RASSEGNA STAMPA

6 GIUGNO 1999
CINZIA CAPORALE
Lo spettro del vincolo di sangue
Partus sequitur ventrem. Ci mancava che qualcuno dei nostri deputati riesumasse questa anacronistica, ma assai diretta, espressione del giurista Gaio nel corso del dibattito conclusosi con l'approvazione alla Camera di una delle leggi più antistoriche e incongruenti della Repubblica. Una legge che trascura il particolare dei progressi scientifici, giuridici, morali e sociali che nel frattempo, e fortunatamente, sono intervenuti e che, soprattutto, contraddice quel ridimensionamento del dato biologico come fondamento delle relazioni familiari che era stato uno dei cardini della riforma del diritto di famiglia.
Il Testo Unico sulla procreazione assistita è il prodotto di un'impostazione illiberale e irrazionale che ha la pretesa di imporre universalmente comportamenti riferibili a un'unica etica e che discrimina i cittadini de jure in base a status anagrafico e orientamento sessuale, e de facto in base alle loro capacità economiche e culturali. L'impianto delle norme prevede che l'accesso alle tecniche sia subordinato a una certificazione medica di "sterilità", tanto impropria sul piano clinico quanto autoritaria su quello della libertà personale. La possibile alternativa di lasciare ai singoli l'autonomia circa le loro scelte procreative, e di assumersene la relativa responsabilità, è stata esclusa a priori, partendo evidentemente il legislatore dal presupposto che l'esercizio della libertà costituisca comunque un pericolo per la società. Altrettanto pericoloso, per la morale e la salute pubblica, viene considerato l'esercizio della "scienza e coscienza" dei medici, costretti alla stretta osservanza di sedicenti "linee guida" che, nell'articolato, contraddittoriamente divengono "vincolanti". La classe medica italiana, spesso pronta a difendere privilegi corporativi di ben minore importanza, si è lasciata infatti imporre restrizioni di tipo procedurale e scientifico che, tra l'altro, pregiudicheranno gravemente il futuro della nostra medicina della riproduzione. In nessun altro Paese civile questa categoria si sarebbe lasciata imporre nel silenzio pressocché assoluto qualcosa di così lesivo per la dignità professionale.
Uno degli aspetti più odiosi, inoltre, è il fatto che, al momento della certificazione di infertilità o dell'acquisizione del consenso informato, i medici si dovranno trasformare in inquisitori della sessualità dei pazienti e in paternalistici dissuasori che, invece di infondere fiducia, dovranno piuttosto avvertirli anche circa i rischi più assurdi e improbabili e violare il più elementare diritto a "non sapere". Il risultato inevitabile - già peraltro raggiunto a livello pubblico con la sola approvazione di questa legge -, sarà che la percezione da parte delle coppie che accederanno alla procreazione assistita sarà quella di compiere qualcosa di profondamente immorale: la sterilità verrà vissuta come una vergogna e il legittimo desiderio di un figlio come una colpa.
La proibizione più rilevante, e cioè il divieto di ricorrere alla fecondazione eterologa - pratica consolidata in tutto l'Occidente -, si giustifica soltanto con quella retorica sul primato del vincolo di sangue che si immaginava superata dall'ampio dibattito collettivo e dall'adeguamento delle normative, che sono intercorse negli ultimi trent'anni. In particolare, a partire dalla riforma del '75, la legittimazione della comunità familiare si fonda essenzialmente sull'aspetto sociale e affettivo e il requisito di continuità genetica tra genitori e figli può persino diventare marginale. La famiglia diventa finalmente una comunità di affetti in cui i genitori realizzano i compiti di assistenza e di educazione della prole stabiliti dalla Costituzione. Questo tipo di impostazione rende obsoleta la visione che - richiamandosi all'articolo 29 della Carta ("La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale") -, afferma la "sola" naturalità della famiglia. In questo senso, risulta incomprensibile e pretestuosa la posizione di chi insiste su una "linea di demarcazione rappresentata dal diritto naturale". Basti riflettere sul fatto che, ad esempio, Aristotele riteneva che alcuni uomini fossero per natura liberi, che altri fossero per natura schiavi e che, di conseguenza, fosse diritto dei liberi possedere degli schiavi. Persino i Founding Fathers della Costituzione statunitense - fondata sul diritto naturale -, condividevano questo approccio, con degli esiti spesso contraddittori come dimostra la storia, di nuovo, dello schiavismo americano. Semmai, se proprio si vuole invocare un diritto naturale dell'uomo, questo è quello di procreare, con buona pace dei giusnaturalisti di convenienza. Prendere i diritti sul serio allora vorrà dire che questi non possono essere concessi o cancellati a colpi di maggioranze: ci pensi il Senato della Repubblica a ricondurre il tutto alla ragione.
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vedi anche
La legge sulla fecondazione