RASSEGNA STAMPA

6 GIUGNO 1999
FRANCO VOLTAGGIO
CONTAGIATI DA NEWTON
CONSIDERAZIONI SULL'ACCUSA DI SOKAL E BRICMONT DI USO IMPROPRIO DEL CAPITALE SCIENTIFICO DA PARTE DEI "PHILOSOPHES"
"E' impossibile impedire ai filosofi di sfruttare l'immensa ricchezza conoscitiva della scienza moderna. Ma, per impostare correttamente il rapporto, è necessario partire dalla genesi delle teorie scientifiche"
Nel 1770 apparve in Francia un libro, Le système de la nature, a lungo considerato una delle "bibbie" del materialismo dei philosophes. L'autore, il barone Paul-Henry Thiry d'Holbach, sosteneva che "la conservazione... è il fine comune verso il quale tutte le energie, le forze, le facoltà degli esseri sembrano continuamente dirette. I fisici hanno chiamato questa tendenza a direzione gravitazione su di sé; Newton la chiama forza d'inerzia; i moralisti l'hanno chiamata nell'uomo amore di sé, il quale non è altro che la tendenza a conservarsi, il desiderio della felicità, l'amore del benessere e del piacere, la prontezza a cogliere ciò che è favorevole al suo essere e l'avversione rilevante per tutto ciò che lo turba e lo minaccia". (Il sistema della natura, a cura di Antimo Negri, Utet, 1978). Da questa tesi d'Holbach derivava alcune conseguenze politiche cruciali; l'uomo è necessitato a seguire la "legge naturale" dell'amore di sé, cioè a perseguire la felicità; il regime politico va perciò pensato come un potere organizzato che garantisca a tutti i cittadini la libertà indispensabile per essere felici; un regime che attenti alla libertà e felicità universale è, perciò, non solamente dispotico, ma anche e soprattutto contro natura. Quella di d'Holbach era, sotto il profilo epistemologico, un'operazione certamente bizzarra. L'amore di sé e la forza di inerzia sono due principî distinti, che traggono legittimazione da due differenti contesti, l'uno, quello opinabile e storicamente condizionato dei postulati della morale, l'altro, quello verificabile della teoria fisica newtoniana. E tuttavia, mi pare, sarebbe per lo meno ingeneroso contestare il modo di procedere di d'Holbach. L'interesse primario del philosophe non era scientifico e neppure speculativo, ma politico: si trattava di combattere una battaglia di lungo periodo per la messa a punto dei "diritti naturali" dell'uomo. In quel tempo, la fisica di Newton godeva di un immenso prestigio. Allora perché non valersene a fini politici?
Sei anni dopo, nell'incipit della Dichiarazione d'indipendenza degli Stati uniti d'America, tra i diritti fondamentale dell'uomo era esplicitamente richiamato il diritto "al conseguimento della felicità". Difficile stabilire con sicurezza se Jefferson, l'autore della Dichiarazione, avesse letto il Système di d'Holbach, ma è ragionevole pensare che, al pari del filosofo francese, fosse influenzato dalla tendenza comune dell'epoca di adottare il lessico e gli strumenti concettuali dei fisici, soprattutto di Newton, per trovare conferme agli ideali della morale e della politica. Non occorrerebbe qui ricordare l'enorme importanza che ebbe la codificazione di un principio della "naturalità" del diritto a esser felici in una legge fondamentale. Se lo faccio è per porre un interrogativo di indole generale: la legittimazione dell'uso della scienza a fini politici o etici va giudicata in sé, sulla scorta del puntuale controllo della correttezza nell'uso di termini e concetti, o piuttosto in riferimento ai risultati derivanti da questo uso? Se i contemporanei di Newton non avessero creduto di intravedere nelle severe pagine dei Principia la luce di una nuova moralità, sarebbe stato possibile ad Alexander Pope scrivere i celebri versi: "Natura e sue leggi nella notte giaceansi; Dio disse: Newton sia e ogni cosa fu luce"?
