RASSEGNA STAMPA

27 GIUGNO 1999
LORENZO MONDO
PANE AL PANE
QUANTI CONTI APERTI CON LA NATURA
BENVENUTO il parziale, provvisorio stop dell'Europa ai cibi transgenici. Dopo i loschi traffici alimentari (mucca pazza, polli alla diossina) che hanno messo ali alla paura, sembra saggio concedersi ulteriori controlli e tempi di riflessione. Si sa infatti troppo poco dei nuovi ritrovati e delle loro conseguenze sulla salute dei consumatori e dell'ambiente. Le opinioni sono fieramente divise, ma lasciano quanto meno perplessi le ragioni degli apologeti: i proclamati vantaggi quantitativi (ma non abbiamo, almeno in Europa, una sovrapproduzione agricola?), la maggior appetibilità commerciale (i pomodori che non marciscono? basta e avanza la schiavitù del surgelato), la liberazione dai veleni dei fitofarmaci (promessa dagli stessi che ne fanno ancora oggi un uso straripante). L'occasione induce tuttavia a riflessioni più generali. E' il concetto stesso di natura ad affiorare ogni volta che nuove tecniche biologiche toccano più o meno direttamente l'esistenza della nostra riverita specie. Si osserva, giustamente, che fin dalle origini l'uomo si è adoperato a soggiogare e a trasformare la natura che allo stato puro, dove ancora esiste, manifesta spesso una proterva ostilità (sono natura anche le foreste primordiali che marciscono su se stesse, le nuvole di insetti, le innumerevoli generazioni di microbi). La sua bontà è un residuo romantico, e si pecca di strabismo quando si difende a spada tratta una sua concezione statica, data una volta per sempre. Mentre con questa madre e matrigna non abbiamo mai finito di fare i conti. Anche il ritrarsi istintivo davanti alle manipolazioni genetiche sarebbe il riflesso di un arcaico tabù. Purtroppo si tende a dimenticare che il rapporto uomo-natura da almeno un secolo si è fortemente sbilanciato a causa dell'inusitato sviluppo scientifico e tecnologico: un processo che va di pari passo con la colonizzazione dell'intero pianeta da parte dell'uomo. Così, capita sempre più spesso che l'uomo debba difendersi non dalla natura, ma dalle conseguenze di uno sfruttamento rapace, di una sollecitazione violenta. I presunti disastri naturali, dalle alluvioni al cambiamento del clima alla desertificazione, ne sono la dimostrazione vistosa. E non sappiamo se la diffusione di talune devastanti malattie non dipenda in parte da quello che ci viene fatto mangiare. Sembra ragionevole allora che, in tutto ciò che non riguarda la ricerca medica, debba intervenire una tregua, un confronto più prudente e rispettoso, più cognitivo. La natura -segno di una comune, solidale appartenenza- ha come l'uomo due facce, una negativa e una positiva: e se appare conveniente correggere la prima, non si vede perchè certi gratificanti maquillages non debbano darsi per acquisiti. Come non sapremmo rinunciare, in vista di chissà quali sperimentazioni, alla faccia che abbiamo, così difendiamo gli alberi che amiamo, il sapore e il profumo dei cibi che conosciamo. C'è una superstizione che guarda all'indietro ma ce n'è un'altra - nasce dalla moda, dalla persuasione occulta, da robusti interessi- che guarda impavidamente in avanti.
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