RASSEGNA STAMPA

4 LUGLIO 1999
ARMANDO MASSARENTI
Cosa resta di Nietzsche
Non titano del pensiero ma ottimo scrittore e pessimo consigliere pratico
"Nietzsche", a cura di Maurizio Ferraris, con saggi di Alessandro Arbo, Maurizio Ferraris, Tonino Griffero, Pietro Kobau, Gherardo Ugolini, Laterza, Roma-Bari 1999, pagg. 420, L. 39.000.
"Ho tentato di negare tutto; oh, distruggere è facile, ma ricostruire!", scriveva Nietzsche in una delle sue ultime note. E in questa frase si ritrova intera quell'onestà e quel rigore con se stesso che resta, anche per il lettore di oggi, uno dei suoi maggiori pregi. Ma sia quando "negava" o distruggeva, filosofando "con il martello", sia quando cercava maldestramente di "ricostruire", gli strumenti che aveva tra le mani erano quelli tipici della sua epoca: quelli mutuati dalla filosofia positivista o direttamente dalle scienze, tra cui soprattutto la fisica e la fisiologia.
Tra i molti pregiudizi che Maurizio Ferraris - curatore della guida a Nietzsche pubblicata da Laterza - intende confutare, "il maggiore" riguarda proprio "l'idea che Nietzsche fosse critico della scienza e un avversario del positivismo. In fondo, già all'epoca dell'insegnamento basilese, e poi sistematicamente dopo il pensionamento, Nietzsche lesse anzitutto di scienza, e la sua ricerca appare per moltissimi versi quella di un positivista postkantiano, attento a giustificare l'eterno ritorno con la termodinamica, e la volontà di potenza con la biologia", oltre che ad usare le conoscenze scientifiche per demolire le ipocrisie della morale corrente.
Eterno ritorno e volontà di potenza, i due pilastri del Nietzsche "costruttivo", sono buone cartine di tornasole per comprendere la falsità, o perlomeno la parzialità, di certe immagini correnti. Sull'eterno ritorno difeso come ipotesi fisica si minimizza costantemente, anche se è evidente che egli teneva moltissimo a quella patente di scientificità, mentre sulla volontà di potenza a lungo ci si è persuasi che si trattasse soprattutto del brutto titolo di un'opera, confezionata postuma dalla sorella Elisabeth, che egli non aveva e non avrebbe mai voluto scrivere. Ferraris, che nel '92 ha curato insieme a Pietro Kobau l'edizione italiana di quel libro, ha invece mostrato che le tesi più mostruose che conteneva - considerate precorritrici del nazismo - erano proprio di Nietzsche, e che la sorella non aveva falsificato nulla ma semplicemente ordinato una parte dei frammenti seguendo gli schemi da lui indicati.
Di Nietzsche ci è stata trasmessa, a partire dalla stessa Elisabeth e poi soprattutto da Heidegger, l'immagine del titano del pensiero, del mito vivente. Alla luce di questa guida ora egli ci appare invece come un autore molto incisivo, con grandissime doti di scrittura - con qualche eccezione, tra cui Così parlò Zarathustra, che considerava il suo capolavoro - ma anche un pessimo consigliere pratico, le cui tesi morali e filosofiche sono o banali o pericolose, o fanno acqua da tutte le parti (tra queste vi quella ultranota secondo cui "il mondo vero è diventato favola", da cui si è ricavata una visione della conoscenza per cui tutto è interpretazione). Insomma, "non l'uomo-dinamite disposto a spaccare in due la storia umana, ma un pensatore molto in sintonia con l'epoca, cui una prosa spesso brillante, un destino sciagurato e una sorella intraprendente assicurano una grande risonanza".
Molti dubbi vengono dunque sollevati sulla sua grandezza di filosofo, al di là del culto che si è creato su di lui, alimentato anche dalle riprese di sinistra che si sono avute in Francia e in Italia a partire dagli anni 60. "Se Nietzsche appare a tutti gli effetti un dubbio consigliere pratico - si chiede Ferraris -, in cosa consiste l'attenzione che ha esercitato sul nostro secolo? Proprio la presenza di un culto nietzschiano ci fornisce la via giusta per comprendere come la sede propria in cui collocare le altrimenti problematiche indicazioni morali di Nietzsche sia quella di una neo-religione, nata del resto in un'epoca che ha visto la fioritura di numerosi movimenti affini, non sempre così facilmente discernibili dalle filosofie, e caratterizzati (come è fatale in una cultura ebraico-cristiana) da un marcata propensione per l'avvenire".
Sgomberato il campo da ogni titanismo, il volume analizza i vari aspetti dell'opera e del temperamento nietzscheano: l'etica e la politica, l'ontologia e il nichilismo, la sua visione dell'odiato mestiere di filologico, la sua concezione della musica e il confronto con Wagner ecc. Ne emerge un Nietzsche più umano e storicamente collocato. Se ne comprendono meglio la lucidità, i deliri, la fortuna e la sfortuna, e la tragedia, vera e commovente, della sua vita. Lo si può apprezzare - piuttosto che per la presunta forza emancipatoria della sua filosofia - per il rigore e la spietatezza delle sue analisi, da usarsi come antidoto per ogni forma di sentimentalismo e di idealismo politico o psicologico. Perché questo rigore egli amava rivolgerlo anche, e soprattutto, a se stesso. "Ho imparato a considerare le cause per cui fino a oggi si è moralizzato e idealizzato in modo assai diverso da quello che comunemente si richiede - scriveva in Ecce Homo -: mi si è fatta luce sulla storia segreta dei filosofi, sulla psicologia dei loro grandi nomi. - Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? questa è diventata la mia vera unità di misura. Sempre di più. L'errore (- la fede nell'ideale -) non è cecità, l'errore è viltà... Ogni risultato, ogni passo avanti della conoscenza è una conseguenza del coraggio, della durezza con se stessi, della pulizia con se stessi...". È attraverso queste "dure cose di psicologia" che egli voleva porre fine al "sublime imbroglio", all'"idealismo", ai "bei sentimenti"; chiedendo, soprattutto, di non essere scambiato per un altro.
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti