LA SCIENZA INTRADUCIBILE| Difesa dell'incommensurabilità delle teorie e attacco al relativismo nell'ultimo scritto di un grande epistemologo |
| Il mio primo incontro con l'incommensurabilità avvenne quando ero studente in fisica teorica e fui invitato a tenere alcune conferenze su Galileo. Nel tentativo di scoprire il punto di vista dal quale era partito Galileo ben presto fui condotto alla fisica di Aristotele. Benché le sue opinioni di fisica apparissero tutte strane, generalmente riuscivo a convincermi che la mia lettura del testo mi indicasse quali fossero. Qui e là, tuttavia, trovavo dei passi che per me non avevano senso. La mia difficoltà non era dovuta al fatto che quei passi anomali fossero più oscuri di altri. Non lo erano. Piuttosto non riuscivo a credere che una persona la cui intelligenza era universalmente riconosciuta potesse averli scritti. Più che oscuri sembravano assurdi. Continuai, tuttavia, a leggere Aristotele con una frustrazione crescente finché, un giorno memorabile, non scorsi improvvisamente un disegno riconoscibile nei passi che mi parevano anomali. A un tratto, il testo acquistava un senso, ma solo se cambiavo modo di leggerlo, cambiando alcuni concetti - e il significato di alcune parole - che io, vivendo in un periodo molto più tardo, avevo portato con me nel testo.
Il tentativo di scoprire ciò che Aristotele aveva pensato è stato il mio primo incontro con l'incommensurabilità. Successivamente ce ne sono stati altri, non solo in testi antichi ma anche in quelli più recenti di Planck e di Bohr. Fin dall'inizio, esperienze di questo genere mi sembrarono richiedere una spiegazione. Esse segnalano una rottura tra i vecchi modi di pensare e quelli attuali, e tale rottura deve avere una rilevanza sia per la natura della conoscenza sia per la direzione nella quale si può dire che essa proceda. Cambiai i miei programmi di carriera pur di impegnarmi in queste questioni, ed esse mi portarono in breve ad affrontare il problema della traduzione.
Per alcuni anni, le mie opinioni in proposito sono state ambigue e talvolta contraddittorie. Da principio, riconoscendo la somiglianza esistente tra l'esperienza che avevo avuto con Aristotele e quella del "traduttore radicale" di Quine con la comunità che egli studiava, tendevo a vedere la traduzione come un modo per risolvere l'incommensurabilità. Nel capitolo che ho aggiunto alla seconda edizione della Struttura delle rivoluzioni scientifiche, scrissi per esempio che "ciò che possono fare coloro che si trovano coinvolti in una interruzione della comunicazione è riconoscersi gli uni e gli altri quali membri di comunità linguistiche differenti e diventare quindi dei traduttori". Da allora, mi sono progressivamente reso conto che la traduzione non può fare da ponte tra la lingua che una persona porta nella lettura di un testo del passato e i passi di quel testo che implicano termini incommensurabili. Se esiste un rimedio, deve essere di un altro tipo.
La mia ricerca di quest'"altro tipo" di rimedio si è evoluta in quattro tappe. La prima è stata di dare il giusto rilievo a un punto che era stato presente fin dall'inizio ma spesso offuscato dalla mia retorica. L'incommensurabilità è sempre locale, ristretta a piccoli insiemi di termini interrelati, ordinariamente termini che devono essere imparati insieme. Per un lettore moderno della Fisica di Aristotele, i passi incommensurabili contengono spesso i termini kinesis e metabole, solitamente tradotti entrambi con "moto" sebbene segnalino una distinzione cruciale per il pensiero di Aristotele. Un altro gruppo importante di termini contiene chora, topos e kenon, i primi due regolarmente tradotti con "spazio" sebbene quella fusione porti a gravi fraintendimenti sia della definizione di luogo data da Aristotele sia delle sue idee sul kenon, il vuoto. È soltanto quando questi termini o altri piccoli gruppi compaiono nel testo che l'anomalia affiora. Altrove la traduzione può far uso di termini e di concetti moderni. Invero, se l'incommensurabilità caratterizzasse ampie parti del testo, l'anomalia presente sarebbe ovunque e perciò irriconoscibile. Non ci sarebbe modo di costruire i ponti attraverso i quali l'anomalia è capita e trascesa.
Una seconda tappa - di nuovo una questione di riposizionamento e rilievo piuttosto che di mutamento di idee - riguardava l'eliminazione crescente della metafora del "salto gestaltico" che avevo usato nella Struttura, e dei riferimenti reiterati ai modi di "vedere". Venivano via via sostituiti da un'accentuazione dei vincoli concettuali imposti dalla lingua e dal modo in cui questi variano dall'uno all'altro. La conoscenza della natura è incastonata nel linguaggio e in esso proiettata. Due linguaggi sono incommensurabili proprio laddove proiettano la natura in maniere incompatibili. Per anni ho descritto me stesso come un whorfiano irredento, sebbene lamentassi la scarsità di prove a favore di questa posizione.
La terza tappa è notevolmente più recente. È segnata dall'utilizzazione di una distinzione tra due processi che solitamente vengono fusi nella filosofia del linguaggio, il processo di apprendimento di una lingua da un lato e quello di traduzione dall'altro. Paradossalmente, il traduttore radicale di Quine, che mi ha fatto conoscere per primo la traduzione, non è affatto un traduttore ma qualcuno che apprende una lingua. E l'apprendimento delle lingue produce degli individui bi o multi-lingui piuttosto che dei traduttori. Una neurologia comune e degli ambienti in parte coincidenti rendono estremamente probabile che chi parla una lingua umana possa, fatti i debiti sforzi, sempre impararne un'altra. Ma non è detto che ciò valga per la traduzione, come sanno tutti i traduttori e molte persone bilingui. Ci sono cose che si possono dire in una lingua, ma non si possono articolare in un'altra.
