RASSEGNA STAMPA

17 GIUGNO 1999
FRANCA D'AGOSTINI
Gli antichi non separavano mai la bellezza dall'anima
Gianni Carchia, "L'ESTETICA ANTICA", Laterza, pp. 218, L. 35.000
In epoca di ridefinizioni radicali dell'estetica suona particolarmente interessante e provocatorio il titolo del libro di Gianni Carchia: L'estetica antica. Parlare di "estetica" in riferimento all'antichità è problematico, perché il comune e moderno significato del termine prevede una autonomia della sfera estetico-artistica che non è pensabile in epoca premoderna. Nel pensiero antico l'arte ha implicazioni religiose, economiche, morali, ecc. Il bello è un effetto metafisico. Ecco perché non esiste una trattazione completa dell'estetica nell'antichità: la teoria antica del bello prende il sopravvento sulla teoria antica dell'arte o viceversa (con relative sottovalutazioni dei poeti e dei tragici, di Aristotele, o di Platone). Carchia colma questo vuoto ricostruendo i passaggi in cui la problematica dell'estetica nella sua piena (e doppia) complessità si sviluppa, da Omero a Plotino, giungendo infine con quest'ultimo a una prima convergenza di arte e bellezza, attraverso l'interiorizzazione del bello, e l'incontro di "anima" e "forma". La narrazione di questi passaggi agisce à rebours sulla nostra attuale considerazione dell'estetico: ne spiega tutta l'ambiguità e la complessità terminologica.
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