Secondo Massimo D'Alema, riferiscono i giornali, "fordismo e keynesismo sono termini che richiamano strategie in gran parte inadeguate a risolvere i problemi di oggi"; dunque "la sfida, estremamente affascinante, consiste nel pensare a un altro modello di sviluppo". In questa prospettiva, ciò che distingue la destra dalla sinistra sarebbe "la possibilità di accompagnare sempre all'espressione 'quanto' il 'come'".
Circa il fordismo il giudizio è scontato. L'epoca fordista, che fu la risposta democratica alla crisi degli anni Venti, è irripetibile per ragioni evidenti. Il fordismo americano, poi europeo, si reggeva sulla produzione di massa di beni di consumo durevole, all'interno di mercati in cui vi era coincidenza tra produzione e consumo. E' dunque un sistema che non si può riprodurre per decreto, né rianimare con la rottamazione delle Seicento. La fine di quell'epoca ha però riproposto intatti i due problemi che ne erano all'origine: l'incapacità della società nella quale viviamo a provvedere un'occupazione piena, e la distribuzione arbitraria e iniqua delle ricchezze e dei redditi. Questi sono precisamente i problemi che stavano nel cuore e nella mente di Keynes, così che la fine del fordismo dovrebbe indurre a riscoprire Keynes, anziché a trovare anche per lui un posto in soffitta.
Keynes, per sua sfortuna e colpa, si è prestato a molte interpretazioni teoriche e a disegni politici di diverso segno, tra il bastardo e il criminale. Il disegno di Keynes è invece molto chiaro, poiché ragiona sui fini oltre che sui mezzi. Sul piano della teoria è difficile confutare la tesi che un'economia monetaria di produzione è strutturalmente incapace di autoregolarsi: senza un'azione deliberata, il sistema è incapace di portarci dalla nostra attuale povertà alla nostra potenziale abbondanza. Se poi si sta attenti al 'come', sarà difficile non condividere la filosofia sociale verso la quale questa teoria conduce. Se si conviene che la disoccupazione e diseguaglianza sono i difetti più evidenti della società in cui viviamo, oggi non meno che nel 1936, sarà infine difficile negare che per porvi rimedio occorrerebbero una politica fiscale intesa a correggere in senso più egualitario la distribuzione del reddito e della ricchezza, l'eutanasia del rentier, e una socializzazione di una certa ampiezza dell'investimento. Questo dovrebbe essere un modello di sviluppo affascinante, per quanti ritengano il 'come' ancor più importante del 'quanto'.
L'unica obiezione seria a questo disegno, è che esso non è praticabile in un paese piccolo e aperto al resto del mondo. Con l'Unione europea, le premesse materiali di questa obiezione vengono meno. Non c'è dunque bisogno di nessun nuovo "modello di sviluppo" per architettare una Unione "politicamente più solida, economicamente più forte, socialmente più giusta". Si tratta invece di sfruttare un'occasione storica irripetibile per tentare di realizzare un keynesismo senza fordismo.
Si potrebbe resistere a questa prospettiva, argomentando che non è proponibile perché non è liberale. Se il problema è questo, come essere un liberale di sinistra, la risposta ce la dà lo stesso Keynes. Nel 1925 Keynes si chiedeva "Sono un liberale?". Dopo aver escluso di potersi acconciare a essere un conservatore ("E' un partito che non ha prospettive, non soddisfa alcun ideale, non si conforma ad alcun modello intellettuale: non riesce neppure a evitare i rischi o a salvare dai vandali quel tanto di civiltà che abbiamo raggiunto") o di potersi iscrivere al partito laburista ("La lotta di classe mi trova dalla parte della borghesia colta"), Keynes si ritrova propenso a credere che il partito liberale sia ancora lo strumento migliore di progresso: se solo avesse una guida forte e il programma giusto.
Il programma giusto, per quanto riguarda i problemi economici, è per il liberale Keynes quello ricordato sopra (redistribuzione del reddito e della ricchezza, eutanasia del rentier e una certa, non piccola, socializzazione dell'investimento). La premessa necessaria è però l'abbandono del punto di vista ortodosso, secondo cui il "riequilibrio economico può e deve essere determinato dal libero gioco delle forze della domanda e dell'offerta". Il Tesoro e la Banca centrale (scriveva ancora Keynes) "credono ancora che nella vita economica quotidiana accadano veramente le cose che si dicono nella teoria della libera concorrenza e della mobilità del capitale e del lavoro". |