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Il ritorno dell'etica naturalista |
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Ha un bel dire Ricoeur, per cercare di spiazzare Changeux, che Spinoza bisogna leggerlo da capo a fondo" |
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Jean-Pierre Changeaux e Paul Ricoeur, "La natura e la regola. Alle radici del pensiero", trad. di Marianna Basile, Milano, Raffaello Cortina, 1999, pp. 318, Lit 40.000 |
La beatitudine non è il premio della virtù, ma è la virtù stessa; né godiamo di essa perché reprimiamo le nostre brame, ma, al contrario, possiamo contenere queste brame, perché di essa godiamo". Se, nei ricorrenti richiami a Spinoza, si fossero soffermati anche sulla famosa proposizione che chiude l'Etica, Jean-Pierre Changeux e Paul Ricoeur avrebbero probabilmente dovuto riconoscere, ancor più radicalmente di come già non traspaia, l'inconciliabilità dei loro approcci allo studio dell'uomo, della conoscenza e della morale. Spinoza concludeva la sua straordinaria escursione speculativa deducendo necessariamente dal concetto di Amor Dei Intellectualis - formulato nelle Proposizioni XXXIII-XXXIV (Parte V), a cui seguiva uno Scolio dove la "beatitudine" veniva chiamata anche "salute" e "libertà" l'idea che l'autocontrollo e la scelta di seguire delle norme morali non possono essere motivati da una qualche ricompensa, in quanto la ricompensa sta già nel fatto di agire secondo una disposizione naturale. E ha un bel dire (due volte) Ricoeur, per cercare di spiazzare Changeux, che Spinoza bisogna leggerlo "da capo a fondo". Il neurobiologo francese ha perfettamente ragione a riconoscere nel pensiero del "reprobo", intuizioni filosofiche rese di straordinaria attualità dalle più recenti acquisizioni della ricerca neurobiologica circa la natura della conoscenza e le basi della morale.
Il modo in cui viene messo in gioco il pensiero spinoziano si può considerare abbastanza esemplare del diverso approccio del neurobiologo Changeux e del filosofo Ricoeur ai problemi che via via affrontano nel loro dialogo su "la natura e la regola", cioè sulla conoscenza e la morale. Tanto Changeux è originale, esplicito e preciso (nei limiti consentiti da una conversazione) nel proporre e sostenere le sue tesi - spesso contrarie al "senso comune" epistemologico ed etico - altrettanto Ricoeur appare indefinito, inefficace e contraddittorio nel cercare di contenere gli assalti devastanti che il primo porta ai residui baluardi del dualismo, del dogmatismo e del relativismo, a cui le filosofie continentali e analitiche stanno immolando gli ultimi scampoli di credibilità. Qualche esempio?
Mentre il neurobiologo cerca nelle analisi fenomenologiche dell'esperienza spunti costruttivi da integrare con i dati della ricerca neuroscientifica, per avanzare nella comprensione "del nostro psichismo", il filosofo non solo frappone ostacoli spesso giocati solo sull'indeterminatezza semantica delle parole, ma pesca nella letteratura biologica autori e tesi del tutto inadeguate per capire come davvero si possano impostare le questioni relative alle basi biologiche della conoscenza e dell'agire morale, chiamando in causa per esempio
Steven Jay Gould. Ovvero si appella a filosofi, come George Canguilhem (comunque grande storico), Hans Jonas o Kurt Goldstein, che nei loro approcci alla biologia (peraltro datati) hanno sempre cercato spunti per avanzare qualche personale opzione vitalista; o sviluppato inverosimili critiche (come Jonas in un libro alquanto sopravvalutato come Tecnica, medicina ed etica) al riduzionismo biochimico e molecolare nello studio della funzione organica.Ricoeur ricorre in particolare a Gould per suggerire un approccio critico e pluralistico ai modelli evolutivi. Ma Changeux gli mostra che il suo tentativo di interpretare Gould in senso "antimaterialistico" non è corretto. Aggiungendo che, comunque, le posizioni di Gould contengono diversi limiti concettuali in relazione al problema di spiegare le basi materiali del pensiero, riconducibili al fatto che questi non considera la specificità della dimensione epigenetica da cui scaturisce l'organizzazione funzionale del cervello (e di altri meccanismi fisiologici complessi, si potrebbe aggiungere), basata su processi di tipo selettivo e non istruttivo.
