RASSEGNA STAMPA

6 LUGLIO 1999
LUIGI PERISSINOTTO
WITTGENSTEIN IL MONDO RIFLESSO NELLA CONTINGENZA
Etica e logica, inseparabili nella "Lettura del Tractatus" di Wittgenstein proposta da Massimo De Carolis per Cronopio
La centralità e l'influenza del pensiero di Wittgenstein nella filosofia ma, più in generale, nella cultura contemporanea sono dati che difficilmente qualcuno proverebbe a contestare. Più difficile è capire e dire come questa centralità e influenza si siano dispiegate concretamente e, soprattutto, fino a che punto continuino ad agire. Questione tanto più ardua da dipanare se si considera che ormai da tempo Wittgenstein non è più il filosofo che la tradizione filosofico-analitica annoverava tra i propri padri fondatori (o, meglio, è ormai da tempo un padre verso cui la tentazione del parricidio è, tra gli analitici, sempre più forte e diffusa) né è ancora (e verosimilmente mai lo sarà) un filosofo che riesca a dissipare le antiche e radicate diffidenze della cosiddetta "filosofia continentale". Queste considerazioni possono venire condivise senza troppe difficoltà per quanto riguarda la dimensione culturale della presenza di Wittgenstein, la quale è, nella sostanza, ancora tutta da indagare. Non mancano certamente nella letteratura i riferimenti all'importanza che egli ha avuto, almeno nel corso degli anni Sessanta, per l'artista inglese, di origine italiana Edoardo Paolozzi, o al ruolo fondamentale che la sua filosofia ha giocato nell'ambito dell'arte concettuale (si pensi a Joseph Kosuth). Allo stesso modo si trovano spesso citati autori e opere di musica, teatro e cinema che a Wittgenstein si sono ispirati e che con Wittgenstein si sono misurate. Ma si tratta, per l'appunto, di elenchi che fanno solo rimpiangere l'assenza di esplorazioni più ravvicinate e meno episodiche.
Ben diversa sembrerebbe essere la situazione in ambito strettamente filosofico, dove l'opera di Wittgenstein ha dato luogo negli ultimi decenni a una mole impressionante, ormai decisamente incontrollabile anche per lo studioso più scrupoloso, di libri e saggi, che però, nella grande maggioranza assumono, quando va bene, la forma del commento, talora indubbiamente molto utile e perspicuo, a questo o a quel testo di Wittgenstein; e quando va male, e spesso purtroppo va decisamente male, riespongono la presunta filosofia wittgensteiniana nella forma di un insieme di tesi, dimenticando o trattando come una stravaganza filosoficamente priva di reali conseguenze l'avvertenza che Wittgenstein ha sempre premesso alla sua opera: che la filosofia non è una dottrina, bensì un'attività (così si legge nella proposizione 4.112 del Tractatus logico-philosophicus); ossia, che in filosofia non ha davvero senso proporre tesi (così può essere letto il paragrafo 128 delle Ricerche filosofiche). Il punto non è secondario e liquidabile con qualche giochetto formale, del tipo: che non vi siano tesi, è anch'essa una tesi. Come mostra bene Massimo De Carolis nel libro che ha dato occasione a queste riflessioni, questa idea del filosofare sta addirittura al cuore del progetto del Tractatus per il quale la filosofia, proprio e anzitutto perché è chiamata ad aprire la via a una "visione giusta" del mondo, si distingue in linea di principio dalla scienza, ossia (secondo il significato insieme generalissimo e determinato che la parola "scienza" ha in Wittgenstein) da ogni sapere composto di proposizioni che hanno senso perché possono essere essenzialmente vere o false. Da questo punto di vista, che è il punto sia del Tractatus che delle successive Ricerche filosofiche, l'idea stessa di "proposizione filosofica" è un nonsenso. Non migliore è la situazione se ci rivolgiamo al modo in cui molti filosofi si sono messi in relazione all'eredità di Wittgenstein. In effetti, a Wittgenstein è spesso (anche se, ovviamente, non sempre) accaduto di essere un filosofo che, quasi unanimemente onorato per la sua grandezza inarrivabile, viene poi o pressoché dimenticato nel lavoro filosofico concreto oppure assunto come una autorità a cui appellarsi per dare forza alle proprie tesi. Basti pensare a quanti filosofi (da Apel a Davidson) ancora oggi citano con deferente approvazione il presunto argomento di Wittgenstein contro l'idea stessa di un linguaggio privato, sentendosi con questo assolti sia dal compito di capire se nelle Ricerche filosofiche vi sia effettivamente un argomento del genere (e prima ancora se, ed eventualmente in quale senso, vi siano nelle Ricerche degli argomenti filosofici) sia di misurarsi con questo presunto argomento in una forma che non sia quella del mero appello all'autorità: "dopo Wittgenstein non si può più..."; e perché mai non si potrebbe più?
Nel suo libro dedicato al Tractatus De Carolis sceglie una via che mi sembra allo stato attuale la più feconda. Il suo, infatti, è insieme un commento che cerca di rendere intelligibile il Tractatus nelle sue articolazioni e nelle sue mosse essenziali e un confronto con la forza filosofica di questa opera che non può che apparire straordinaria, nel senso letterale della parola. In particolare, ciò su cui De Carolis giustamente insiste è l'ispirazione unitaria sia del Tractatus - il lavoro che Wittgenstein non esitò a definire l'opera della sua vita e che scrisse e completò durante gli anni della prima guerra mondiale - sia dell'intero percorso filosofico wittgensteiniano.
Nel caso del Tractatus ciò significa radicalmente contestare, seguendo peraltro le esplicite indicazioni dello stesso autore, ogni lettura che separi la parte logica dell'opera da quella etica. Il famoso aneddoto riferito da Russell è, da questo punto di vista, particolarmente significativo: "stai pensando alla logica o ai tuoi peccati" avrebbe chiesto a Wittgenstein che a ora tarda andava su e giù nella stanza senza parlare. "A entrambi" sarebbe stata la risposta. Insistere sull'unitarietà dell'opera non equivale però semplicemente a rivendicare, contro la lettura neopositivistica che si fermava alle soglie della parte conclusiva valutando del tutto marginali le considerazioni sul senso della vita e del mondo, la essenziale dimensione etica del Tractatus; ma anche, e direi soprattutto, a insistere sulla fondamentale unità di logica e etica. Da questo punto di vista, De Carolis considera giustamente la posizione di chi privilegia l'etica rispetto alla logica del tutto speculare a quella di chi, all'inverso, fa del versante etico una mera appendice del progetto logico. Ma se il Tractatus non è un'opera internamente scissa, non lo è neppure, secondo De Carolis, la filosofia di Wittgenstein, considerata nel suo complesso. L'immagine a lungo prevalsa di un "primo" Wittgenstein, autore del Tractatus e ispiratore del neopositivismo, e di un "secondo" Wittgenstein, ispiratore della filosofia analitica del linguaggio ordinario, è qui decisamente rigettata, come mostra, tra l'altro, la scelta di servirsi dell'intera opera per interpretare il suo primo grande testo. E' come se Wittgenstein avesse sempre lavorato a un unico libro, di cui il Tractatus sarebbe solo una delle provvisorie stesure. Al centro di questo lavoro continuo e snervante vi è, secondo De Carolis, un movente fondamentale: l'idea che la vita e il mondo possano essere affrancati da quella problematicità, che la scienza non fa altro che assumere e enfatizzare, non attraverso l'accesso a un presunto ordine necessario (non contingente) delle cose, bensì imparando a vedere nella contingenza "l'espressione adeguata dell'unitotalità del mondo".
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