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Giù le mani da Internet e no all'uso ideologico della tecnologia.La
provocazione di De Kerckhove Questa Rete non è «collettiva». Il discepolo di McLuhan polemizza con Pierre Lévy e i teorici del cyberspazio |
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| Derrick de Kerckhove, "L'intelligenza connettiva. L'avvento della Web
society", Aurelio De Laurentiis multimedia, 238 pagine, 30 mila lire | Un altolà a chi ipotizza una grande mente che annulla l'individuo. «Il Web non crea l'uomo
nuovo». Che le tecnologie della comunicazione - dalla stele di Rosetta ai modem - avessero
il magico potere di cambiare la nostra percezione del mondo ce lo aveva già detto
Marshall McLuhan trent'anni fa. Ora però la storia ha preso a correre, e anche
questo azzeccato teorema mediatico va aggiornato. Nel passaggio dal materiale al
digitale si sta infatti affermando «un nuovo tipo di coscienza connessa» perché
«nell'ambiente software predominante che la tecnologia sta costruendo per noi ogni
pensiero si connette in qualche modo, immediatamente». È l'ultima intuizione di
Derrick de Kerckhove, che all'Università di Toronto ha raccolto l'eredità del
massmediologo canadese, del quale è stato discepolo per dieci anni.
Le reti informatiche stese tra i computer non avrebbero dunque solo reso
infinitamente più rapida la circolazione di dati ma starebbero anche creando una
nuova forma di sapere e di autocoscienza umana grazie alla sintonia tra la macchina
e la mente, l'una resa supporto docile del pensiero generato dall'altra: «Internet -
afferma de Kerckhove - ci fa accedere a un ambiente vivo, pressoché organico, di
milioni di intelligenze umane perpetuamente al lavoro su qualcosa o su tutto con
potenziale rilevanza per qualcuno e per tutti». Gli archivi di ogni genere si
smaterializzano trasferendosi dalla carta alla rete, aperta a chiunque sappia usare un
computer connesso a una linea telefonica. Tanto che «adesso si può accedere alla
memoria mondiale come alla propria». L'effetto di questa sola possibilità sarebbe
dirompente: «È una nuova condizione cognitiva che chiamo webness», cioè
«connessione»: non una semplice sommatoria di bit o di intelligenze, ma un nuovo
tessuto culturale, che vive di un intreccio di contatti in tutte le direzioni.
Si sa che tra il profeta e il visionario il passo è breve. Ma a scorrere l'ultima raccolta
di saggi di Derrick de Kerckhove L'intelligenza connettiva. L'avvento della Web
society (Aurelio De Laurentiis multimedia, 238 pagine, 30 mila lire, in libreria da
settembre insieme a un cd-rom), presto o tardi si resta affascinati da uno scenario
anti-apocalittico, secondo lo stile dello studioso olandese-canadese. Un tranquillante
realistico contro lo stress da "grande fratello informatico", ma non un sonnifero.
Anzi.
Non si può pensare che la connessione simultanea di milioni di computer che
cercano informazioni gli uni nei chip degli altri sia privo di impatti sulla percezione del
mondo negli altrettanti milioni di utenti che cliccano per mestiere, passatempo o
curiosità davanti ai loro schermi baluginanti. È dalla convergenza caotica di questa
enorme potenza comunicativa - una sorta di "intelligenza amplificata" - che prende
corpo la nuova «sensibilità connettiva», figlia della velocità delle macchine
informatiche, del loro incessante dialogo e della coscienza di far parte di una
comunità sconfinata. Dalla tivù al Web il passo è lungo quanto quello dalla massa
alla persona. Secondo de Kerckhove, oggi la tecnologia informatica produce infatti
più "intelligenza" che "memoria", più creazione che riproduzione. «La connettività -
scrive de Kerckhove - è una delle risorse più potenti del genere umano. È una delle
condizioni per la crescita accelerata della produzione intellettuale».