Riconoscere questo punto mi ha via via consentito di temperare quegli aspetti del mio lavoro originario che sembravano giustificare le accuse di relativismo. Non si dà il caso che una proposizione vera in un linguaggio (o entro un paradigma) possa essere falsa in un altro. Si dà piuttosto il caso che una proposizione che può essere vera (o falsa) in un linguaggio non sia nemmeno formulabile in un altro. Non è il valore di verità ma l'effabilità che varia insieme al linguaggio.
La quarta tappa è la più recente e segna il momento in cui mi sono sentito libero di iniziare un libro per dare un fondamento al punto di vista che ho delineato. Quel punto di vista ha richiesto, come punto di partenza, di aggirare la posizione di Davidson. Davidson riconosce come me che il traduttore radicale di Quine è di fatto colui che apprende una lingua e che ciò che ha imparato non può essere tradotto nella sua lingua originaria nella sua interezza. Ma Davidson, a differenza di me, suppone che una volta giunto a capire come i termini fino a quel punto intraducibili funzionano nella lingua appena acquisita, egli possa arricchire la propria lingua madre aggiungendovi le parole mancanti. L'arricchimento eliminerebbe pertanto l'incommensurabilità.
Ciò che ho detto precedentemente indica che, se l'arricchimento davidsoniano fosse possibile, la lingua arricchita proietterebbe due immagini incompatibili delle stesse aree dello stesso mondo, una conseguenza che metterebbe in pericolo la comunità che si trovasse ad usarla.
Questo, secondo me, accade, ma per rendere plausibile la mia affermazione occorre dimostrare come una lingua può incorporare la conoscenza della natura. È questo il mio attuale progetto, ed è già a buon punto. Anche se non posso nemmeno tentare di riassumerne qui i risultati, attraverso un breve esempio posso forse suggerirne le implicazioni.
Ho discusso altrove il modo in cui gli studiosi che sanno già come parlare di posizione, velocità e accelerazione, acquisiscano il vocabolario concettuale aggiuntivo della fisica newtoniana, e in particolare termini quali "massa" e "peso".
Come ho indicato, ci sono strade diverse che possono essere attraversate dal processo di apprendimento, ma tutte richiedono che si postuli la validità di una o più generalizzazioni universali solitamente chiamate leggi di natura. "Forza" e "massa", per esempio, possono essere apprese insieme postulando la terza legge di Newton insieme alla seconda oppure insieme alla legge della gravità. (Entrambi i termini ricorrono nelle ultime due leggi; dopo che le due sono state apprese postulando una di esse, la terza legge può essere scoperta attraverso l'osservazione). Il concetto di "peso" può allora essere introdotto come una forza, e la sperimentazione può portare alla scoperta della legge di Hooke. Alternativamente, si può cominciare postulando la legge di Hooke e la terza legge di Newton e fare la strada in senso inverso.
Ai nostri fini, non hanno importanza i particolari di questo percorso. Quello che è cruciale, tuttavia, è che l'acquisizione di un vocabolario concettuale esige che si dia ad alcune leggi di natura un ruolo definitorio che renda il loro status cognitivo simile a quello dell'a priori sintetico di Kant. Via via che si scoprono altre leggi con l'aiuto di quelle inizialmente postulate, anche queste ereditano quello status cognitivo. Sebbene nessuna possa esistere in assenza dell'esperienza (per un a priori sintetico piuttosto che solo un a priori tout court), il loro contenuto esperienziale e definitorio risulta congiunto in modo indistricabile. Sono le leggi che entrano o potrebbero entrare in questa guisa nel processo di acquisizione del linguaggio nel mondo, quelle che il linguaggio proietta sul mondo.
Aristotele e i suoi successori facevano anche generalizzazioni universali sulla materia e sul moto, e nel farlo usavano concetti di forza, quantità di materia e peso. Come nel caso newtoniano, l'acquisizione di tali concetti richiedeva di postulare delle generalizzazioni aristoteliche universali. Alcune di quelle generalizzazioni in forma di legge sono però incompatibili con la fisica newtoniana, cosicché arricchire il vocabolario concettuale newtoniano con termini aristotelici (o viceversa) inserirebbe delle contraddizioni sui fenomeni naturali osservabili all'interno della stessa lingua. Gli utenti di una lingua contenente tali contraddizioni non potrebbero studiare la natura con successo: o essi o la loro lingua ne morirebbero. Un arricchimento che avesse tali effetti inficerebbe alcune funzioni essenziali della lingua.
Fin qui ho parlato di scienza, come faccio sempre. Ma l'incommensurabilità in quanto relazione tra parti di lingue, considerate in coppia, non si limita all'ambito del linguaggio scientifico. È endemica. Ha le sue radici nella natura stessa del linguaggio. Nella scienza, tuttavia, emerge con particolare chiarezza e ha conseguenze particolari. Chi si dedica a un'impresa che, come qualunque scienza, fa uso di leggi di natura stabilite e mira a scoprirne di nuove, deve essere di norma in grado di dire con precisione se determinati fenomeni sono nel dominio o meno di una legge. Il fatto che un fenomeno non vi si conformi non porta a respingere una legge ma bisogna riconoscere la violazione e rendere conto dell'anomalia. Discrepanze che in un altro settore potrebbero essere tollerate o date per scontate svolgono un ruolo essenziale nello sviluppo della scienza. Questo rende l'incommensurabilità così gravida di conseguenze per le scienze, e io ritengo che ne sia addirittura costitutiva. |