| Al cervello del genio non serve avere un buon peso | Fin dall'epoca di Cartesio si discute tra scienziati e filosofi di quale rapporto esista tra il cervello con la sua struttura e i suoi circuiti e la mente con le sue funzioni come l'intelligenza, la cognizione, l'affettività, la memoria, la simbolizzazione e il pensiero. Il problema si è ripresentato in tutta la sua complessità per la pubblicazione su "Lancet" (autorevole rivista medica britannica) di uno studio anatomico sul cervello di Albert Einstein da parte della dottoressa Sandra Witelson dell'Università MacMaster di Hamilton in Canada. Albert Einstein, il grande fisico e matematico svizzero, muore a Princeton nel 1955 all'età di 76 anni. Il suo cervello viene rimosso dal Dr. Thomas Harvey, fotografato, pesato, misurato e sezionato in 240 fettine per essere studiato dai neuropatologi. Ma per trent'anni il cervello di questo genio rimane nella formaldeide, finché nel 1985 la dottoressa Diamond dell'Università di Berkeley fa uno studio a livello microscopico dimostrando che nella corteccia del cervello di Einstein c'è un numero di cellule gliali (di sostegno e nutritive delle cellule cerebrali) maggiore del normale. Di qui l'azzardata ipotesi di questa ricercatrice che le eccezionali qualità immaginative, creative e matematiche di Einstein fossero dovute a questa "anormale" produzione di cellule gliali. L'ipotesi fece un po' sorridere molti neuroscienziati. Ora è la volta della dottoressa Sandra Witelson che analizza il cervello di Albert Einstein dal punto di vista macroscopico e osserva che, mentre il suo peso e il suo volume non si discostano dalla media, la conformazione del lobo parientale di ambedue gli emisferi avrebbe alcune caratteristiche particolari.
La dottoressa Witelson, anche se con prudenza, avanza l'ipotesi forte che un'area tanto ampia e con particolari "anomalie" rappresenterebbe una funzione corticale altamente integrata e un correlato neuronale dell'"intelligenza" e delle attitudini cognitive, creative e simbolico-matematiche di Einstein. L'autrice basa questa ipotesi sull'idea di Ramony Cajal, padre della neuroistologia, che la ricchezza delle connessioni dei circuiti cerebrali è da considerare come la base anatomica appunto dell'intelligenza, ma l'ipotesi della dottoressa Witelson solleva molte perplessità. Innanzitutto è difficile ricostruire una conformazione cerebrale, anche se limitata al lobo parietale, in un cervello sezionato in 240 fettine e tenuto in formaldeide per 45 anni. Inoltre, anche se questa "anomalia" anatomica fosse confermata, è difficile estrapolare da questa una particolare intelligenza di Einstein. In realtà
si tratta del rapporto tra il cervello e la mente, cioè tra l'anatomia e la cultura dell'uomo. Le capacità intellettive umane, infatti, sono una integrazione complessa di esperienze cognitive ed affettive che non possono essere tenute separate. E' vero che il lobo parietale, soprattutto nelle aree posteriori del giro angolare e sopramarginale, presiede alle funzioni integrative visuo-somatiche, alla capacità simbolica dell'individuo ed anche delle funzioni semantiche del linguaggio (nell'emisfero sinistro). Ma è anche vero che l'intelligenza nella sua complessità cognitiva ed affettiva non può essere ricondotta ad una singola area cerebrale. Le funzioni intellettive sono l'espressione di un patrimonio genetico, ma anche di una operazione di modellamento da parte dell'ambiente affettivo e culturale sul cervello del bambino, sulle sue sinapsi e circuiti neuronali. Tuttavia è oggi confermato dalla ricerca psicologica e psicoanalitica che dall'incontro del desiderio del bambino con la realtà ambientale (e la madre è la prima e più significativa rappresentante di questa realtà) e sulla base di un patrimonio genetico di carattere psicologico e non solo anatomico nascono le prime rappresentazioni che, fortemente investite di affetti, verranno a costituire la personalità del bambino e il suo patrimonio cognitivo, fantastico e culturale. Da qui scaturisce il problema che lo stesso Edelman ha sollevato del rapporto che può esistere tra darwinismo neurale e darwinismo mentale. Mentre per questo autore esiste un isomorfismo tra sviluppo del cervello e sviluppo della mente, io credo invece che ci siano evidenze per ammettere che lo sviluppo del cervello segua le leggi darwiniane dell'evoluzione ma non lo sviluppo della mente che, espresso dalla cultura, ha avuto un decorso molto rapido che non si concilia con le leggi di Darwin. Pertanto non è accettabile l'idea che l'anatomia sia il destino di noi uomini pensanti. Come dice lo stesso Stephen Gould, ciò che è avvenuto dall'Homo Sapiens a noi è più il prodotto di un'evoluzione culturale che di una evoluzione cerebrale. E Harry Jerison, per il quale l'uomo è il prodotto del suo processo di encefalizzazione (cioè dell'aumento del rapporto tra massa del suo cervello e dimensioni del suo corpo), ammette che la mente dell'uomo si sviluppa essenzialmente attraverso la sua cultura. Per evitare un rigurgito lombrosiano, dobbiamo ricordare che sono i complessi rapporti del bambino con il suo patrimonio genetico e dell'ambiente con le sue specificità relazionali e culturali a organizzare la mente dell'uomo. Qui giocano un ruolo centrale le sue esperienze affettive e cognitive primarie, le capacità dei genitori di stimolare il bambino. Da questa interazione nascono le prime identificazioni che creano rappresentazioni interne quali pietre fondanti il mondo psichico del bambino e quindi dell'uomo, le sue capacità di significazione e di comunicazione come tessere di un più complesso mosaico che siamo soliti chiamare intelligenza. |