Heidegger? Figlio di LuteroNuovi studi sul rapporto del filosofo tedesco con il cristianesimo: l'importanza del clima culturale protestante Da giovane voleva farsi prete, poi si staccò dal cattolicesimo. L'influenza di
Husserl, di Bultmann e della moglie, che era di confessione evangelica E i teologi si dividono sull'"ultimo Dio". Tilliette: nella sua opera manca Cristo |
| Quando Edith Stein rese noto il suo desiderio di farsi cattolica, il gruppo filosofico
riunito attorno a Husserl manifestò chiaramente la propria delusione: a quel tempo
ogni buon intellettuale professava la fede luterana e la cultura cattolica era vista assai
negativamente. A dire il vero, la futura carmelitana si stava già allontanando dal
maestro, che le aveva preferito Heidegger. C'era nel creatore del metodo
fenomenologico innanzitutto un pregiudizio maschilista ma senza dubbio anche un
sentimento anticattolico, radicato nella Germania del tempo. A differenza della Stein,
di famiglia ebrea, per lungo tempo atea, infine cattolica convinta tanto da farsi
monaca, Heidegger vive un'infanzia e un'adolescenza immerse nell'humus cattolico,
ma arriva a poco a poco a disfarsi di queste radici per preferire il protestantesimo.
Ora, uno studio appena uscito in Francia di Philippe Capelle (Philosophie et
théologie dans la pensée de Martin Heidegger, Editions du Cerf), giovane
decano della facoltà di filosofia all'Institut Catholique di Parigi, indaga con grande
acutezza - e non sarebbe male se una qualche editrice cattolica italiana traducesse
questo saggio - l'influsso decisivo del protestantesimo sul pensatore tedesco.
Come detto, le sue origini sono profondamente cattoliche. E contadine. Suo padre è
il sacrestano della chiesa parrocchiale di Messkirch, mentre la madre spera con
ardore che possa farsi sacerdote. E Martin ci pensa davvero. Inizia il noviziato dai
gesuiti di Feldkirch, ma si congeda per motivi di salute. Comincia allora a studiare
teologia all'università di Friburgo. Siamo nel 1909. Heidegger pubblica numerosi
articoli sulla rivista dell'Unione degli studenti cattolici: la sua impronta teologica è
quella classica, rifiuta ogni sbandata modernista. La filosofia è per lui "lo specchio
dell'eterno". A poco a poco però finisce per lasciare gli studi teologici, cui peraltro
presterà sempre attenzione, per gettarsi nella filosofia. Il 1914 è l'anno della prima
presa di distanza dal cattolicesimo: Heidegger se la prende col motu proprio di Pio
X che, sulla scia dell'enciclica Aeterni Patris (1879) di Leone XIII, impone ai
docenti nelle università cattoliche una stretta osservanza al pensiero di Tommaso
d'Aquino. Heidegger vede nella direttiva vaticana un'invadenza nel lavoro autonomo
dei filosofi. L'anno seguente, la sua tesi d'abilitazione su Duns Scoto segna una
rottura totale con la teologia neoscolastica. Ma è probabilmente la conoscenza,
nell'estate 1916, con Elfride Petri, studentessa di economia politica e di confessione
luterana, sua futura moglie, a condurre Martin a lasciare il cattolicesimo, nonostante
il matrimonio venga celebrato nella cappella cattolica dell'università, nel 1917. Di lì a
poco Heidegger avrebbe incontrato Husserl e, come accennato, quest'incontro
avrebbe significato un ulteriore passo avanti nel suo allontanamento dalla fede
cattolica. In una lettera all'amico canonico Krebs, nel gennaio del 1919, egli dichiara
il suo no al "sistema ecclesiale-istituzionale-cattolico". Quando scrive questa
missiva, è ormai conosciuto nell'ambiente universitario come un cristiano
protestante, situazione che Husserl definisce "molto simpatica".
Nel corso degli anni Venti, è la lettura di Paolo, Agostino e del giovane Lutero ad
influire profondamente sullo sviluppo del suo pensiero, in particolare sul suo modo
di vedere il rapporto fra filosofia e teologia. Con la tradizione protestante, egli fa
propria la linea che va da Paolo a Kierkegaard. Sempre in questo periodo, entra in
contatto con il teologo ed esegeta protestante Rudolf Bultmann col quale stringe una
profonda amicizia. Per Heidegger la teologia non può che essere una "teologia della
croce", elaborata a partire "dalla fede in Cristo crocifisso" e in questo senso ha
poco a che fare con la filosofia. Per lui nessun ponte è possibile tra fede e filosofia.
