Quei filosofi sfiorati dal ridicolo| COME INSEGNARE LA FILOSOFIA |
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Il lettore italiano conosce Fernando Savater per aver letto, se non altro, quel piccolo e insospettabile best-seller che è stato Etica per un figlio, apparso da noi nel 1992. Un successo replicato in seguito da Politica per un figlio. Fin dai titoli si capisce che questo intellettuale spagnolo (di origine Basca) predilige il dialogo e non disdegna affatto la forma didattica, nella quale eccelle.
Una conferma ci viene offerta dal suo ultimo libro, di cui anticipiamo qui sotto una piccola parte e che si intitola: Le domande della vita. Il saggio, edito da Laterza, sarà in libreria nei prossimi giorni.
E' un libro di filosofia e sulla filosofia quello che Savater ci ha consegnato. Si tratta di un lavoro ambizioso e modesto allo stesso tempo. Ambizioso perché cerca di trovare una o più vie di uscita allo sconforto che ormai sembra regnare all'interno di questa disciplina. Modesto perché in forma piana e accattivante Savater aggira i difficili tecnicismi che spesso scoraggiano il lettore, anche quello benintenzionato.
Ma il richiamo alla filosofia, cioè a un sapere generalissimo, non rischia per le sue stesse caratteristiche di risultare un'impresa vana? Tanto più vana in quanto viviamo in un'epoca di forti specialismi. Ecco la questione preliminare che con una certa urgenza Savater affronta. E lo fa disponendosi a un confronto serrato fra la scienza e la filosofia. I cui destini, egli ci ricorda, non sono irrevocabilmente segnati dalla sconfitta di quest'ultima. Molto più semplicemente scienza e filosofia operano con intenzioni di senso e livelli di comprensione differenti. Solo avendo ben chiaro il quadro delle differenze sarà possibile iniziare a dare delle risposte filosofiche al senso della vita. A questa altezza il sapere può aspirare a diventare saggezza. |
Filosofare non dovrebbe significare dissipare ogni dubbio, ma anzi, addentrarsi fra le incognite. Naturalmente, molti filosofi - persino alcuni dei più grandi! - esprimono formulazioni perentorie che danno l'impressione di aver già trovato le risposte definitive a quelle domande che, invece, non possono e non devono mai "essere chiuse" del tutto, dal punto di vista intellettuale (si veda l'introduzione di questo libro). Ringraziamoli per il loro contributo, ma esimiamoci dal seguirli nei loro dogmatismi.
Ci sono quattro cose che un bravo professore di filosofia non dovrebbe mai nascondere ai suoi discepoli: primo, che non esiste la filosofia, ma esistono le filosofie e, soprattutto, il filosofare: "La filosofia non è un grande fiume tranquillo, dove ciascuno può pescare la sua verità. E' un mare in cui si fronteggiano mille onde, in cui mille correnti si oppongono le une alle altre, s'incontrano, si mescolano a volte, si separano, tornano a incontrarsi e di nuovo si oppongono... Ciascuno lo naviga come può ed è questo ciò che chiamiamo filosofare". Esiste una prospettiva filosofica (rispetto alla prospettiva scientifica e artistica), ma fortunatamente è sfaccettata; secondo, che l'interesse dello studio della filosofia non è dovuto al fatto che ad essa si dedicarono talenti straordinari come Aristotele e Kant: questi geni ci interessano perché si sono occupati delle grandi questioni che contano nella vita umana, razionale e civile. Ossia, che l'impegno di filosofare è molto più importante di ciascuno di coloro che, meglio o peggio, vi si sono dedicati; terzo, che perfino i filosofi migliori hanno detto notevoli idiozie e hanno commesso gravi errori. Coloro che rischiano di più formulando pensieri che esulano dai percorsi intellettuali già battuti sono quelli che corrono anche il maggior rischio di sbagliare, e ciò sia inteso come un elogio, non come un rimprovero. Pertanto, il compito del professore di filosofia non può essere solo quello di aiutare a capire le teorie dei grandi filosofi, nemmeno se debitamente contestualizzate nella loro epoca, bensì mostrare, innanzitutto, come la corretta comprensione di tali idee e ragionamenti possa aiutarci, oggi, a migliorare la comprensione della realtà in cui viviamo. La filosofia non è una branca dell'archeologia né, tanto meno, una semplice forma di venerazione di tutto ciò che viene sottoscritto da un nome illustre. Il suo studio deve ricompensarci con qualcosa di più di un titolo accademico e una certa infarinatura di "cultura elevata"; quarto, che riguardo a certe domande estremamente generali, imparare a domandare correttamente significa anche imparare a diffidare delle risposte troppo chiare. Filosofiamo partendo da quel che sappiamo e dirigendoci verso l'ignoto, verso ciò che pare non riusciremo mai a comprendere del tutto; in molti casi, filosofiamo contro ciò che conosciamo o, per meglio dire, ripensiamo e mettiamo in discussione ciò che crediamo di sapere già. Riusciremo mai a cavarne qualcosa di buono? Sì, quando riusciamo perlomeno a orientare meglio la portata dei nostri dubbi e delle nostre convinzioni. Per il resto, chi non è capace di vivere nell'incertezza farà bene a non pensare mai.
