RASSEGNA STAMPA

13 GIUGNO 1999
UMBERTO GALIMBERTI
Duttili e tolleranti per una filosofia del nuovo millennio
Che rapporto c'è tra istruzione e cittadinanza? La scarsità di prospettive di lavoro in campo umanistico non rischiano di accentuare l'indirizzo tecnico-scientifico delle nostre scuole medie, superiori e universitarie, emarginando arte, letteratura e filosofia, perché non danno competenze specifiche? E che significa una formazione scolastica e universitaria che, sul modello americano, si indirizza sempre di più verso la specializzazione, in un tempo come il nostro in cui le continue migrazioni creano società multietniche dove sarà possibile convivere solo se buoni e sostanziosi insegnamenti umanistici avranno creato quel relativismo culturale che insegna agli uomini il rispetto delle differenze? La guerra balcanica non suggerisce al ministro della Pubblica Istruzione e al ministro della Ricerca Scientifica di incrementare a dosi massicce la cultura umanistica per rendere l'istruzione all'altezza dei problemi che il nostro tempo crea intorno alla convivenza e ai diritti di cittadinanza?
Sono questi alcuni problemi sollevati da Martha C. Nusshaum nel suo libro: Coltivare l' umanità. I classici, il multiculturalismo, l'educazione contemporanea (Carocci, pagg. 358, lire 34.000) dove, accanto al sapere tecnico-specialistico, si raccomanda un forte incremento del sapere filosofico-umanistico sul modello socratico che non fornisce un sapere (Socrate si è sempre vantato della sua "dotta ignoranza"), ma la capacità di interrogare e di argomentare in forma autonoma, senza affidarsi a quei giudizi acritici che sono il precipitato ridotto in pillole dell'informazione tv.
Questa educazione filosofico- umanistica è oggi molto urgente, non tanto per compensare il tecnicismo specialistico, quanto per riuscire a convivere in società sempre più multietniche dove, senza una cultura ampia, critica e perciò tollerante, sarà sempre più difficile coabitare se si resta rattrappiti nella difesa della propria specificità. E qui non penso solo ai pregiudizi delle persone ignoranti, ma all'ignoranza umanistica dei tecnici, degli scienziati, degli operatori di mercato, e più ampiamente di tutti quegli attori di competenze specializzate che, a sentirli parlare, sembrano uomini che, all'alba del mondo, stanno incominciando a crearsi un' idea di quel che succede in quello spazio impreciso e confuso che incomincia appena fuori dal loro ufficio e dal loro laboratorio.
E questo perché? Perché nessuno ha insegnato loro a pensare con la propria testa, e a scostarsi di qualche centimetro da quel che in generale si dice su questo o quell'altro argomento, perché ogni piccola differenza, ogni opinione che pretenda di essere personale esige che in qualche modo venga giustificata, argomentata, compresa, e capaci non si è.
Un laureato in ingegneria, in biologia, in tecnica bancaria dovrebbe essere in grado di dimostrarsi un interlocutore intelligente sul tema delle differenze religiose con conseguenti diversità di usi e costumi, sul tema della modificazione della famiglia nella società complessa, sul controllo della sessualità, sul futuro dei giovani. E invece no. Quando non è calcio, è film, anche perché qualche ministro della Cultura deve aver messo in giro quell'idea fuorviante secondo cui la cultura è spettacolo, per cui basta andare al cinema o mettersi in coda a una mostra per aver pagato i debiti con la cultura. E in effetti nonostante l'immane incremento dei mezzi audiovisivi, di cui si riforniscono inutilmente persino le scuole, nessuno ha più il coraggio di dire che la cultura non è visione, ma riflessione, e che il mezzo deputato alla riflessione, piaccia o non piaccia, resta ancora il libro, meglio se non illustrato.
Ma per questo è necessario potenziare, e non ridurre come stanno facendo i nostri ministri della scuola e dell'università, il recupero di quella tradizione filosofica che, partendo dal concetto socratico di "vita esaminata", attraversa la nozione aristotelica di "cittadinanza riflessiva", per giungere ai concetti greco- romani di educazione che, a sentir Seneca, è "liberale" se libera la mente dalle catene dell'abitudine e della tradizione, quando questa è solo espressione di pigrizia mentale e di chiuso recinto che non fa capir nulla dell'altro, il quale, oggi, non è solo alle nostre porte, ma già in casa nostra.
Coltivare l'essere umano nella sua interezza per gli scopi della cittadinanza e della vita, ormai ovunque multietnica, è un concetto che i nostri ministri della Pubblica Istruzione devono acquisire con molta rapidità, prima di orientarsi precipitosamente e massicciamente verso educazioni tecniche e specialistiche. Essere un buon cittadino, infatti, significa oggi conoscere una gran quantità di dati e saper padroneggiare le tecniche di ragionamento, se non si vuole che la democrazia si estingua. E questo perché le scelte che occorre fare nelle società complesse chiedono ai cittadini un buon livello di competenza, altrimenti il voto avviene su base emotiva, nel senso che si vota a destra o a sinistra come si tiene al Milan o all'Inter. E allora la democrazia non c'è più, non per la minaccia della dittatura, ma per quell' altra ben più pericolosa minaccia che è l'incompetenza.