Questa riflessione mi è stata provocata dalla lettura del tanto discusso saggio di Alan Sokal e Jean Bricmont, Imposture intellettuali (Garzanti, L. . 30.000). Imposture intellettuali è, come hanno riconosciuto due studiosi tanto lontani, quanto a formazione e destinazione professionale, Gianni Vattimo (La Stampa, 20 maggio) e Marcello Cini (il manifesto, 30 maggio), un'opera utilissima che pone giustamente l'accento sulla faciloneria con cui protagonisti di spicco del pensiero contemporaneo si valgono del linguaggio e delle suggestioni delle scienze e che, coerentemente, invita a reimpostare il rapporto tra scienza e pensiero speculativo. Ma è proprio questo il punto. Al di là del legittimo invito a evitare grossolane approssimazioni, a non cedere a tentazioni di accorpamento acritico tra contenuti scientifici e dati speculativi, sino a che punto è possibile contestare a filosofi, psicologi e sociologi, lo sfruttamento improprio, cioè filosofico, delle scienze? E' probabile che molte delle osservazioni del sociologo della scienza Bruno Latour non siano pertinenti, così come è sicuro che la validità di una teoria scientifica va misurata con i parametri propri del contesto specifico di riferimento e non con criteri ad essa estranei. Ma è possibile negare che la scienza sia, come sostiene Latour, un'impresa sociale, così come è possibile confutare talune certezze storiche, quale, tanto per fare un esempio a noi vicino, la coincidenza tra alcuni settori della ricerca applicata, come il laser, e il dramma della guerra nel Vietnam? Ammesso che sia praticabile la messa a punto di un metodo che instauri un'era di relazioni corrette tra scienziati e filosofi, non c'è forse il rischio di dar vita a un'epistemologia altrettanto ingombrante quanto quella che ci ha preceduto, dalla teoria della falsificazione di Popper a quella delle rivoluzioni scientifiche di Kuhn, per non parlare dell'anarchismo metodologico di Feyerabend? Una epistemologia che, come correttamente puntualizzano Sokal e Bricmont, spesso fallisce il suo bersaglio, magari perdendosi dietro a verità banali e a falsità vistose, potrebbe essere migliorata da un minuzioso programma di ricerche inteso a produrre nuove regole metodologiche? Non lo so, ma lo ritengo davvero poco probabile. Semmai, i ricercatori di campo, che pure toccano questioni già in se stesse speculative, come accade ormai da tempo in molte ricerche della bio-medicina, dovrebbero affinare taluni dei loro strumenti concettuali, quali i concetti di fatto, metodo e verità come chiarisce assai bene Cini nel suo articolo. Personalmente ci sentiamo un po' poveri per il fatto di non disporre di una laurea in fisica e in biologia. Perché, per contro, per gli autori di Imposture intellettuali, non avere una laurea in filosofia (o più semplicemente saperne poco) dovrebbe essere un titolo di merito?
E' praticamente impossibile - un'impossibilità che confina con l'illiceità - impedire ai filosofi di professione di sfruttare l'immensa ricchezza conoscitiva della scienza moderna. In realtà le teorie scientifiche, indipendentemente dal fatto che siano scientificamente corrette o non, producono una vera e propria area di contagio culturale dalla quale è assai difficile restare immuni. Il contagio può essere responsabile della proliferazione di molte sciocchezze, che si condannano da sé, soprattutto se veicolano una sorta di terrorismo culturale qual è quello presente in taluni esponenti del pensiero postmoderno, ma possono, per altri versi, modificare la nostra visione del mondo nel senso di produrre una nuova conoscenza, una conoscenza che, spesso, è all'origine delle suggestioni da cui nasce un'esistenza interamente e fruttuosamente dedicata alla scienza. L'elaborazione del lutto, un processo notissimo in psicoanalisi e suffragato, alla sua origine, da procedure unicamente supportate dal training psicoanalitico - sulla cui validità scientifica tanti, da Popper a Grünbaum, sollevarono dubbi - è stata, tra molte altre, un fecondo orizzonte di evocazione al cui interno sono proliferate ricerche, empiricamente validate, sul rapporto tra sofferenza psicologica (di stress psicogeno) e processi biochimici di immunodepressione e