| Ciancio e il paradosso cristiano della
verità |
| Claudio Ciancio, "Il paradosso della verità", Rosenberg & Sellier, Pagine 264. Lire 44.000 | In costante confronto con le principali tendenze della filosofia europea contemporanea, nonché attraverso un penetrante
ripercorrimento della storia del pensiero del paradosso, il filosofo Claudio Ciancio coraggiosamente il problema della verità ai vaghi chiaccherii della
cultura odierna, e con una limpidezza teoretica che non può non risuonare come netta presa di posizione. Secondo Ciancio la ricerca della verità, ancora presente in età contemporanea nelle forme ermeneutiche di filosofia, non può esser soddisfatta se non coniugando indissolubilmente - eppure paradossalmente - l'accesso sempre interpretativo al vero con il
riconoscimento dell'essere come libertà. È perché l'essere stesso è originariamente libertà, che la comprensione della sua verità non può essere
che esercizio di libertà, assunzione personale, esistenziale, interpretativa, finita
del libero darsi dell'essere infinito nel finito. Ma se le filosofie ermeneutiche
contemporanee non possono che approfondirsi in una ontologia della libertà,
pena il disattendere la propria stessa istanza interpretativa della verità, è allora il pensiero del paradosso la forma che dovrebbero assumere, per poter pensare radicalmente la verità come libertà. Il pensiero del paradosso è un
pensiero tragico, che non media gli opposti in una sintesi superiore, né si fissa
sterilmente alla negatività della contrapposizione. Il pensiero del paradosso,
proprio perché scaturito da una comprensione dell'essere come originaria
libertà, assume la verità tragica della inseparabilità del positivo e del
negativo, del bene e del male. Inoltre Ciancio distingue acutamente il tragico cristiano da quello antico, la conciliazione non-conciliata dalla non-conciliazione conciliata, assumendo il senso cristiano del paradosso - già
esemplarmente indicato almeno da Pascal e Kierkegaard - «come un pensiero che attraversa la "immane potenza del negativo" non per superarla e nemmeno per rassegnarvisi, ma confrontandola e connettendola con la immane potenza del positivo
e subordinandola ad esso». |