RASSEGNA STAMPA

7 LUGLIO 1999
AUGUSTO ILLUMINATI
LAICI FURORI MANDATI AL ROGO
Da Lorenzo de' Medici a Tasso e Giordano Bruno, l'influenza della filosofia di Averroé e della mistica razionale nella letteratura italiana.
L'ultimo lavoro di Antonio Gagliardi
Antonio Gagliardi, "Scritture e storia: averroismo e cristianesimo", ed. Rubbettino, Soveria Mannelli, 1988, pp. 219, L. . 26.000
D a vari anni Antonio Gagliardi conduce isolatamente una ricerca di grande interesse sulla presenza di un'ispirazione averroista nella letteratura italiana, che ha precedenti soltanto nello sterminato e altrettanto controcorrente lavoro di Bruno Nardi negli anni '40 e '50 e in più recenti contributi di Maria Corti, Cesare Vasoli e Giorgio Agamben. In particolare egli ha concentrato le sue ricerche sull'evoluzione di Dante (Ulisse e Sigieri di Brabante, 1992, La tragedia intellettuale di Dante. Il Convivio, 1994, Guido Cavalcanti e Dante. Una questione d'amore, 1997 - tutti presso l'editore Pullano di Catanzaro), mostrandovi lo scontro fra la pretesa di conoscenza filosofica integrale e di felicità intellettuale raggiungibile su questa terra (in ista vita, et non in alia, come recita la tesi 172 fra quelle condannate solennemente a Parigi nel 1277) e la rinuncia religiosa all'autosufficienza filosofica, ripagata con la visione di Dio dopo la morte. Il tema è ripreso in questo libro - Antonio Gagliardi, Scritture e storia: averroismo e cristianesimo ed. Rubbettino, Soveria Mannelli, 1988, pp. 219, L. . 26.000 - allargando il discorso, dopo un fondamentale capitolo di impostazione, a un poemetto di Lorenzo de' Medici, a un dialogo di Sperone Speroni, amico e consulente di Torquato Tasso, e infine - con risultati adeguati allo spessore dei personaggi - allo stesso Tasso dei Dialoghi (finora assai trascurati da un punto di vista di storia delle idee) e a Giordano Bruno, sulle cui componenti averroiste esisteva già una discreta anche se non proprio copiosa letteratura.
Nel primo capitolo Gagliardi contrappone sistematicamente la tesi averroista che l'uomo possa pervenire a conoscere tutte le cose, comprese le sostanze separate, e la tesi cristiana (significativamente espressa da Tommaso, che molto doveva alla noetica averroista) per cui la piena conoscenza e la visione di Dio sono possibili solo dopo la morte, dando per scontata la vera fede e l'ammissione ecclesiale al Paradiso. Fra posizione filosofica e religiosa passa un insuperabile antagonismo, che non solo contrappone gruppi diversi, ma (come nel caso di Dante) attraversa drammaticamente le singole biografie intellettuali. Gagliardi individua giustamente in Averroé e nel suo interprete Sigeri (ma in parallelo aggiungerei il Maimonide esoterico) i rappresentanti decisivi del partito filosofico, i cui strumenti complementari sono una dottrina dell'intelletto materiale unico per tutta la specie e un'ideologia della felicità intellettuale da conseguirsi mediante la congiunzione con l'Intelligenza Agente. Non si tratta di ateismo (sebbene, a mio parere, almeno in Cavalcanti si delinei questo esito), ma di conflitto, in area islamica, ebraica e cristiana, fra il Dio persona monoteistico e il Dio della metafisica - motore immobile e causa finale ultima. Non si tratta neppure di un'influenza averroista pura, perché l'anelito salvifico realizzabile con mezzi filosofici e la mistica razionale sono patrimonio anche di altre tradizioni, come il neoplatonismo e l'ermetismo (ma io, con un occhio a Spinoza, penserei anche allo stoicismo), così che non meraviglia ritrovarle commiste in molta letteratura rinascimentale e infine nella grande sintesi di Bruno, ma Averroé fornisce il massimo orizzonte teoretico, che si autolegittima come dottrina scientifica senza scivolare in nuova religione o gnosi.
Il commentario al De anima aristotelico aveva del resto segnato (come comprese Federico II che l'aveva fatto tradurre dal suo mago personale Michele Scoto) la prima storia laica dell'uomo e dell'umanità, un programma laico di redenzione e felicità. Conoscendo tutto si diventa simili a Dio in sapienza e potenza e l'uomo si fa progetto di sé nella cooperazione che attualizza pubblicamente l'intelletto materiale collettivo. Nei capitoli successivi viene discussa l'allegoria pastorale De summo bono di Lorenzo de' Medici, che oppone alla prospettiva averroista della felicità in vita del saggio e alla preparazione razionale tomista alla visione di Dio dopo la morte la via volontaristica del cuore e dell'amore, secondo un'impostazione agostiniana che aveva avuto il massimo fautore in Bonaventura da Bagnoregio e del resto consonava con gli ideali della cerchia neoplatonica di Marsilio Ficino. In questa erotica teologia Dio è però ancora in gran parte il Dio dei filosofi, platonicamente personalizzato e amabile, ma privo della mediazione umana e redentrice del Cristo - "mestier non era parturir Maria", per dirla con Dante. Di Speroni e Tasso abbiamo già detto: in quest'ultimo la dimensione conflittuale e il dubbio religioso e filosofico conquistano una dimensione nuova, segnata da Riforma e Controriforma e che già prelude alla disperata dismisura barocca. Ma i risultati più convincenti, anche alla luce di certe fin troppo riveriste encicliche su fede e ragione, vengono ottenuti nell'ultimo capitolo: Giordano Bruno, la visione e l'ascolto. L'averroismo di Bruno è molto sui generis, stante il corto circuito (con molti precedenti rinascimentali e una probabile eredità spinoziana) che egli opera fra l'Anima mundi stoico-platonica e l'anima intellettiva unica separata dal corpo come pilota nella nave. Comunque i sagaci inquisitori (fra cui il non dimenticato "san" Roberto Bellarmino) lo abbruciarono anche per questo (capo settimo delle imputazioni). L'originale identificazione della memoria con la caverna platonica, punto d'avvio per l'itinerario a Dio sole ricalca il percorso averroista dai fantasmi immaginativi alla conoscenza verace illuminata dall'Intelligenza Agente e culminante con la congiunzione dell'intelletto materiale umano con essa, almeno in alcuni casi privilegiati.All'ascolto docile della parola rivelata Bruno oppone la potente autonomia della visione, secondo l'antica metafora aristotelica e averroista degli animali che possono contemplare il sole anche se il pipistrello non ci riesce. L'uomo può conoscere e diventare tutto, fondendosi nel respiro panteistico del cosmo e lasciando all'asinina ignoranza religiosa l'attesa della visione salvifica nell'al di là: "che val studiare... La santa asinità di ciò non cura; / ma con man gionte e'n ginocchion vuol stare / aspettando da Dio la sua ventura. / Nessuna cosa dura, / eccetto il frutto dell'eterna requie, /la qual ne done Dio dopo l'essequie" - ricordiamoci dei versi introduttivi alla Cabala del cavallo pegaseo quando nel 2000 si celebrerà a Roma il Giubileo in piazza S. Pietro e in Campo de Fiori l'anniversario del glorioso rogo del 17 febbraio 1600.
inizio pagina
vedi anche
Storia della filosofia