| Argomenti per essere ciò che si è |
| Alessandro Ferrara, "Autenticità riflessiva", Feltrinelli, Milano 1999, pagg. 267, L. 38.000. | Autenticità riflessiva di Alessandro Ferrara - che esce ora per Feltrinelli, preceduto dall'edizione inglese Routledge - è uno dei quei rari saggi filosofici che fa piacere leggere e raccomandare al lettore. In esso, l'autore, formatosi tra l'altro negli Stati Uniti e in Germania, riesce a mio avviso a far convivere la filosofia sociale e internazionale con il meglio della tradizione italiana di filosofia pratica. La tesi centrale del libro è espressa dal sottotitolo, che recita "il progetto della modernità dopo la svolta linguistica". Il problema generale posto è infatti quello della natura del soggetto in una società tardo-moderna. In quest'ultima, sostiene Ferrara, bisogna giocoforza rinunciare alle identità forti per puntare su una versione più "umana" della struttura della soggettività. Tuttavia, tale intenzione non viene nel corso del volume perseguita attraverso l'adesione a uno stile post-moderno e nichilista, ma anzi raccogliendo in pieno la sfida filosofica implicita in quello che Jürgen Habermas, uno degli autori di Ferrara, ha chiamato il "progetto moderno".
La soluzione del rebus consiste nella "tesi dell'autenticità", sarebbe a dire nella proposta centrale del libro, e nella teoria dell'universalismo esemplare che ne discende. La tesi dell'autenticità rappresenta il completamento del progetto moderno di cui si diceva, costituendo insieme il punto estremo della soggettivizzazione dei fondamenti di validità e l'orizzonte normativo entro cui si colloca. Contrariamente alle posizioni post-strutturaliste, decostruzioniste e nichiliste, la tesi dell'autenticità si pone in questo caso in termini di proposta e determinazione piuttosto che di mancanza di scopo e assenza.
La continuità con la tradizione filosofica della modernità consiste evidentemente nel modo in cui Ferrara mantiene integre le pretese di validità del discorso. La distanza, in ciò stesso forse la maggiore originalità del volume, sta invece nell'idea di dimostrabilità e validità, che la tesi dell'autenticità interpreta in maniera affatto differente dalla tradizione moderna da Kant a Rawls e Habermas.
Qui, la contrapposizione ovvia è con la nozione di autonomia, cui la filosofia del progetto moderno pare indissolubilmente legata. La struttura concettuale, su cui tale contrapposizione si basa, è quella del giudizio nell'accezione kantiana. Ferrara contrappone alla validità del giudizio determinante, che Kant attribuisce insieme alla ragion pura e alla ragion pratica, quello del giudizio riflettente, tipica invece dell'universo estetico. La tesi dell'autenticità si rifà proprio al Kant della Terza Critica, ma anche sicuramente ad Aristotele, quest'ultimo letto nel segno di una "fronesis post-metafisica" nonché alla tradizione romantica ed esistenzialista profondamente rivisitata.
La contrapposizione autenticità-autonomia riguarda da questo punto di vista sia l'individuo che la collettività, sia la filosofia morale che la teoria sociale. In sostanza, l'autenticità assume e fa sua l'autonomia, ma non si esaurisce in essa, presentandosi come la capacità di essere se stessi o scegliersi in un peculiare orizzonte storico-critico che è poi quello nostro della tarda-modernità.
Si potrebbe anche dire che, per Ferrara, autonomia sta a modernità come autenticità sta a tardo-modernità. Ma, ancora una volta, questa simmetria non presuppone alcuna deriva relativistica, come si evince dalla tesi dell'esemplarità universalistica che discende dall'autenticità. Nell'idea di essere se stessi o scegliersi, e cioè nell'autenticità, è così implicita una normatività, che si rivela ad esempio nell'uso originale delle categorie psico-analitiche - tratte per esempio da Winnicott Kohut - di coesione, vitalità, profondità, maturità.
L'esemplarità universalistica è in fondo quella caratteristica del giudizio estetico. Nell'ambito del giudizio estetico, è difficile pensare a criteri aprioristici del bello cui l'opera d'arte dovrebbe adeguarsi, e quindi bisogna ricorrere a criteri impliciti nell'opera stessa. Ma ciò non vuol dire che noi non possiamo valutare anche comparativamente diverse opere d'arte su una scala estetica. Analogamente, il fatto che, nel nostro orizzonte storico-concettuale, non si danno, secondo Ferrara, criteri etico-politici a priori cui possa ispirarsi normativamente il nostro comportamento pratico, non vuol dire che non esista la possibilità di ordinare normativamente i comportamenti pratici stessi. Se vogliamo trovare un altro referente filosofico, qui Ferrara ritrova lo Hegel della Fenomenologia dello spirito, leggendolo però all'insegna della dialettica negativa, e cioè in un orizzonte di radicale riflessività che non trova riconciliazione teorica o pratica.
Come ho detto all'inizio, Autenticità riflessiva è un libro serio in cui si fondono originalità e rigore, con una proposta di sostanza e di merito sui problemi che affronta. Ciò non implica ovviamente l'impossibilità di fare obiezioni, ed è anzi auspicabile che ce ne siano. Anche se non è questa la sede per un approfondito dibattito, non mi esimo dal proporre la mia. Così nella pretesa di congiungere individualità ed esemplarità da un lato e normatività dall'altro, pretesa che è tipica del concetto centrale di autenticità di Ferrara. Si tratta, a mio avviso, di una scommessa tanto significativa quanto improbabile. La nozione di autenticità è al fondo coerentista: essere autentici vuol dire essere veramente quel che si è. Ma in che senso un'idea del genere può anche avere pretese normative? Dopo tutto, come ben sappiamo, ci sono veri imbecilli e veri malvagi. E un invito a essere autentici per loro non è certo un invito accettabile. Né per gli individui né per la comunità. |