Leggendo san Paolo, Heidegger radicalizza l'opposizione tra fede e sapere, tra
scandalo della croce e saggezza dei filosofi per arrivare a decretare la morte di ogni
tentativo di "filosofia cristiana". Espressione che egli stesso irride più volte. A suo
parere la domanda filosofica centrale - perché c'è l'essere (o l'ente) e non il nulla? -
può anche essere esplorata da un credente, purché egli metta tra parentesi la sua
fede, allontani da sè ogni possibile risposta che può trovare nella Bibbia e trovi la
forza di pensare ammettendo anche la possibilità della non credenza. Capelle mette
in luce la forzata interpretazione di Paolo; il più grande diffusore del messaggio
cristiano se la prende con la saggezza del mondo ma non con la filosofia tout court:
"La vera follia è l'atto di ricerca e di speculazione che rende l'uomo misura di tutte le
cose e rifiuta l'apertura alla trascendenza". Capelle assume in pieno l'analisi di
Ricoeur, che rimprovera ad Heidegger di aver ignorato l'Antico Testamento e con
esso l'apporto del pensiero ebraico, col quale elude deliberatamente il confronto.
In un secondo momento, Heidegger prende nel mirino la metafisica che pone Dio
come proprio fondamento: egli si getta alle spalle tutto l'impianto del pensiero
medievale accusandolo di essersi in realtà allontanato da Dio. Fra Dio e l'Essere
Supremo dei filosofi e dei teologi c'è un abisso. È di quegli anni anche una polemica
di Heidegger - in questo caso, come dargli torto? - contro la dimenticanza della
mistica da parte della teologia. Il filosofo rivaluta Bernardo e Teresa d'Avila e
intravvede una convergenza fra l'esperienza mistica e il metodo fenomenologico di
Husserl. Anche qui, Capelle individua un limite nella sua posizione: egli ha in mente
solo la teodicea ed ignora tutto l'apporto della tradizione orientale.
Quando prende congedo dalla metafisica e dalla teologia, secondo Capelle
Heidegger non ha ancora messo Dio in disparte. Finché - e siamo giunti alla terza
parte della disanima del saggio - non spunta "l'ultimo Dio", l'unico che può ancora
salvarci, di cui i soli legittimati a parlarci sono i poeti. Hölderlin soprattutto. Ma cosa
c'è dietro questo "ultimo Dio"? C'è qui da rimarcare un ripudio totale della fede
cristiana o piuttosto il rifarsi alla teologia apofatica? Per Capelle molte locuzioni
heideggeriane potrebbero suggerire l'idea di una prossimità con Meister Eckhart.
Per altri, come il filosofo Luigi Pareyson, quello di Heidegger resta un Dio ambiguo,
un Dio che può essere qualsiasi cosa, ma che resta del tutto estraneo al Dio
cristiano. Per altri ancora, come Jean Guitton, l'opera di Heidegger "resta
fondamentalmente mistica". Il pensatore cattolico da poco scomparso ha rilevato
che "ci sono buone speranze che, alla fine della sua vita, Heidegger sia tornato alla
fede, come molto lascia supporre". Romano Guardini sulla questione non si
pronuncia: verso Heidegger mantiene un atteggiamento di deferenza, giudicandolo il
maggior filosofo tedesco del secolo. Tant'è vero che non vuole prenderne il posto
nel '45, a Friburgo, quando l'autore di Essere e tempo viene sospeso
dall'insegnamento per il suo appoggio al nazismo, e negli anni Sessanta propone di
accoglierlo come membro dell'Accademia Cattolica di Baviera, creando una forte
discordia in seno all'organismo. Va ricordato infine il giudizio di Xavier Tilliette, noto
per i suoi studi sul rapporto dei filosofi con la figura di Gesù. Ebbene, parlando di
Heidegger, Tilliette non ha potuto esimersi dal notare la totale assenza di ogni
riferimento personale a Cristo: "Che io sappia - annota lo studioso gesuita -
Heidegger non parla mai direttamente del Cristo; semplicemente lo presuppone, ma
con la preoccupazione gelosa di tenerlo a distanza e di restituire alla notte, che lo
turbava, tutta la sua purezza". |