RASSEGNA STAMPA

24 GIUGNO 1999
CESARE SEGRE
Un saggio critica il semiologo Barthes nel gioco delle contraddizioni
Parlando di Balzac a sorpresa negò il suo metodo strutturalista
Miracoli dello stile. Nonostante che in Francia fossero in attività linguisti e antropologi geniali come Emile Benveniste e Claude Lévi Strauss, toccò a Roland Barthes di diventare il capofila dello strutturalismo. Certo, Barthes era molto più presente degli altri due sulla scena letteraria, partecipava alle vicende del mondo militante, che si esprimeva con particolare vivacità nella rivista «Tel quel», aveva avviato polemiche famose, come quella contro Picard e i rappresentanti dell'accademia. Il suo volumetto sullo strutturalismo portò quella concezione, ormai operativa da decenni in linguistica, al grosso pubblico (persino le portinaie, dicevano Fruttero e Lucentini, ne ebbero così sentore). Barthes era un grande scrittore e come tale rimane. Con gli scrittori aveva in comune la capacità di affascinare, stimolare, creare prospettive. Che fosse molto evasivo e contraddittorio sul piano teorico, alcuni l'avevano avvertito sin dai suoi anni migliori. Ma solo adesso due studiosi, d'impostazione, si badi, abbastanza attigua, hanno sottoposto a una critica sistematica lo scritto in cui Barthes si sforzò di più di passare dalle affermazioni generiche all'analisi sistematica d'un testo. Si tratta del suo volumetto, intitolato enigmaticamente S/Z, su un inquietante racconto di Balzac, Sarrazine. Gli studiosi di cui parlo sono Claude Bremond e Thomas Pavel, il libro s'intitola De Barthes à Balzac.
Fictionsns d'un critique, critiques d'une fiction
(Albin Michel, 1998). Bremond, si ricordi, aveva collaborato, proprio accanto a Barthes, al famoso n. 8 di «Communications», che lanciò la moda dell'«analisi della narrazione», o «narratologia», e a questa ha consacrato opere importanti.
Nella prima parte, il volume ricostruisce le successive posizioni di Barthes nel dibattito contemporaneo; poi sottopone a critica attenta il metodo e i procedimenti applicati a Sarrazine; infine, offre una nuova lettura del racconto di Balzac. Molto interessanti le osservazioni sugli atteggiamenti di Barthes, tra il marxismo di Sartre e la nuova ermeneutica di Derrida. Barthes ci viene mostrato mentre sfiora le ideologie, politiche e scientifiche, e avanza verso un elegante scetticismo, o libertinaggio intellettuale, in cui i temi affrontati assumono «un'apparenza lunare di spettri». Legato all'avanguardia, abbandona presto il problema della significazione, la solidità dei testi e la storia stessa, per celebrare la libera iniziativa del lettore, che ricrea l'opera secondo la propria ispirazione. Però, nota Pavel, espellere il significato dal segno, come propone Barthes, equivale a chiudere quell'episodio strutturalistico di cui egli stesso s'era fatto corifeo. Più che le obiezioni alla pratica di Barthes, mi pare decisiva la sottolineatura del cambio di obiettivi dello scrittore, che, cavalcando lo strutturalismo, alla fine operò per distruggerlo. Ma i rimproveri non vanno rivolti a Barthes, che aveva il diritto di seguire il corso delle proprie riflessioni, bensì ai seguaci indiretti, che non avvertirono la svolta e accettarono tanto lo strutturalismo, quanto l'antistrutturalismo, tanto la razionalità delle operazioni interpretative, quanto la cancellazione del loro oggetto e l'entusiasmo per l'irrazionalità.
In una critica di questo genere, il momento decisivo è quello dell'analisi puntuale dei procedimenti.
Bremond e Pavel si rivelano molto sottili. Avvertono in partenza che Barthes, affrontando Sarrazine, non ha messo prima a punto una metodologia, ma, ripudiato ogni sistema, è andato alla ventura, affrontando via via le parti del racconto di Balzac secondo gli stimoli della propria inventiva. Però alla fine, dicono, Barthes ci ha consegnato uno strumento interpretativo molto rifinito: e non si vorrebbe irrispettosamente pensare che abbia proposto l'assenza di sistematizzazione come blasone di un pensiero spericolato, impaziente di affermare le proprie convinzioni più che di assicurarne la credibilità. O che abbia emesso i suoi aforismi scettici solo per adornare il rigore delle sue classificazioni. Perché S/Z ha qualcosa di trattatistico. Sarrazine si svilupperebbe secondo le linee di cinque principi di organizzazione, che Barthes chiama codici: quello delle azioni, quello dei simboli, quello degli enigmi, ecc. Essi sono sottoposti da Bremond a un'analisi approfondita, dalla quale risulta il modo arbitrario in cui Barthes classifica l'ambito dei suoi cinque principi: modificandone il repertorio, di consistenza discutibile, in corso d'opera, e tracciandone tabelle che rivelano subito lacune inaccettabili. Il più grave è che «i codici» stessi, dopo essere stati formulati, vengono svuotati dal critico. Per esempio il codice delle azioni, fondamentale per lo studio d'un testo narrativo, viene poi inficiato dalla condanna, ispirata al «distanziamento» celebrato da Brecht, per l'irreversibilità. Ma come si possono classificare delle azioni, che avvengono nel tempo, pretendendo che esso non sia irreversibile? Naturalmente Barthes avrebbe rifiutato questa logica del sì e del no, del vero e del falso; ma perché s'è impegnato a organizzare questo suo sistema pur minandone le fondamenta? Preferisco credere che Barthes abbia obbedito a un supremo gusto del gioco, depistando quelli che non se ne sono accorti e al, contempo quelli che, più o meno limpidamente, ne hanno avuto consapevolezza.
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