Il punto qualificante nell'approccio di Changeux, non colto da Ricoeur, è la sua teoria selettiva del cervello. Il sistema nervoso si struttura morfologicamente e funzionalmente attraverso processi selettivi di natura "darwiniana"; questi operano a diversi livelli di organizzazione e consentono, sul piano del funzionamento cognitivo, la costruzione di oggetti mentali quali prerappresentazioni, poi selezionate in base al grado di "risonanza" con le configurazioni di stimoli esterni. Il modello è in realtà estremamente più ricco, tuttavia il succo è che qualsiasi sistema biologico - sia le popolazioni che evolvono adattativamente, sia i sistemi fisiologici come quello nervoso o immunitario che sono in grado di acquisire nuove risposte adattative, ovvero di apprendere dall'esperienza - ottiene questi risultati producendo spontaneamente dei repertori variabili di configurazioni (molecolari, neurali, comportamentali, ecc.), all'interno dei quali vengono selezionati quelli che corrispondono meglio alla realtà.
Agli inizi degli anni Settanta, insieme con altri ricercatori tra cui
Gerald Edelman, Changeux ha contribuito in modo fondamentale al riorientamento concettuale della neurobiologia verso la rappresentazione del cervello come "sistema darwiniano", che oggi costituisce un'ipotesi di lavoro credibile per molti neuroscienziati, nonché a dare un fondamento neurologico alle strategie di naturalizzazione dell'epistemologia, che fino a quel momento erano state giocate solo sull'analogia tra processi evolutivi e processi cognitivi. Nel dialogo con Ricoeur risultano spesso molto efficaci le sue spiegazioni, basate sui dati neuroscientifici interpretati in termini di "darwinismo mentale", di diverse intuizioni dell'analisi fenomenologica dell'esperienza.Changeux critica anche (ed è in questo senso quasi un'eccezione tra i biologi) l'assunto tradizionale che comunque la trasmissione dei dati culturali, diversamente da quella delle informazioni genetiche, sarebbe lamarckiana ovvero di tipo istruttivo. Questo, scrive Changeux, "significa sottovalutare il carattere selettivo dell'input nella memoria a lungo termine e l'intervento di un elemento aleatorio nel processo di richiamo alla mente messo in evidenza dai primi lavori di
Ebbinghaus e da Bartlett, per non parlare di Freud\ Dei meccanismi di selezione, ancora poco noti, intervengono al livello della memoria "cerebrale" nella trasmissione culturale".Non è questa la sede per discutere la questione dei modelli biologici della trasmissione culturale. Changeux propone di integrare le intuizioni di
Dan Sperber sull'epidemiologia delle credenze con un modello neurobiologico della trasmissione culturale che riprende la sua teoria del "darwinismo mentale" e prevede una selezione delle credenze culturali basata sulla "pertinenza" tra oggetti mentali che entrano nella memoria e prerappresentazioni. Si tratta indubbiamente di uno degli spunti teorici euristicamente più interessanti, in un ambito di riflessioni dominato da teorie alquanto improbabili come quella dei "memi" proposta da Richard Dawkins.Se il cervello è strutturato per acquisire nuove risposte adattative, è abbastanza ragionevole immaginare che esista una predisposizione ad agire moralmente e dei meccanismi che consentono di elaborare diverse norme a partire comunque da valori fondamentali selezionati nel corso dell'evoluzione per promuovere la cooperazione sociale.
I problemi relativi alle origini della morale e alla funzione delle regole sono oggetto di quasi metà del dialogo tra Changeux e Ricoeur. Anche in questo caso a guidare arditamente l'esplorazione è Changeux, il quale ha sviluppato un approccio neurobiologico alle origini dell'etica, che tiene conto dei modelli empirici e delle più recenti concettualizzazioni naturalistiche sulle origini, le basi funzionali e lo sviluppo del senso morale.