immunosoppressione. In realtà c'è un modo, questo sì intrinsecamente corretto, con il quale raccogliere l'invito degli autori di Imposture intellettuali a procedere su nuove basi per impostare correttamente il rapporto tra pensiero speculativo (filosofico, psicologico, sociologico) e le scienze. Consiste, a mio parere, nel sostituire la filosofia della scienza, nell'accezione convenzionale e accademica del termine, con la storia della scienza, ponendo al centro, non il contesto della scoperta ma quello della genesi di una teoria scientifica. L'esame della genesi di una teoria scientifica non ha nulla a che vedere con il controllo di qualità della teoria. Il filosofo non è competente a effettuarlo. Se anche lo fa, non può che operare con le procedure canoniche del contesto di riferimento, tanto è vero che è possibile studiare le leggi del moto uniforme di Galilei o la meccanica di Newton, senza averne letto le opere. Sotto questo aspetto, parrebbe vero che "il misticismo e le pratiche alchemiche di Newton, ad esempio, sono importanti per la storia della scienza e la storia del pensiero umano in generale, ma non altrettanto per la fisica" (Sokal e Bricmont). A noi interessa proprio quello che, secondo i due autori, non dovrebbe che interessare marginalmente il fisico. Scoprire che la teoria dello spazio e del tempo sono tributarie di un'opera puramente teologica come l'Enchyridium di More sembra, ci perdonino Sokal e Bricmont, una scoperta, se non altrettanto essenziale quanto quella della gravità, almeno altrettanto significativa. Significativa di che cosa? Di una teologia che intendeva trovare non nell'edificazione religiosa, ma nelle certezze della natura, la prova dell'esistenza di Dio. Newton fu letteralmente contagiato da More e finì con il trasferire di peso le argomentazioni del neoplatonico di Cambridge nello "Scholium Generale" che precede i Principia, un'opera che, se deve la sua validità scientifica a ragioni puramente fisiche, ha la sua genesi in una preoccupazione di natura teologica. Ora, siamo veramente sicuri che un giovane fisico non abbia davvero bisogno della conoscenza, sia pure approssimativa, del mondo ideologico di Newton per comprenderne la meccanica? Chi può escludere, in linea di principio, che andando, come non può non andare, oltre Newton non sia costretto a ripercorrere tutti i nodi problematici già affrontati da Newton? La storia di una teoria o di una disciplina scientifica riveste un mero rilievo filosofico o non è, assai spesso, uno stimolo cruciale per appropriarsi di una certa precisa modalità (qui quella fisica) per avvicinarsi ai fenomeni?
Sostituendosi alla filosofia della scienza, la storia della scienza conserva tuttavia di questa una tensione filosofica, una tensione che non intende manifestarsi nell'invenzione di un metodo con il quale insegnare agli scienziati a fare scienza, ma, piuttosto, ad abituarli a vedere che ogni momento della ricerca è una ricapitolazione di tutto un passato. Il fisico di professione è, implicitamente, l'attore di un processo autobiografico nel corso del quale una disciplina o una teoria non traccia le linee unicamente di quanto l'ha proceduta ma di un intero mondo di affetti, idee e concetti presenti in un preciso spazio storico-culturale. C'è una diffusa paura della scienza, uno "spaventoso spavento" alimentato non solo dall'estrema difficoltà, per un profano, di usare gli strumenti concettuali dei disciplinari, ma anche dall'alone di splendido e disumano isolamento in cui sono percepiti gli scienziati. Un'esplorazione della storicità della scienza, fatta con tutte le cautele e non confondibile con un illegittimo controllo di qualità, potrebbe produrre taluni benefici risultati: contribuire a riconsegnare la scienza alla società, eliminando terrori e diffidenze e facendo proliferare suggestioni che possano avviare alla conoscenza scientifica i giovani; soprattutto farebbe della comunità scientifica del pianeta una nuova "provincia pedagogica", per dirla con Goethe, in cui l'uomo sarebbe educato a riprendere possesso di una ragione che, sia pure a torto, gli appare come estraniata e sequestrata dalla scienza.
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