RASSEGNA STAMPA

30 GIUGNO 1999
GIOVANNI MARIA PACE
Ma più piccolo davvero non si può
Si conclude oggi all'università di Padova un convegno sul riduzionismo
Il "riduzionismo" - tema di un convegno ideato da Enrico Bellone e Giulio Peruzzi che si conclude oggi all'università di Padova - è il modo di indagare a cui la scienza moderna deve il suo successo. Presuppone l'idea (semplificando) che non si possa comprendere il tutto senza analizzarlo nelle sue componenti e che non si possano comprendere le componenti senza ulteriormente analizzarle nelle loro sottocomponenti, in una successione di livelli in cui quello inferiore spiega il superiore. Nell'ultima delle scatole cinesi dovrebbe trovarsi il livello estremo, la madre di tutte le spiegazioni. Sono pochi però gli scienziati ancora convinti che la riduzione a oltranza porti davvero alla "verità". Nei laboratori ci si rende conto che, allo stato delle conoscenze, non è possibile l'attuazione di un progetto riduzionista di più vasta portata, di quel progetto, per intenderci, che vorrebbe ridurre la vita a una danza di protoni, la mente al corpo, il pensiero a una secrezione del cervello. Esistono fenomeni non spiegabili con gli strumenti di tipo fisico e chimico che abbiamo a disposizione e la maggior parte degli scienziati professa dunque una qualche forma di riduzionismo mitigato. Non per questo nella comunità scientifica mancano le dispute sulla sua utilità, che non sono soltanto teoriche.
Nei primi anni Novanta la comunità dei fisici americani si trovò a discutere sulla costruzione di un acceleratore di particelle da sei miliardi di dollari, il famoso Supercollider. Da una parte c'era il Nobel Steven Weinberg, paladino delle alte energie, e dall'altra Philip Anderson, anch'egli premio Nobel ma propugnatore della small science. Il primo sosteneva che la grande macchina avrebbe permesso di scoprire i componenti ultimi della materia, una conoscenza non direttamente utile alla nostra esistenza, è vero, ma sicuramente importante. Al riduzionismo "a maglia larga" di Weinberg, Anderson contrapponeva l'argomento "emergentista": non so - diceva - se la scoperta di un ulteriore livello profondo sia ultimativa, anzi credo che la regressione possa procedere all'infinito. Sarebbe più interessante capire come dagli atomi si passi alla materia strutturata. Nel passaggio emergono infatti proprietà sulle quali la fisica dovrebbe concentrarsi, invece di insistere sulla rottura dell'atomo in frammenti sempre più piccoli. Chi aveva ragione? Difficile rispondere. Si può solo dire che il Supercollider non si fece e che i grandi progressi della fisica, dall'Ottanta a oggi, sono avvenuti più nella comprensione della struttura della materia, vedi la superconduttività, che nel campo delle particelle elementari.
In Europa la posizione di Weinberg sembra condivisa dai fisici che si alternano alla direzione del Cern, da Rubbia a Maiani, mentre Carlo Bernardini appare più andersoniano in quanto raccomanda di studiare la fisica dei sistemi dinamici e la fisica del caos, ovvero di approfondire il livello mesoscopico che ritiene più importante (e umano) del livello microscopico. Anche Tullio Regge ha una posizione tutto sommato andersoniana quando dubita che la scalata verso energie sempre più alte sia la strada giusta per il progresso della fisica.
Al convegno di Padova il germanista Giuseppe Bevilacqua spiega che anche nella letteratura, soprattutto in quella tedesca, c'è una tendenza riduzionista, vedi il Musil degli scritti che precedono L'uomo senza qualità, dove lo scrittore tenta una descrizione "per componenti" del comportamento umano che ricorda il procedere del chimico nell'analizzare un composto e che sarà ripresa dalla nascente psicoanalisi.
Anche il riduzionismo esplicativo, il più accettato, va incontro a obiezioni, soprattutto nelle scienze della vita. Il fatto ad esempio che si conosca il ruolo del Dna nella cellula e che si sappia analizzare la doppia elica in tutti i suoi componenti chimici e molecolari non significa saper costruire una cellula partendo dal filamento di acido nucleico. Ciò perché esistono proprietà e leggi che emergono nel passaggio dal sistema elementare a quello più complesso, leggi che non sono deducibili dal livello inferiore. In biologia la posizione emergentista è alquanto diffusa tra gli studiosi del cervello. I neuroscienziati notano, nell'emergere della mente, la comparsa di proprietà non riducibili al comportamento dei singoli neuroni o a meccanismi cerebrali di tipo elettromagnetico. Esistono di certo relazioni tra il livello fisico e il livello mentale, ma la completa derivazione causale del mentale dal fisico non è dimostrabile. Nel passaggio dalla materia inerte alla materia pensante interviene il fattore quantità. Nel cervello, miliardi di neuroni e decine di miliardi di retroazioni tra neuroni creano un tutto che è anche qualitativamente diverso dalla somma dei singoli neuroni. C'è nel cervello qualcosa legato alla complessità che spiega la nascita della mente.
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