I concetti come veicolo di impegni e obblighi reciproci| Sapere e agire: una questione di responsabilità |
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| John McDowell, "Mente e mondo", Einaudi, Torino 1999, pagg. 226, L. 28.000 | John McDowell e Robert Brandom, due filosofi del_l'Università di Pittsburgh, sono tra i più interessanti esponenti della corrente neo-wittgensteiniana contemporanea. Brandom è stato allievo di Rorty ed è divenuto famoso con la pubblicazione di Making it Explicit (1994), una presentazione sistematica delle idee pragmatiste, cui l'ultimo numero della rivista "Iride" dedica un'ampia discussione. Le sue lezioni sulla razionalità, intitolate Articulating reason, sono in corso di pubblicazione. Nell'intervento qui pubblicato, scritto espressamente per il "Domenicale", egli si confronta con Rorty, Wittgenstein e con lo stesso McDowell, per terminare con una riflessione su Kant e Hegel, e sul rapporto, assai proficuo, che alcuni filosofi analitici hanno riallacciato con la filosofia continentale. Brandom è un autore di cui ad esempio Habermas è entusiasta: gli ha appena dedicato un lungo saggio sullo "European Journal of Philosophy".
McDowell, inglese trapiantato negli Usa, condivide questo stile filosofico. Mente e mondo, uscito nel 1995, recensito in originale da Diego Marconi sul "Sole-24 Ore" del 24 settembre 1995, è considerato uno dei libri di filosofia più importanti degli ultimi decenni, e si presenta come una sorta di introduzione alla Fenomenologia dello spirito di Hegel; e non mancano riferimenti a "continentali" di questo secolo, come Gadamer. L'impianto resta però, come nel caso di Brandom, quello di un filosofo analitico. Entrambi rappresentano (insieme a pensatori come Hilary Putnam, Martha Nussbaum, Michael Dummett, Saul Kripke, Stanley Cavell) il meglio della filosofia analitica contemporanea, o perlomeno la sua parte meno scientista e meno dogmatica. Rispetto alla tradizione continentale, che privilegia le grandi sintesi generali, essi però mantengono la tendenza alla trattazione diretta dei problemi filosofici, tra cui quelli più antichi della storia della filosofia.
Tra questi vi è, appunto, quello della relazione tra Mente e mondo. Ma nell'affrontarlo, McDowell attribuisce un'importanza centrale alla dimensione etica, e in particolare alle nozioni aristoteliche di "saggezza pratica" e di "seconda natura". In che cosa sono diversi gli esseri umani - che pure sono animali - dagli altri esseri viventi? In che cosa consiste la loro "razionalità"? Questa è, appunto, la loro seconda natura. Non qualcosa di trascendente la realtà specificamente umana - che ci porterebbe a una forma di "platonismo sfrenato" - né qualcosa di riducibile a un naturalismo che pretenderebbe di porci comunque all'esterno della nostra capacità di esporre ragioni e giustificazioni entro lo spazio dell'esperienza. Piuttosto una forma di razionalità, perfettamente naturale per esseri dotati, come noi, di certe facoltà (tra cui per esempio quella linguistica), che si sviluppa con le stesse modalità con cui secondo Aristotele vengono coltivate le virtù etiche, intrise di una razionalità flessibile e aperta (cui si confa la bella immagine di Neurath, ripresa da McDowell, secondo cui "siamo come marinai che devono aggiustare la barca mentre sono in mare").
È questo il modo di Mc Dowell di prendere sul serio quello che Wilfrid Sellars chiamava "lo spazio delle ragioni" e delle giustificazioni. Con Sellars (il cui Empirismo e filosofia della mente, con introduzione di Brandom, è in traduzione presso Einaudi) McDowell condivide la necessità di superare il Mito del Dato della tradizione empirista senza però rinunciare - come farebbero subito, e ben volentieri, molti filosofi post-moderni - all'"attrito dell'esperienza", che ci permette di distinguere le nostre elaborazioni intellettuali dai sogni e dalle fantasie. La nozione di esperienza proposta da McDowell cerca di evitare gli errori opposti del platonismo (che pone la mente umana fuori dalla natura) e del mero naturalismo, che elimina lo spazio delle ragioni e delle giustificazioni: in realtà l'esperienza, non solo causa i nostri pensieri, ma li giustifica, in un processo in cui la mente e il mondo, i concetti e le esperienze, interagiscono reciprocamente.
L'esperienza è fin dall'inizio permeata di concetti: ma da ciò non deriva una conseguenza antirealistica. La percezione incontaminata non esiste. Persino quando percepisco passivamente il colore rosso, questa mia percezione è impregnata di concetti. Ma ciò non significa che tale percezione non ci dica come le cose stanno effettivamente, o che il mondo esterno non abbia a che fare con le nostre ragioni. |