Per vivere infatti all'altezza delle società occidentali, oggi popolate in modo multietnico, occorre che le nostre scuole educhino la capacità di giudicare criticamente se stessi e le proprie tradizioni. Ciò significa non accettare alcuna credenza come vincolante solo perché è stata trasmessa dalla tradizione ed è divenuta familiare con l'abitudine. Significa mettere in gioco tutte le credenze (altro che finanziamento alle scuole cattoliche) e accettare soltanto quelle che resistono alle richieste di coerenza e di giustificazione razionale.
Per esercitare questa capacità occorre saper ragionare correttamente, verificare la coerenza dell'argomentazione, l'esattezza e l'accuratezza di ciò che si legge e si scrive. Esami di questo genere portano spesso a sfidare la tradizione, come ben sapeva Socrate che dovette subire un processo e una condanna perché educava i giovani a pensare autonomamente senza lasciare questo compito all'autorità.
Ma educazione umanistica non vuol dire solo imparare a ragionare con la propria testa evitando sia il menefreghismo sia la delega in bianco, ma vuol dire anche oltrepassare l' angusta fedeltà al gruppo per interessarsi alla realtà di esistenze lontane. Non pensarsi innanzitutto come italiani, tedeschi, francesi, europei, americani, ma come esseri umani. Ciò comporta una grande quantità di conoscenza sui periodi storici precedenti, sulle culture non occidentali, sulle minoranze nel nostro paese, sulle differenze sessuali e di genere che la cultura umanistica, proprio per la sua non- specializzazione, è in grado di fornire insieme a quello strumento, l'immaginazione narrativa che consente di metterci nei panni dell'altro, attraverso quei processi di identificazione che ciascuno sperimenta quando legge un romanzo o si identifica con i vari personaggi. Finora abbiamo ascoltato l'altro quasi esclusivamente nella forma del colonialismo o del proselitismo. Neppure il sospetto che la relazione possa esprimersi anche in quelle direzioni che l'immaginazione dischiude quando si oltrepassano i limiti di un'educazione diretta a un'élite omogenea (come per lo più avviene nelle scuole cattoliche) per formare cittadini che sono liberi perché non incatenati dalla loro omogeneità, e quindi in continuo contatto con storie molto diverse che obbligano a rivisitare le proprie convinzioni, i propri pregiudizi, le proprie acritiche persuasioni.
Se la guerra balcanica nata dall'incapacità di comprendere l'altro (e qui penso al serbo che non comprende l'albanese e l' euroamericano che non comprende il serbo) dovesse finire con il semplice aiuto ai profughi e la semplice ricostruzione di un paese che i bombardamenti euro-americani hanno reso una crosta lunare, questa guerra sarebbe stata del tutto inutile e quindi da rubricare nella serie infinita delle guerre che gli uomini fanno quando si attengono a quella logica elementare che non oltrepassa il livello amico/nemico.
Ma per oltrepassare questo livello non basta la buona volontà e neppure l'esortazione alla carità. Per oltrepassare questo livello ci vuole cultura, e per essere ancora più chiari: cultura laica e umanistica, l'unica che può fondare quel rapporto tra istruzione e cittadinanza che è un'urgenza improrogabile nel tempo delle migrazioni dei popoli e della composizione multietnica della nostra società. Chissà se incrementando questo tipo di cultura, anche gli studenti smetteranno di annoiarsi a scuola perché avranno incominciato a capire che oggi non si può più essere uomini restando chiusi nei confini angusti della propria tradizione. In questa clausura, infatti, possono crescere solo individui ignoranti e perciò intolleranti perché non hanno mai assaporato il relativismo della propria cultura, della propria fede, delle proprie convinzioni, delle proprie persuasioni.
Signor ministro, è qui che innanzitutto si deve cambiare la scuola. Non congedarsi dalla cultura umanistica per quella tecnico-scientifica, ma portando la cultura umanistica alla sua altezza che è poi l'altezza dell'uomo in tutte le sue espressioni, che non sono solo quelle europee e americane, perché l'Europa e l'America sono ormai abitate da gente di tutto il mondo, con la quale non si può convivere se non la si capisce, e non la si può capire se non sradicandosi almeno un po' dalla propria tradizione. Cosa questa che non si ottiene con il sapere tecnico- scientifico, ma con quello filosofico-umanistico che dunque va incrementato e non assottigliato perché ritenuto poco ideoneo alle professioni. A meno che essere davvero uomini, all'altezza del riconoscimento della diversità, sia ritenuto inessenziale all'esercizio della professione.
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vedi anche
Filosofia (e) politica