Gli approcci naturalistici all'etica hanno una lunga e diversificata storia su cui non ci soffermeremo; curiosamente, non vengono efficacemente considerati nemmeno da Ricoeur e Changeux. Taceremo anche sulle critiche a questi approcci - che vanno dallo scontato richiamo all'affermazione di
Hume circa l'inesistenza di fatti morali, alla confutazione dell'etica evoluzionistica (versione spenceriana) da parte di Moore nelle sue classiche pagine sulle varie forme della "fallacia naturalistica" - limitandoci a indicare i riferimenti storicamente qualificanti della posizione di Changeux.Nella tradizione degli approcci evoluzionistici alle origini della morale si sono differenziate due posizioni. L'una considera il senso morale un sottoprodotto di istinti egoistici, e va dalla tesi formulata da
Thomas Huxley nella sua Romanes Lecture del 1893, per cui "il processo etico si oppone al principio del processo cosmico, e tende a reprimere i caratteri più adatti ad assicurare il successo (nella lotta per la vita)", alla dottrina della selezione parentale e dell'altruismo reciproco dei sociobiologí. L'altra, che assume l'emergere di un senso morale dal processo evolutivo stesso, venne enunciata in modo straordinariamente efficace già da Darwin: "Ogni animale, fornito d'istinti sociali molto spiccati, (dovrà) inevitabilmente acquistare un senso morale o coscienza, appena le sue facoltà intellettuali si sviluppino tanto o almeno approssimativamente quanto nell'uomo". Quest'ultima tesi, portata innanzi con accenti diversi, e nell'età del neo-darwinismo con scarsa efficacia, è stata recentemente rivalutata insieme con la questione controversa della selezione di gruppo. Changeux si colloca in questa seconda tradizione, che appare in ogni caso più plausibile se si considerano la prevalenza di una determinazione epigenetica piuttosto che genetica del comportamento umano complesso e i risultati di alcuni studi empirici.In particolare, gli ormai classici studi di
Da un'altra prospettiva, quella, se vogliamo, dell'etologia umana, è stata concepita e controllata empiricamente l'ipotesi che esistano anche nell'uomo dei meccanismi di inibizione della violenza. Di fatto, tra i quattro e i sette anni i bambini interrompono l'aggressione quando chi è aggredito piange, grida o produce particolari espressioni del volto. In questo periodo maturerebbero anche le "emozioni morali" (o sentimenti morali come li chiamano i filosofi): simpatia, empatia, colpevolezza e rimorso. Nei bambini con tratti psico-patologici è stato altresì registrato un deficit a livello dell'inibitore della violenza.
Questi risultati, insieme con la dimostrazione che nei bambini matura spontaneamente anche la capacità di attribuire agli altri una "mente", forniscono un quadro di riferimento ben più dinamico e naturale circa lo sviluppò del senso morale. Confutano al tempo stesso gli assunti pedagogici tradizionali per cui la moralità verrebbe promossa dalle punizioni, ovvero il bambino seguirebbe le regole per evitare le punizioni, nonché l'idea che la moralità si svilupperebbe, quasi ricapitolando una filogenesi, da stadi inferiori di pensiero morale verso una sorta di morale kantiana del dovere. In realtà, vi è probabilmente un emergere spontaneo ed epigenetico di una predisposizione morale, che si esprime, proprio per il fatto che il nostro cervello funziona sulla base di dinamiche selettive, in una pluralità di norme morali, che difficilmente possono essere ricondotte alle astratte formulazioni di una concezione deontologica.
Nondimeno, in un articolo forse scritto per organizzare meglio idee che nel libro sono disperse, Changeux affronta la sfida di immaginare come potrebbe emergere un'etica universale. Il progetto di un'etica deve considerare tre livelli gerarchici e interdipendenti: quello individuale, dove prevalgono l'impulso di sopravvivenza, la spinta riproduttiva e la ricerca del piacere o la tendenza a evitare dolore e sofferenza; quello interpersonale, dove la irriducibile variabilità che caratterizza l'incorporamento epigenetico individuale delle esperienze richiede l'instaurarsi di una rinuncia ad agire sulla base dì valutazioni che emergono dalle relazioni interpersonali"; quello dell'umanità, nel suo insieme, dove si esprimono al massimo le diversità morali e religiose e dove "l'impronta epigenetica precoce ed "autoritaria" del cervello del bambino con le convenzioni della comunità in cui vive" produce i tragici conflitti che da sempre affliggono il modo.
Per Changeux è certamente un'aberrazione pericolosa l'idea di una "morale universale" pensata da una "comunità culturale particolare". Tuttavia, se la si pensasse, seguendo le teorie di Rawls, Habermas e Apel, nel senso di una "teoria della società" intesa come "comunità culturale di comunicazioni e argomentazioni che riguardano la specie umana nel suo insieme, quali che siano le appartenenze culturali e le famiglie di pensiero filosofiche e religiose", potrebbe prodursi davvero un'universalizzazione della ragionevolezza nell'affrontare le controversie etiche. "Sottomettendo dei progetti concreti e delimitati alla prova costante di un'universalizzazione del ragionevole, la controversia etica con selezione intersoggettiva delle norme morali lascia le disposizioni naturali della specie, in particolare quelle del suo cervello, attuarsi in tutta spontaneità, non più alla dimensione della comunità culturale, ma a livello dell'umanità."