Uno dei motivi più giustificati della ridicolaggine in cui sogliono cadere i filosofi è il fatto che pretendono di competere con la religione, nella ricerca salvifica del senso della vita. Il fatto è che la domanda sul "senso" della vita è già di per sé religiosa e l'unica cosa che la filosofia può fare al riguardo è mettere in evidenza - come sto cercando di fare io in questo momento - tale religiosità, tentando di impostarla in un altro modo affinché risulti filosoficamente valida.
Quando diciamo che stiamo cercando - o che abbiamo trovato! - il senso della vita, a che tipo di "senso" ci riferiamo? Normalmente, diciamo che ha "senso" ciò che vuole significare qualcosa per mezzo di un'altra cosa e che è stato concepito con un determinato fine. Il senso di una parola, o di una frase, è ciò che essa vuol dire; il senso di un segnale è ciò che vuole indicare (una direzione, un tipo di persona, eccetera) o ciò di cui vuole avvertire (un pericolo, l'ora del risveglio, un passaggio pedonale); il senso di un oggetto è ciò a cui serve (a mangiare la zuppa, a uccidere il nemico, a parlare con qualcuno lontano...); il senso di un'opera d'arte è ciò che vuole esprimere il suo autore (una forma di bellezza, la rappresentazione della realtà, l'insoddisfazione rispetto al reale, l'illusione di un ideale); il senso di un comportamento o di un'istituzione è ciò che si vuole ottenere attraverso di essi (amore, sicurezza, divertimento, ricchezza, ordine, giustizia e così via).
In ogni caso, ciò che conta per determinare il senso di qualcosa è l'intenzione che lo anima. I simboli, le opere, i comportamenti e le istituzioni umane sono pieni del senso conferito loro dalle nostre intenzioni, come i comportamenti degli animali e perfino i tropismi delle piante e dei microrganismi che vivono nei liquidi. In tutti i casi, l'intenzione è legata alla vita, alla sua conservazione, riproduzione, diversificazione, eccetera. Dove non c'è vita, non c'è neppure intenzione e dunque nemmeno senso: possiamo spiegare le cause di un'inondazione, di un terremoto o di un'alba, ma non possiamo spiegare il loro "senso". Pertanto, se le intenzioni vitali sono l'unica risposta comprensibile alla domanda sul senso, come potrebbe aver "senso" la vita? Se tutte le intenzioni rimandano alla vita, come ultimo riferimento, che "intenzione" potrebbe avere la vita, nel suo insieme?
La caratteristica del "senso", quando viene attribuito a qualcosa, è che rimanda intenzionalmente a una cosa altra da sé: ai propositi consapevoli del soggetto, ai suoi istinti, in ultima analisi, all'autoconservazione, all'autoregolazione e alla diffusione della vita. Ma se ci chiediamo "che cosa vuole la vita?", le uniche risposte possibili - vivere, vivere, di più, eccetera - ci riportano di nuovo a quella stessa vita su cui ci interroghiamo. Per trovare il senso della vita, dobbiamo cercare "un'altra cosa", qualcosa che sia la vita, ma non sia vivo, qualcosa oltre la vita. |