RASSEGNA STAMPA

14 LUGLIO 1999
FRANCESCO OGNIBENE
+ Giù le mani da Internet e no all'uso ideologico della tecnologia.
La provocazione di De Kerckhove
Questa Rete non è «collettiva».
Il discepolo di McLuhan polemizza con Pierre Lévy e i teorici del cyberspazio
Derrick de Kerckhove, "L'intelligenza connettiva. L'avvento della Web society", Aurelio De Laurentiis multimedia, 238 pagine, 30 mila lire
Un altolà a chi ipotizza una grande mente che annulla l'individuo. «Il Web non crea l'uomo nuovo». Che le tecnologie della comunicazione - dalla stele di Rosetta ai modem - avessero il magico potere di cambiare la nostra percezione del mondo ce lo aveva già detto Marshall McLuhan trent'anni fa. Ora però la storia ha preso a correre, e anche questo azzeccato teorema mediatico va aggiornato. Nel passaggio dal materiale al digitale si sta infatti affermando «un nuovo tipo di coscienza connessa» perché «nell'ambiente software predominante che la tecnologia sta costruendo per noi ogni pensiero si connette in qualche modo, immediatamente». È l'ultima intuizione di Derrick de Kerckhove, che all'Università di Toronto ha raccolto l'eredità del massmediologo canadese, del quale è stato discepolo per dieci anni. Le reti informatiche stese tra i computer non avrebbero dunque solo reso infinitamente più rapida la circolazione di dati ma starebbero anche creando una nuova forma di sapere e di autocoscienza umana grazie alla sintonia tra la macchina e la mente, l'una resa supporto docile del pensiero generato dall'altra: «Internet - afferma de Kerckhove - ci fa accedere a un ambiente vivo, pressoché organico, di milioni di intelligenze umane perpetuamente al lavoro su qualcosa o su tutto con potenziale rilevanza per qualcuno e per tutti». Gli archivi di ogni genere si smaterializzano trasferendosi dalla carta alla rete, aperta a chiunque sappia usare un computer connesso a una linea telefonica. Tanto che «adesso si può accedere alla memoria mondiale come alla propria». L'effetto di questa sola possibilità sarebbe dirompente: «È una nuova condizione cognitiva che chiamo webness», cioè «connessione»: non una semplice sommatoria di bit o di intelligenze, ma un nuovo tessuto culturale, che vive di un intreccio di contatti in tutte le direzioni. Si sa che tra il profeta e il visionario il passo è breve. Ma a scorrere l'ultima raccolta di saggi di Derrick de Kerckhove L'intelligenza connettiva. L'avvento della Web society (Aurelio De Laurentiis multimedia, 238 pagine, 30 mila lire, in libreria da settembre insieme a un cd-rom), presto o tardi si resta affascinati da uno scenario anti-apocalittico, secondo lo stile dello studioso olandese-canadese. Un tranquillante realistico contro lo stress da "grande fratello informatico", ma non un sonnifero.
Anzi. Non si può pensare che la connessione simultanea di milioni di computer che cercano informazioni gli uni nei chip degli altri sia privo di impatti sulla percezione del mondo negli altrettanti milioni di utenti che cliccano per mestiere, passatempo o curiosità davanti ai loro schermi baluginanti. È dalla convergenza caotica di questa enorme potenza comunicativa - una sorta di "intelligenza amplificata" - che prende corpo la nuova «sensibilità connettiva», figlia della velocità delle macchine informatiche, del loro incessante dialogo e della coscienza di far parte di una comunità sconfinata. Dalla tivù al Web il passo è lungo quanto quello dalla massa alla persona. Secondo de Kerckhove, oggi la tecnologia informatica produce infatti più "intelligenza" che "memoria", più creazione che riproduzione. «La connettività - scrive de Kerckhove - è una delle risorse più potenti del genere umano. È una delle condizioni per la crescita accelerata della produzione intellettuale». Ma cos'è la «connettività»? «È la tendenza delle entità separate a essere unite da un collegamento o da una relazione». E quando il collegamento si apre, l'effetto è simile alla crescita esplosiva del sistema nervoso umano nei primi anni di vita. Gli utenti di Internet sono come i neuroni del cervello: vivono solo se interconnessi (guarda caso, attraverso un impulso elettrico, come i computer) e generano idee esclusivamente lavorando insieme. In breve: sulla rete digitale sta nascendo una nuova forma di intelligenza, definita «connettiva» per le sue proprietà simili a quelle del pensiero.