Ma cos'è la «connettività»? «È la tendenza delle entità separate a essere unite da un
collegamento o da una relazione». E quando il collegamento si apre, l'effetto è simile
alla crescita esplosiva del sistema nervoso umano nei primi anni di vita. Gli utenti di
Internet sono come i neuroni del cervello: vivono solo se interconnessi (guarda caso,
attraverso un impulso elettrico, come i computer) e generano idee esclusivamente
lavorando insieme. In breve: sulla rete digitale sta nascendo una nuova forma di
intelligenza, definita «connettiva» per le sue proprietà simili a quelle del pensiero.
Proprio questa analogia spiegherebbe lo sviluppo sbalorditivo della rete: «Internet
sta facendo crescere esponenzialmente le connessioni come un cervello in stato di
pieno apprendimento. Nella storia passata della radio, della televisione, dei
computer non ci sono precedenti di una tale corsa ad acquisire ciò che è ancora una
tecnologia immatura».
Quest'intelligenza condivisa è una «mente» sempre in funzione, «alla quale ci si
attacca o dalla quale ci si stacca senza incidere sull'integrità della struttura». Ma non
è un fantasma. De Kerckhove, che non ama la polemica frontale, si concede qui
l'unica stoccata, perdipiù indiretta, al concetto rivale di «intelligenza collettiva» cui il
filosofo francese Pierre Lévy ha dedicato nel '94 un intero libro (edito in Italia da
Feltrinelli). La differenza tra le due «intelligenze» sta in una banale coppia di
consonanti, ma non potrebbe essere più radicale. Quella «collettiva» di Lévy, in
auge nella cultura antagonista che rivendica la primogenitura e quasi il possesso di
Internet, consiste in una mobilitazione di individui armati di mouse contro poteri e
istituzioni che diffondono cultura, notizie e valori attraverso i mass media. Internet
diventa una formidabile leva antiautoritaria, democratica, anzi, anarchica, tanto da
non poter tollerare alcuna forma di "controllo" e di "censura". L'intelligenza collettiva,
dna della nuova «antropologia del cyberspazio», è «un cervello che pensa in assenza
di un centro». Dentro il magma di Internet ogni idea pesa quanto qualsiasi altra: e
Lévy può serenamente scrivere che «l'evoluzione tecnica ha reso la trascendenza
obsoleta». Clic, Dio è morto.
De Kerckhove bolla (in nota) addirittura come «fascista» quest'approccio,
considerando inaccettabile l'uso ideologico della tecnologia sfruttata come pretesto
per tentare una volta ancora l'avventura dell'"uomo nuovo", privo di memoria e di
coscienza personale. Al contrario, l'«intelligenza connettiva» allarga i nostri confini
mettendo l'intero pianeta alla portata della mente, tornata universale. Non è solo
un'eco del "villaggio globale", è un ampliamento della morale: «Stiamo diventando
responsabili per quella parte di noi che ora si estende fino in fondo alla Terra e
attorno a essa. L'io egoista cerca una controparte nel mondo percepito in quanto
estensione di sé». Le conseguenze sono opposte a quelle di Lévy: «Con macchine
molto simili alla condizione della mente e con menti umane che si connettono
attraverso il tempo e lo spazio, il futuro può e dovrebbe essere più una questione di
scelta che di destino». E la scelta non può che pescare in quella sfera interiore dove
la complessità dell'«intelligenza connettiva» trova una sintesi, oltre i limiti della
ragione: «Come un integratore di ordini complessi, la spiritualità è simile
all'elaborazione dell'informazione, che ha luogo a una tale velocità che tutto diventa
limpido». La «cruda strategia di sopravvivenza, nostro precedente principio guida,
non è abbastanza precisa per dirci che cosa fare». Siamo al punto in cui «diventa
indispensabile un principio fondamentale integrante, che include tutto». L'autore
della Civilizzazione video-cristiana tira le somme, e ce le mette in mano: la
«webness» coinvolge sempre più «il nostro pensiero, il nostro sentimento e il nostro
senso dell'essere totale», tutti «indicatori di ciò che dovremmo fare». Anche perché
alla vertiginosa velocità dei bit «o ci si schianta, o ci si integra». |