RASSEGNA STAMPA

4 GIUGNO 1999
LUISA MURARO
Weil: se la politica vince sulla guerra
Raccolti gli scritti sul conflitto
Una «forza» che non sia potere e violenza
E' ricominciata la guerra di Troia? La guerra di Troia, per Simone Weil, è il simbolo dei conflitti, che non hanno un obbiettivo e quindi neanche una misura.
Sono i peggiori. C'è solo la voglia coatta di prevalere sull'altro.
La nostra epoca, scrive la filosofa, sta perdendo tutte le nozioni essenziali dell'intelligenza, che sono le nozioni di limite, di misura, di relazione, di legame necessario, di proporzione tra i mezzi e i risultati. E gli intellettuali si sinistra, cito ancora la Weil, giudicano la guerra con il metodo più difettoso possibile, quello che pretende di valutare in base ai fini perseguiti e non ai mezzi impiegati.
Si dice: il silenzio delle donne, ed è vero, ma c'è un filo di autorità femminile che percorre la storia politica dell'Occidente.
Intendo: autorità di donne dotate di indipendenza simbolica dal sistema del potere. Questo filo corre dall'antichità fino ai nostri giorni. Simone Weil ci parla della guerra con questa autorità.
Mi riferisco ai suoi scritti "Sulla guerra. Scritti 1935-1945", traduzione a cura di Donatella Zazzi, Pratiche 1999, da poco in libreria, che comprende. tutti i suoi contributi sul tema (escluso il "progetto" per la formazione delle infermiere, e i pensieri annotati nei "Quaderni").
Noi cominciamo così a intravedere quello che la Weil vide lucidamente nell'intervallo fra le due guerre mondiali, ossia l'onnipotenza dei rapporti di forza e l'illusione umana di governarli.
Gli uomini di potere sono in realtà al suo servizio e non c'è soluzione di continuità fra un Milosevic e un Clinton.
«Tutte le assurdità che fanno somigliare la storia a un lungo delirio hanno la loro radice in un un'assurdità essenziale: la natura del potere», scrive in "Non ricominciamo la guerra di Troia". Per una necessità assoluta della natura, scrive ancora, accade sempre che chi può, per quanto può, tenda a imporsi sugli altri. E commenta, alla ricerca di un antidoto a questo meccanismo del potere, «Dobbiamo anche noi possedere una forza di espansione. Ma non sul terreno della violenza e del desiderio di potere» ("Riflessioni in vista di un bilancio").
Della Weil si è detto che sarebbe passata da un pacifismo intransigente a riconoscere che la guerra può essere il male minore.- E' detto anche nella presentazione di questi scritti. Ma è sbagliato, è una semplificazione di enorme gravità, come possiamo renderci conto in questo momento. Io non sono una pacifista pura o integrale, ha sempre detto di sé la Weil, perché «la guerra costituisce in ogni epoca una specie ben determinata di violenza, di cui bisogna studiare il meccanismo prima di formulare un giudizio qualunque».
Per lei, infatti, al meccanismo del potere e violenza del potere che tende ad espandersi illimitatamente, bisogna opporre l'intelligenza che solo il senso della nostra relatività può darci.
Il male simbolico della guerra (e del potere) è proprio nella distruzione di questa intelligenza. 0 peggio, nella sua impraticabilità, perché quando c'è guerra tutto si avvita intorno al circolo vizioso di un prestigio ormai impossibilitato a negoziare con l'avversario, pena la propria cancellazione.
Rompere questo circolo vizioso non solo fu l'impegno di Simone Weil che si diede come pensatrice, ma è anche la concezione definitiva della politica: politica è ciò che interrompe il meccanismo dei rapporti di forza in questo mondo come nelle nostre anime.
Politica é una breccia di libertà nei meccanismi ciechi del potere/impotere, e fu questo il senso profondo e costante del suo pacifismo: contrastare il passo alla guerra per fare posto ai conflitti politici.
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vedi anche
Filosofia (e) politica