Proprio questa analogia spiegherebbe lo sviluppo sbalorditivo della rete: «Internet sta facendo crescere esponenzialmente le connessioni come un cervello in stato di pieno apprendimento. Nella storia passata della radio, della televisione, dei computer non ci sono precedenti di una tale corsa ad acquisire ciò che è ancora una tecnologia immatura». Quest'intelligenza condivisa è una «mente» sempre in funzione, «alla quale ci si attacca o dalla quale ci si stacca senza incidere sull'integrità della struttura». Ma non è un fantasma. De Kerckhove, che non ama la polemica frontale, si concede qui l'unica stoccata, perdipiù indiretta, al concetto rivale di «intelligenza collettiva» cui il filosofo francese Pierre Lévy ha dedicato nel '94 un intero libro (edito in Italia da Feltrinelli). La differenza tra le due «intelligenze» sta in una banale coppia di consonanti, ma non potrebbe essere più radicale. Quella «collettiva» di Lévy, in auge nella cultura antagonista che rivendica la primogenitura e quasi il possesso di Internet, consiste in una mobilitazione di individui armati di mouse contro poteri e istituzioni che diffondono cultura, notizie e valori attraverso i mass media. Internet diventa una formidabile leva antiautoritaria, democratica, anzi, anarchica, tanto da non poter tollerare alcuna forma di "controllo" e di "censura". L'intelligenza collettiva, dna della nuova «antropologia del cyberspazio», è «un cervello che pensa in assenza di un centro». Dentro il magma di Internet ogni idea pesa quanto qualsiasi altra: e Lévy può serenamente scrivere che «l'evoluzione tecnica ha reso la trascendenza obsoleta». Clic, Dio è morto. De Kerckhove bolla (in nota) addirittura come «fascista» quest'approccio, considerando inaccettabile l'uso ideologico della tecnologia sfruttata come pretesto per tentare una volta ancora l'avventura dell'"uomo nuovo", privo di memoria e di coscienza personale. Al contrario, l'«intelligenza connettiva» allarga i nostri confini mettendo l'intero pianeta alla portata della mente, tornata universale. Non è solo un'eco del "villaggio globale", è un ampliamento della morale: «Stiamo diventando responsabili per quella parte di noi che ora si estende fino in fondo alla Terra e attorno a essa. L'io egoista cerca una controparte nel mondo percepito in quanto estensione di sé». Le conseguenze sono opposte a quelle di Lévy: «Con macchine molto simili alla condizione della mente e con menti umane che si connettono attraverso il tempo e lo spazio, il futuro può e dovrebbe essere più una questione di scelta che di destino». E la scelta non può che pescare in quella sfera interiore dove la complessità dell'«intelligenza connettiva» trova una sintesi, oltre i limiti della ragione: «Come un integratore di ordini complessi, la spiritualità è simile all'elaborazione dell'informazione, che ha luogo a una tale velocità che tutto diventa limpido». La «cruda strategia di sopravvivenza, nostro precedente principio guida, non è abbastanza precisa per dirci che cosa fare». Siamo al punto in cui «diventa indispensabile un principio fondamentale integrante, che include tutto». L'autore della Civilizzazione video-cristiana tira le somme, e ce le mette in mano: la «webness» coinvolge sempre più «il nostro pensiero, il nostro sentimento e il nostro senso dell'essere totale», tutti «indicatori di ciò che dovremmo fare». Anche perché alla vertiginosa velocità dei bit «o ci si schianta, o ci si integra».
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