RASSEGNA STAMPA

14 GIUGNO 1999
FRANCO RELLA
Simone Weil
L'abitudine quotidiana alla paura e alla morte
Ogni sera, su tutti i telegiornali, vedo apparire i portavoce della Nato impegnata nella guerra contro la Serbia. Accanto a un generale c'è un uomo in borghese, con un ciuffo biondo, che assomiglia al protagonista dei «Jules e Jim» di Truffaut. Questo signore, dall'aria familiare e gentile, ci propone ogni sera una gelida contabilità di morte di distruzione. Le cifre dei morti non sono essenziali. La condizioni dì chi sta in retrovia, senza energia elettrica e senza lavoro, è forse la condizione più orribile. Non sono essenziali comunque, afferma Simone Weil («Sulla guerra. Scritti 1933-1943», Pratiche). Essenziale è l'atteggiamento di fronte alla morte (Simone Weil scrive: di fronte all'omicidio il fatto che nessuno esprima «repulsione, disgusto o solo disapprovazione per il sangue inutilmente versato». Questo atteggiamento porta, come ha scritto Bernanos nei «Grandi cimiteri sotto la luna», all'abitudine alla paura e alla morte. E' proprio in una lettera del 1938 a Bernanos che Simone Weil scrive che «un'atmosfera come questa cancella immediatamente il fine della lotta». Infatti, il fine di questa guerra «è il bene degli uomini», mentre qui, «in questa atmosfera, gli uomini non hanno valore». Il libro di Bernanos e la lettera di Simone Weil sono stati scritti durante la Guerra Civile di Spagna, alla quale Sirnone Weil ha partecipato nelle milizie d'Aragona. Ciononostante la comprensione degli effetti di questa guerra intravisti da Bernanos, porta Weil ad affermare al monarchico Bernanos, uomo dì destra con un figlio nelle falangi franchiste, «lei mi è, senza confronto, più vicino dei miei compagni delle milizie d'Aragona - di quei compianti che, pure, amavo».
Simone Weil non è pacifista. Giustamente afferma che ì sermoni pacifisti spesso «non hanno l'obiettivo di risvegliare le coscienze e di eliminare i falsi conflitti bensì di addormentare i conflitti reali». La lotta, secondo Simone Weil, che ripete Eraclito, è la condizione stessa della vita. Eppure, di fronte a quello che ogni giorno vediamo, pare difficile sottrarsi all'idea che siamo in una «catastrofe che può essere seguita da una pace che costituisce in sé una nuova catastrofe». Oggi non si colpisce un esercito, ma un paese, con l'obiettivo di proteggere la minoranza albanese del Kosovo. Ma l'obiettivo, via via che il tempo passa, si fa sempre meno definito, e sempre meno plausibile, dal momento che la popolazione che doveva essere difesa e protetta è chiusa in campì dì raccolta che sono veri e propri campì di concentramento.
Quando l'obiettivo di una lotta si fa poco definito emerge qualcosa che sta forse dietro ogni guerra e ogni lotta: il dominio. «Chi vede aprirsi davanti a sé la strada del dominio non si trattiene dall'avanzare», scrive Simone Weil. Siamo certi che la democrazia sia un antidoto contro questa spinta, o non hanno ragione Simone Weil, e più recentemente Cacciari («L'arcipelago», Adelphi), quando avverte che anche nella democrazia può nascondersi il tiranno? L'abitudine alla distruzione e alla morte, come fatto quotidiano non può portare a quella forma di consenso irriflesso che sposta la democrazia dalla partecipazione al mero consenso dì fronte alle grandi parole che la giustificano? Le grandi parole, quelle con la maiuscola, quelle indiscusse, secondo Simone Weil rischiano di svuotarsi del loro contenuto fino al punto in cui «niente di reale potrà corrispondere ad esse, perché non vogliono dire niente». Allora questi contenitori vuoti rischiano di riempirsi «di sangue e di lacrime».
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Filosofia morale