RASSEGNA STAMPA

26 MAGGIO 1999
ROBERTO RIGHETTO
Natoli: "neo-pagano" con nostalgia
Siamo in epoca post-cattolica, eppure solo la fede sembra rispondere al desiderio di salvezza
Pur nella "seconda secolarizzazione" "la partita col cristianesimo non può considerarsi definitivamente chiusa"
Continua a provocarci, e in maniera salutare, Salvatore Natoli. Incalzando i credenti di questo mondo "postcristiano" e chiedendo conto delle ragioni della fede. I nostri lettori hanno già potuto conoscere ed apprezzare i suoi interventi su Agorà, quando tenne per un anno, tra il '95 e il '96, una rubrica settimanale denominata "Altritermini", una sorta di "dizionario dei vizi e delle virtù" di fine millennio (che l'editore Feltrinelli ha poi raccolto in volume con questo titolo) ove le voci più originali - a nostro parere - erano quelle propriamente religiose: ascesi, preghiera, castità, fede, speranza, redenzione. Non è da tutti i giorni sentire un pensatore non credente parlare di "castità come segno escatologico", di ascesi concepita non solo come rinuncia ma come virtù attiva, di accidia come malattia spirituale che caratterizza il nostro tempo. Bisogna essere grati a Natoli per la riscoperta di un vocabolario un po' caduto in disuso anche presso noi cristiani, per l'invito a ritrovare il senso di parole perdute. Anche nel suo ultimo lavoro, appena uscito da Morcelliana col titolo Dio e il divino. Confronto con il cristianesimo (pagine 126, lire 15.000), il filosofo si dimostra legato in modo quasi inestricabile al mondo della fede, anche se ribadisce "di non definirsi cristiano". Per Natoli anzi, come accennato, siamo in piena epoca postcristiana, dominata dallo scenario del nichilismo dopo che l'uomo contemporaneo ha cercato invano di trovare una salvezza nella politica e nella tecnica. Ma quello di oggi è soprattutto il momento della "seconda secolarizzazione", anzi della "secolarizzazione della secolarizzazione". La prima ha reso immanente il trascendente mantenendone però il modello: per la modernità la salvezza dipende dall'uomo e non più da Dio, ma l'orizzonte della salvezza permane. Ora invece viene dissolta la stessa idea di salvezza: "Gli uomini non sentono più il bisogno di essere salvati, se non nel senso di migliorare comparativamente le proprie condizioni di vita. Cercano di stare il meglio possibile al mondo". Tutt'al più sopravvive una "soteriologia domestica" che si manifesta in un sincretismo delle credenze erroneamente scambiato per rinascita del religioso. Ma Natoli affonda i colpi: se è vero che "senza il cristianesimo poco capiremmo di noi", il rischio è che esso sopravviva solo come eredità culturale, non più come fede. Di qui la paradossalità del discorso "neopagano" del filosofo. Da una parte parla di "cristianesimo senza fede", di "convinzione che la secolarizzazione ha vinto e che il cristianesimo può sopravvivere alla fine della cristianità, se non unicamente certo plausibilmente, in una versione profana", di "salvezza senza trascendenza (né resurrezione dei morti né vita eterna)"; dall'altra è proprio il cristianesimo che ancora pronuncia le sue verità ultime, che non si fa ridurre a etica, che "non sostituisce la carità (peggio ancora la solidarietà) alla vita eterna", ad attrarlo, ad interessarlo ancora. Per Natoli bisogna ripartire dai Greci, dimenticare ogni sogno di onnipotenza o, meglio ancora, ogni attesa di un mondo liberato dal dolore e dalla morte; bisogna limitarsi a creare una cordata come nella "Ginestra" di Leopardi per limitare il male nel mondo; bisogna "sapere tenere in custodia la terra". Ma al tempo stesso è come se in lui rimanesse al fondo una grande nostalgia del cristianesimo. Non è forse vero, come diceva Simone Weil, che tutta la cultura greca non è stata altro che un grido, un'invocazione di salvezza che non poteva venire se non fuori dall'uomo? Non è forse vero che le conversioni dal mondo pagano al cristianesimo, come ha documentato il grande studioso Gustave Bardy, erano motivate soprattutto dal desiderio di essere liberati dalla paura del dolore e della morte, che inchiodavano a un destino di angoscia senza fine l'uomo "pre-cristiano"? Non sarà lo stesso per l'uomo "post-cristiano"?
È lo stesso Natoli a dichiarare che "la partita con il cristianesimo non può considerarsi definitivamente chiusa" e che gli pare "decisivo e irrinunciabile un confronto alto e strenuo con il cristianesimo". Anche i credenti devono sentirsi stimolati dal suo invito a riscoprire la paradossalità del cristianesimo. Il bisogno di essere salvati ci accomuna, oggi come ieri.
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Filosofia e Religione