obiezione contro le "Storie dei propri tempi"", Centro Pannunzio di Torino tel. 011.8123023. | Revisionisti di ogni età, unitevi nel nome di Croce. Molto prima delle ricerche di Renzo De Felice
sul regime mussoliniano, don Benedetto pronunciò un discorso all'Istituto studi storici di Napoli.
Quella lezione, rivolta agli allievi dell'anno accademico 1949-'50, suona oggi come una
dichiarazione di intenti: quasi un manifesto degli intellettuali che in seguito avrebbero sfidato le
ortodossie storiografiche, ossificate nelle ideologie gramsciane e nel togliattismo.
Le parole di questo dimenticato "Croce revisionista" ritornano ora in un libretto pubblicato dal
Centro Pannunzio di Torino, corredate da una prefazione di Sergio Romano che ne sottolinea
l'attualità scottante. Perché il filosofo espone in poche pagine alcuni concetti fortemente polemici,
a prima vista addirittura contraddittori. Anzitutto - ammonisce - non bisogna commettere un errore:
credere che si possa scrivere su eventi passati soltanto quando le passioni ad essi collegati siano
spente. Al contrario, la partecipazione e il coinvolgimento sono ingredienti necessari di ogni studio
storico: ne costituiscono "il tempo reale, che è spirituale", ben distinto da quello "matematico e
astratto". Attenzione però - aggiunge Croce - perché una cosa è la partecipazione morale e
religiosa, capace di "trasportare l'uomo alla presenza di Dio". Ben diversa l'idea della storiografia
come "maestra di vita, nel senso che essa segni schemi pratici delle azioni da compiere". Chi la
pensa così si espone al determinismo, cioè all'idea che esista un rapporto meccanico fra
conoscenza e prassi; confonde il divenire con il divenuto, mentre le sue valutazioni diventano
"pseudogiudizi". Fuori dal linguaggio filosofico, ciò significa che Croce ammonisce gli intellettuali
ad attendere la fine di un evento prima di giudicarlo. Ed eccoci al punto scottante: quale giudizio
formulare sul fascismo da poco crollato? "Non scrissi quella storia - dichiara il filosofo - perché il
compito che mi toccò allora fu non di fare la storia del regime fascista ma di aborrirlo". Ora però,
in quell'autunno del '49 in cui la polvere incominciava già a posarsi sui ritratti del duce e dei suoi
gerarchi, Croce si sentiva libero di enunciare un principio di fondo. "Se a un simile lavoro mi fossi
risoluto o se potessi mai risolvermi, si stia tranquilli che non dipingerei mai un quadro tutto in nero,
tutto di vergogne ed orrori... toccherei del male solo per accenni necessari al nesso del racconto, e
darei risalto al bene che, molto o poco, allora venne al mondo, o alle buone intenzioni e ai
tentativi, e altresì renderei aperta giustizia a coloro che si dettero al nuovo regime". Il discorso di
Croce si conclude con un paradossale riconoscimento a Mussolini: "Io stesso debbo qualche
gratitudine al fascismo perché m'infuse come una nuova giovinezza, riempiendomi di accresciuta
operosità e di spiriti combattenti".
Mezzo secolo più tardi, Sergio Romano definisce don Benedetto "il primo degli storici revisionisti",
perché sosteneva "che la storia non butta via nulla, che ogni fatto risponde a una necessità e
sopravvive in parte nei fatti successivi". Gli storici di sinistra che continuarono a descrivere il
ventennio nero come "totalmente negativo", e si sentirono autorizzati ad imbastire il "processo a
De Felice", tradirono dunque il pensiero di Croce.
Ma per fortuna tutto cambia. La morte del comunismo - afferma Romano - "è stata una triplice
liberazione". Ha tolto di mezzo la più pericolosa ideologia totalitaria, ci permette di scrivere una
storia "in positivo" dell'Unione Sovietica e schioda il dibattito italiano sul fascismo dalla camicia di
forza dell'ortodossia marxista. Se poi qualche irriducibile vuol continuare a combattere dopo che la
guerra è finita, tanto peggio per lui. Toccherà ai revisionisti raccogliere l'eredità "positiva" di quelle
stesse ideologie che i nostalgici vorrebbero non fossero mai morte. |