UNO STUDIO DI ZYGMUNT BAUMAN| Mercato e libertà, la società degli incerti |
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| Zygmunt Bauman, "La società dell'incertezza", Il Mulino, pagg. 150, lire 18.000 | Esattamente settant'anni fa Freud scriveva ne Il disagio della civiltà (1929) che: "L'uomo civile ha scambiato una parte delle sue possibilità di felicità per un po' di sicurezza". "Felicità" è per Freud l'esercizio della libertà e prima di tutto della libertà individuale di procurarsi piacere. Oggi questa libertà regna sovrana. La deregulation, che è la sua traduzione in soldoni, non è solo il principio che si va affermando nella produzione, negli scambi commerciali, nelle organizzazioni, ma anche il principio a cui si ispirano i comportamenti individuali e quelli collettivi. Non c'è norma, non c'è decisione sovraindividuale che possa affermarsi senza confrontarsi con la libertà individuale, un tempo guardata con sospetto perché ritenuta per l'ordine sociale autodistruttiva.
Oggi non è più così: uomini e donne scambiano una parte della loro sicurezza per un po' di felicità. E se al tempo di Freud il disagio nasceva da un tipo di sicurezza che assegnava alla libertà un ruolo troppo limitato nella ricerca della felicità individuale, oggi sembra che il disagio nasca da un genere di libertà che, nella ricerca del piacere e della felicità, assegna uno spazio troppo limitato alla sicurezza individuale. Del resto ogni valore acquista rilevanza quando, per ottenerlo, si devono abbandonare e sacrificare altri valori. Non ci sono guadagni senza perdite, e perciò se la noia e la monotonia pervadono le giornate di coloro che inseguono la sicurezza, l'insonnia e gli incubi disturbano le notti di chi persegue la libertà.
Nasce così quella che Zygmunt Bauman, professore di Sociologia all'Università di Leeds, chiama La società dell'incertezza (Il Mulino, pagg. 150, lire 18.000), dove nulla è stabile in modo permanente, per cui il perdente può dire che non tutto è ancora perduto, mentre il vincente sa che ogni successo tende ad essere precario.
Questo messaggio ambivalente è iscritto nel collasso dell'ordine, avvenuto a tutti i livelli immaginabili - globale, nazionale, istituzionale, ambientale - , e le "leggi di natura", sia nel modo di generare i figli sia nel modo di preparare gli alimenti, sono state sostituite dalle "leggi del mercato" che a loro volta hanno spodestato le "leggi della politica" in nome delle "leggi del progresso" che poggiano su quell'universo di mezzi (la tecnica) che non ha in vista alcuno scopo. In questo mare di incertezza, dove tutti navighiamo a vista, e dove non sembra profilarsi alcun orizzonte stabile, sorge inevitabile la domanda che chiede: tutto questo è un bene o è un male?
È un bene se tutto ciò significa la morte di Dio e la fine della persuasione di essere in possesso dell'unica e sola verità (espressione questa un po' pleonastica perché è implicito nel concetto di verità la falsità di ogni altra convinzione, così come è una contraddizione in termini parlare di verità al plurale). Eppure capita ancora di sentire che: "Se Dio non esiste, allora tutto è permesso", anche se la storia insegna che si è verificato proprio l'opposto, non essendoci crudeltà e atrocità anche efferata che non possa essere commessa in suo nome, come le atrocità dei conquistatori degli infedeli, dei cardinali della Santa Inquisizione, dei leader delle guerre di religione, mentre è difficile individuare un solo atto di crudeltà perpetrato in nome della pluralità e della tolleranza.
Proprio nella battaglia contro l'unicità della verità o l'unicità di Dio, in nome del quale gli uomini che perpetuano crudeltà non si riconoscono alcuna responsabilità, proprio in questa battaglia l'uomo ha potuto affermarsi come soggetto morale e come soggetto responsabile.
Infatti, se il monoteismo significa mancanza di libertà, la libertà che nasce da una realtà politeista (qual è quella di oggi, dove nel bene e nel male siamo costretti a confrontarci con diverse culture, diverse idee, diversi usi e costumi) non implica il nichilismo come sostengono i suoi detrattori. Essere libero, infatti, non significa non credere a nulla, ma riporre la propria fiducia in molte cose, troppo numerose per il conforto spirituale di una cieca obbedienza, ma essenziali per una scelta responsabile e tollerante fra di esse.
