| Gli antichi non separavano mai
la bellezza dall'anima | In epoca di ridefinizioni radicali dell'estetica suona particolarmente interessante e provocatorio il titolo del libro di Gianni Carchia: L'estetica antica. Parlare di "estetica" in riferimento all'antichità è problematico, perché il comune e moderno significato del termine prevede una autonomia della sfera estetico-artistica che non è pensabile in epoca premoderna. Nel pensiero antico l'arte ha implicazioni religiose, economiche, morali, ecc. Il bello è un effetto metafisico. Ecco perché non esiste una trattazione completa dell'estetica nell'antichità: la teoria antica del bello prende il sopravvento sulla teoria antica dell'arte o viceversa (con relative sottovalutazioni dei poeti e dei tragici, di Aristotele, o di Platone). Carchia colma questo vuoto ricostruendo i passaggi in cui la problematica dell'estetica nella sua piena (e doppia) complessità si sviluppa, da Omero a Plotino, giungendo infine con quest'ultimo a una prima convergenza di arte e bellezza, attraverso l'interiorizzazione del bello, e l'incontro di "anima" e "forma". La narrazione di questi passaggi agisce à rebours sulla nostra attuale considerazione dell'estetico: ne spiega tutta l'ambiguità e la complessità terminologica. |