Changeux ha in mente, e lo dice espressamente, la propria esperienza nel Comité consultatif national d'éthique pour les sciences de la vie et de la santé (il corrispondente, ma solo su un piano formale, del nostro Comitato Nazionale di Bioetica), da cui trae la "morale" che, "l'esperienza prova che donne e uomini riuniti intorno a un tavolo riescono a intendersi, malgrado le differenti filosofie e appartenenze religiose".
Il fatto che vi sia un fondamento naturale del senso morale dovrebbe per Changeux convincere gli scienziati, in quanto cittadini, a partecipare al confronto etico nella società, sulla base della consapevolezza di avere un accesso privilegiato alla conoscenza scientifica - ovvero facendo esattamente il contrario di come generalmente si procede, soprattutto in Italia, quando si discute di bioetica! Con l'obiettivo di costruire un "Modello etico, costantemente riattualizzato e che rispetti la dignità dell'uomo e le sue libertà, in una società solidale su scala mondiale". La naturalìzzazione dell'etica, osserva Changeux, non rappresenta affatto una disumanizzazione per il fatto che appare staccata dai sistemi simbolici (religioso e/o filosofico) propri delle culture particolari", ma può aprire la "strada a una comprensione di ciò che c'è di più autenticamente universale e liberamente aperto nel progetto etico".
Il neurobiologo francese riconosce che "nello stato attuale delle conoscenze, il contributo delle neuroscienze all'elaborazione di una morale, che definirei "umanistica e laica", è ancora modesto". Ma sembra giustamente pensarla come il filosofo Derek Parfit, secondo cui il fatto che l'etica non religiosa sia solo agli inizi del suo cammino deve renderci ottimisti e indurci a sperare che possa finalmente svilupparsi un libero pensiero morale fino a oggi impedito dalle credenze religiose.
Nell'insieme, Ricoeur e la filosofia che cerca di rappresentare non escono molto bene dal confronto con uno dei più originali e dotati rappresentanti del sapere neuroscientifico. Peccato, perché in realtà altri filosofi, oltre a Spinoza, avevano capito prima dell'arrivo delle neuroscienze come andasse impostato, sulla scia di Darwin, il problema dei rapporti tra evoluzione (biologica) ed etica. Per esempio, John Dewey\ scriveva nel 1898 una replica alla Romanes Lecture di Thomas Huxley, chiedendosi "se la vita spirituale non pervenga alle sue più certe e più ampie garanzie quando si apprende che le leggi e le condizioni della rettitudine sono implicate nei processi operativi dell'universo; quando si scopre che l'uomo, nelle sue lotte consce, nei suoi dubbi, tentazioni e sconfitte, nelle sue aspirazioni e successi, è mosso e sostenuto dalle forze che hanno sviluppato la natura". Questa intuizione lo avrebbe portato ad affermare, in *Natura e condotta dell'uomo*, che la morale "è la più umana di tutte le cose" ed è irriducibilmente empirica, non teologica né metafisica né matematica. Dal momento che essa riguarda direttamente la natura umana, tutto ciò che si può conoscere della mente e del corpo umano in fisiologia, medicina, antropologia e psicologia è connesso con la ricerca morale".
Se sì considera che per Dewey la morale è educazione e i principi morali ipotesi con cui fare degli esperimenti, si comprendono immediatamente le potenzialità di una simile visione dinamica dello sviluppo umano individuale e collettivo. E si capisce anche l'obiettivo della sua "ricostruzione della filosofia": rendere la filosofia uno strumento per far luce sui conflitti che continuamente insorgono tra le istituzioni che la società ha ereditato, che hanno svolto una loro funzione adattativa in precedenti contesti storici, e le nuove condizioni e aspettative del mondo contemporaneo.
Il modello di riferimento per risolvere queste contraddizioni è applicare il metodo di indagine che la scienza ha dimostrato così efficace allo studio delle istanze morali che determinano l'agire umano. La natura umana, intesa non come qualcosa di astratto ma concretamente definita dalle condizioni evolutive e fisiologiche, è l'elemento di continuità nel cambiamento, a cui la filosofia dovrebbe tornare a guardare per rendere comprensibile e accettabile il cambiamento, e quindi per contribuire davvero a governarlo.
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