La voce della coscienza è la voce della con-scienza che tien conto dell'uno e dell'altro, nella discordanza dei suoni dissonanti. Il consenso, l'unanimità e persino la "comunicazione perfetta" indicata da Habermas sono il cimitero della responsabilità e della libertà, il cui esercizio non è un compito facile, non solo perché introduce il tormento della scelta (che implica sempre una perdita e un guadagno), ma perché comporta la perenne preoccupazione di aver compiuto o di essere in procinto di compiere un errore. E questo spiega perché spesso la libertà è usata proprio per fuggire dalla libertà, dalla fatica di dover sostenere la propria posizione, magari affidandosi senza riserve a qualcuno che sa vendersi come possessore della giusta scelta. E anche se questi carismatici detentori della giusta scelta sostengono la libertà individuale come il nodo scorsoio sostiene l'impiccato, c'è chi comunque trova vantaggioso continuare ad alimentare questo terribile sogno.
Se dunque da un lato è bene vivere nella libertà, e quindi nell'incertezza che la libertà comporta, perché il suo esercizio esige in ogni caso una deregulation delle norme che garantiscono la sicurezza, dall'altro non dobbiamo diffondere un concetto troppo rozzo di libertà, come spesso ci capita di sentire da chi fa uso e abuso di questo concetto per la sua propaganda.
E qui il discorso si fa subito politico, economico, e quindi concreto. Una conseguenza universalmente riconosciuta della progressiva emancipazione della libertà individuale è infatti la divisione che si fa sempre più profonda tra i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più esclusi dal banchetto del consumismo. Ciò comporta, come linea di tendenza, la "degradazione" del povero e di conseguenza la sua "medicalizzazione" e la sua "criminalizzazione", come avveniva nel secolo XIX, prima dell'avvento dello "stato sociale". Tagliare le spese per lo stato sociale significa quindi aumentare quelle per la polizia, per le prigioni, per i servizi di sicurezza, per le guardie armate, per i sistemi di allarme, e ridefinire la povertà come problema medico-legale o come problema di ordine pubblico. A ciò si deve aggiungere che chi è escluso o si trova sulla soglia dell'esclusione viene sospinto a forza e saldamente rinchiuso all'interno di muri invisibili, ma del tutto tangibili, che dominano i territori dell'emarginazione, aumentando considerevolmente la sensazione dell'insicurezza e dell'incertezza.
Se restringere la libertà degli esclusi non aggiunge nulla alla libertà di chi è libero, la strada dei tagli allo stato sociale può condurre ovunque tranne che a una società di individui liberi, perché, stravolgendo l'equilibrio tra i due versanti della libertà, fa sì che in qualche luogo, in qualche strada, in qualche rione, in qualche città, in qualche ora del giorno e soprattutto della notte, il piacere della libertà si dissolve nella paura e nell'angoscia. Una conferma tangibile che la libertà di chi è libero richiede, per il suo esercizio, la libertà di tutti.
Se appena ci emancipiamo dalla concezione rozza della libertà, quale ad esempio viene propagandata dalla nostra destra, non possiamo non renderci conto che la libertà è da subito una relazione sociale, perché se cresce a dismisura il numero dei senza dimora disagiati, anche le dimore dei più agiati non sono più tanto sicure. Se ne deduce che la libertà individuale (che oggi appare come il valore supremo e il metro in base al quale ogni virtù e ogni vizio della società intera va valutato) non si raggiunge con gli sforzi individuali, ma solo creando le condizioni che estendono tali possibilità a tutti. Un compito questo che non è possibile perseguire individualmente, magari con la beneficenza organizzata o la carità all'angolo della strada, ma unendo le energie di tutti in quell'impresa comune che si chiama: comunità politica, la sola che può garantire non solo i diritti di libertà, ma soprattutto la perpetuazione delle condizioni per l'esercizio di questi diritti.
La società dell'incertezza, che abbiamo preferito alla società della sicurezza, perché sembra più idonea a garantire i diritti di libertà e quindi di felicità, è in grado di produrre da sé deregulation e privatizzazione sulla spinta esercitata dal mercato globale, ma non è in grado di generare da sola, cioè senza intervento politico, la solidarietà che, come abbiamo visto, ma come la nostra destra ancora non vede quando si sciacqua la bocca con la parola libertà, è condizione essenziale per l'esercizio della libertà.
E qui vengono in mente le parole di Albert Camus: "C'è la bellezza e ci sono gli oppressi. Per quanto difficile possa essere, io vorrei essere fedele ad entrambi". Non leggiamo questa espressione come un pio desiderio, o un bisogno del cuore. La "fedeltà selettiva" alla sola bellezza, alla sola libertà, alla sola felicità individuale, per il nesso strutturale che lega la fruizione di questi valori alla solidarietà, da sola non è in grado neppure di difendere ciò che vorrebbe garantire. |