La morale non si fonda su una legge divina, ma esige uno statuto autonomoI diritti umani misura di ogni cosa Pubblichiamo un articolo con cui Enrico Berti interviene nel dibattito aperto da Michael Dummett il 25 aprile scorso e sviluppatosi nelle settimane successive. |
| Benché sia credente, non ho mai condiviso l’affermazione di Dostojevski «se Dio non esiste, tutto è permesso». Ho sempre pensato, al contrario, che l’etica debba fornire un terreno comune di discussione a credenti e non credenti, cioè debba rendere possibile la convivenza tra gli uomini, la comunicazione reciproca, qualunque sia la loro visione del mondo. Di questo esiste anzitutto una prova storica, cioè il fatto che l’etica, intesa come disciplina filosofica, è entrata nella storia della cultura indipendentemente dalla credenza in un Dio legislatore. Mi riferisco, ad esempio, all’etica dei filosofi antichi, che è stata certamente una forma importante di etica, ancor oggi apprezzata da molti, e tuttavia non è minimamente fondata sull’idea di una legge divina. Anzi, Aristotele dichiarò espressamente che «Dio non dà ordini, perché non ha bisogno di nulla» (Etica Eudemea VIII 3), pensando evidentemente che il dare ordini sia proprio di un padrone che ha bisogno di essere servito.
La legge fondamentale dell’uomo è l’uomo stesso, cioè la dignità della persona, che non deve mai essere violata; i suoi diritti, che di fatto possono essere negati, ma non per questo perdono il loro valore; le sue libertà, che possono essere limitate, ma solo per ragioni valide, cioè per rispettare altre libertà, altri diritti, e comunque tale limitazione non deve mai mettere in questione la dignità della persona. Tutto ciò può essere contestato, ma nel momento stesso in cui si accetta la discussione, implicitamente si riconosce l’uguaglianza tra i vari interlocutori, la loro libertà di parola, il loro diritto ad essere rispettati nelle loro opinioni, insomma la loro dignità di persone. Come ha mostrato Karl-Otto Apel, qualsiasi forma di comunicazione ha delle implicazioni etiche, e la comunicazione d’altra parte è intrascendibile, nel senso che per metterla in discussione bisogna praticarla, cioè riaffermarla.
Naturalmente ci sono molte etiche, diverse e anche opposte l’una rispetto all’altra, tuttavia nel momento in cui pretendono di essere etiche, cercano una giustificazione, sono disponibili all’argomentazione, dunque implicano un riconoscimento dei presupposti ineliminabili dell’etica, che sono quelli sopra indicati. Possono variare le applicazioni di tali presupposti, cioè le argomentazioni con cui da essi si deducono soluzioni diverse agli stessi problemi. Ma non si può presupporre che tutte le soluzioni si equivalgano, altrimenti non avrebbe senso argomentare, cercare una giustificazione, discutere con gli altri. La dignità della persona è il valore fondamentale e in questo senso è un valore assoluto. Su di essa riposa, del resto, il pluralismo, inteso come rispetto delle opinioni altrui. Questo pluralismo non è quello condannato nell’enciclica Fides et ratio, che non a caso parla di «pluralismo indifferenziato», cioè di pluralismo consistente nell’indifferenza ai valori, nella convinzione che tutte le opinioni si equivalgano.
Una cosa, infatti, è rispettare tutte le opinioni, come esige la dignità della persona, un’altra è ritenere che si equivalgano tutte, cioè che siano tutte ugualmente vere, il che è come dire che sono tutte false, o che non c’è differenza tra il vero e il falso. Il relativismo etico presuppone inevitabilmente quello che Dummett chiama relativismo aletico, cioè epistemologico, vale a dire la negazione dell’esistenza della verità. Questo relativismo, conosciuto sin dall’antichità col nome di scetticismo, è stato più volte confutato già dai filosofi antichi mediante l’osservazione che esso è autocontraddittorio, cioè si autodistrugge, perché si presenta esso stesso come verità assoluta, affermando in tal modo proprio ciò che intende negare.
La confutazione dello scetticismo, benché sia stata dichiarata da Heidegger puramente formalistica, conserva oggi intatto tutto il suo valore, come è stato recentemente riconosciuto da Nagel (L’ultima parola. Contro il relativismo, Feltrinelli 1999). Lo stesso Nagel, come molti altri filosofi analitici (Putnam, Kripke, Dworkin, Nozick), considera il relativismo una forma di pigrizia intellettuale, un impedimento a ogni discussione seria, insomma una posizione sostanzialmente vacua.
Anche il negare l’esistenza di verità «assolute», che pure sembra un atteggiamento molto urbano e democratico, ha bisogno di essere chiarito. Che significa infatti «assolute»? Nella verità non ci sono gradi: una proposizione è vera o falsa, non più o meno vera e più o meno falsa. Forse è bene chiarire che per «verità» si intendono sempre degli enunciati, non delle sostanze, o delle persone. Perciò non esiste una verità assoluta se con tale espressione si intende un sapere assoluto, cioè un sistema di enunciati esaustivo dell’intera realtà e definitivo. Ma singoli enunciati possono essere assolutamente, cioè incondizionatamente, veri, come ad esempio il principio di identità, o quello di non-contraddizione (sia pure nella sua forma «debole»), o gli enunciati analitici, o anche qualsiasi enunciato fattuale, che dica come effettivamente stanno determinate cose in un determinato momento. In tutto questo non c’è nulla di dogmatico, o di «metafisico», o di violento, come sostengono certi esponenti del «pensiero debole», senza rendersi conto che un enunciato epistemologicamente (non logicamente) debole, è logicamente fortissimo, cioè difficilissimo da confutare.
Naturalmente ciascuno è libero di negare qualsiasi enunciato, anche i più evidenti. Assolutezza non significa infatti condivisione universale, o obbligatorietà. Nessuno può obbligare nessuno a pensare in un certo modo, e tutti devono rispettare il modo di pensare di tutti. Ma, lo ripeto, rispettare non significa riconoscere come vero, o come equivalente al suo contrario. Un conto è il rispetto pratico di un’opinione, cioè il riconoscimento del diritto ad esprimerla, a difenderla, a praticarla; un altro conto è il giudizio teorico circa la sua verità. L’importante, come diceva già Papa Giovanni XXIII, è non confondere l’errore con l’errante, cioè si può condannare l’errore, ma si deve rispettare l’errante.
So che a molti dà fastidio sentir parlare di errori; ma, a ben guardare, è molto più dogmatico chi nega l’errore di chi lo ammette. Chi nega l’errore, infatti, pretende di essere infallibile, mentre chi lo ammette, ammette la possibilità di essere in errore lui stesso. Se vogliamo evitare di cadere in errore, e credo che ciascuno voglia evitarlo, dobbiamo ammettere che ci sia una verità, magari difficile da trovare, senza la quale tuttavia non vale nemmeno la pena di cercare. |