RASSEGNA STAMPA

22 MAGGIO 1999
ROBERTO RIGHETTO
Heidegger? Figlio di Lutero
Nuovi studi sul rapporto del filosofo tedesco con il cristianesimo: l'importanza del clima culturale protestante
Da giovane voleva farsi prete, poi si staccò dal cattolicesimo. L'influenza di Husserl, di Bultmann e della moglie, che era di confessione evangelica
E i teologi si dividono sull'"ultimo Dio". Tilliette: nella sua opera manca Cristo
Quando Edith Stein rese noto il suo desiderio di farsi cattolica, il gruppo filosofico riunito attorno a Husserl manifestò chiaramente la propria delusione: a quel tempo ogni buon intellettuale professava la fede luterana e la cultura cattolica era vista assai negativamente. A dire il vero, la futura carmelitana si stava già allontanando dal maestro, che le aveva preferito Heidegger. C'era nel creatore del metodo fenomenologico innanzitutto un pregiudizio maschilista ma senza dubbio anche un sentimento anticattolico, radicato nella Germania del tempo. A differenza della Stein, di famiglia ebrea, per lungo tempo atea, infine cattolica convinta tanto da farsi monaca, Heidegger vive un'infanzia e un'adolescenza immerse nell'humus cattolico, ma arriva a poco a poco a disfarsi di queste radici per preferire il protestantesimo.
Ora, uno studio appena uscito in Francia di Philippe Capelle (Philosophie et théologie dans la pensée de Martin Heidegger, Editions du Cerf), giovane decano della facoltà di filosofia all'Institut Catholique di Parigi, indaga con grande acutezza - e non sarebbe male se una qualche editrice cattolica italiana traducesse questo saggio - l'influsso decisivo del protestantesimo sul pensatore tedesco. Come detto, le sue origini sono profondamente cattoliche. E contadine. Suo padre è il sacrestano della chiesa parrocchiale di Messkirch, mentre la madre spera con ardore che possa farsi sacerdote. E Martin ci pensa davvero. Inizia il noviziato dai gesuiti di Feldkirch, ma si congeda per motivi di salute. Comincia allora a studiare teologia all'università di Friburgo. Siamo nel 1909. Heidegger pubblica numerosi articoli sulla rivista dell'Unione degli studenti cattolici: la sua impronta teologica è quella classica, rifiuta ogni sbandata modernista. La filosofia è per lui "lo specchio dell'eterno". A poco a poco però finisce per lasciare gli studi teologici, cui peraltro presterà sempre attenzione, per gettarsi nella filosofia. Il 1914 è l'anno della prima presa di distanza dal cattolicesimo: Heidegger se la prende col motu proprio di Pio X che, sulla scia dell'enciclica Aeterni Patris (1879) di Leone XIII, impone ai docenti nelle università cattoliche una stretta osservanza al pensiero di Tommaso d'Aquino. Heidegger vede nella direttiva vaticana un'invadenza nel lavoro autonomo dei filosofi. L'anno seguente, la sua tesi d'abilitazione su Duns Scoto segna una rottura totale con la teologia neoscolastica. Ma è probabilmente la conoscenza, nell'estate 1916, con Elfride Petri, studentessa di economia politica e di confessione luterana, sua futura moglie, a condurre Martin a lasciare il cattolicesimo, nonostante il matrimonio venga celebrato nella cappella cattolica dell'università, nel 1917. Di lì a poco Heidegger avrebbe incontrato Husserl e, come accennato, quest'incontro avrebbe significato un ulteriore passo avanti nel suo allontanamento dalla fede cattolica. In una lettera all'amico canonico Krebs, nel gennaio del 1919, egli dichiara il suo no al "sistema ecclesiale-istituzionale-cattolico". Quando scrive questa missiva, è ormai conosciuto nell'ambiente universitario come un cristiano protestante, situazione che Husserl definisce "molto simpatica". Nel corso degli anni Venti, è la lettura di Paolo, Agostino e del giovane Lutero ad influire profondamente sullo sviluppo del suo pensiero, in particolare sul suo modo di vedere il rapporto fra filosofia e teologia. Con la tradizione protestante, egli fa propria la linea che va da Paolo a Kierkegaard. Sempre in questo periodo, entra in contatto con il teologo ed esegeta protestante Rudolf Bultmann col quale stringe una profonda amicizia. Per Heidegger la teologia non può che essere una "teologia della croce", elaborata a partire "dalla fede in Cristo crocifisso" e in questo senso ha poco a che fare con la filosofia. Per lui nessun ponte è possibile tra fede e filosofia.
Leggendo san Paolo, Heidegger radicalizza l'opposizione tra fede e sapere, tra scandalo della croce e saggezza dei filosofi per arrivare a decretare la morte di ogni tentativo di "filosofia cristiana". Espressione che egli stesso irride più volte. A suo parere la domanda filosofica centrale - perché c'è l'essere (o l'ente) e non il nulla? - può anche essere esplorata da un credente, purché egli metta tra parentesi la sua fede, allontani da sè ogni possibile risposta che può trovare nella Bibbia e trovi la forza di pensare ammettendo anche la possibilità della non credenza. Capelle mette in luce la forzata interpretazione di Paolo; il più grande diffusore del messaggio cristiano se la prende con la saggezza del mondo ma non con la filosofia tout court: "La vera follia è l'atto di ricerca e di speculazione che rende l'uomo misura di tutte le cose e rifiuta l'apertura alla trascendenza". Capelle assume in pieno l'analisi di Ricoeur, che rimprovera ad Heidegger di aver ignorato l'Antico Testamento e con esso l'apporto del pensiero ebraico, col quale elude deliberatamente il confronto. In un secondo momento, Heidegger prende nel mirino la metafisica che pone Dio come proprio fondamento: egli si getta alle spalle tutto l'impianto del pensiero medievale accusandolo di essersi in realtà allontanato da Dio. Fra Dio e l'Essere Supremo dei filosofi e dei teologi c'è un abisso. È di quegli anni anche una polemica di Heidegger - in questo caso, come dargli torto? - contro la dimenticanza della mistica da parte della teologia. Il filosofo rivaluta Bernardo e Teresa d'Avila e intravvede una convergenza fra l'esperienza mistica e il metodo fenomenologico di Husserl. Anche qui, Capelle individua un limite nella sua posizione: egli ha in mente solo la teodicea ed ignora tutto l'apporto della tradizione orientale. Quando prende congedo dalla metafisica e dalla teologia, secondo Capelle Heidegger non ha ancora messo Dio in disparte. Finché - e siamo giunti alla terza parte della disanima del saggio - non spunta "l'ultimo Dio", l'unico che può ancora salvarci, di cui i soli legittimati a parlarci sono i poeti. Hölderlin soprattutto. Ma cosa c'è dietro questo "ultimo Dio"? C'è qui da rimarcare un ripudio totale della fede cristiana o piuttosto il rifarsi alla teologia apofatica? Per Capelle molte locuzioni heideggeriane potrebbero suggerire l'idea di una prossimità con Meister Eckhart.
Per altri, come il filosofo Luigi Pareyson, quello di Heidegger resta un Dio ambiguo, un Dio che può essere qualsiasi cosa, ma che resta del tutto estraneo al Dio cristiano. Per altri ancora, come Jean Guitton, l'opera di Heidegger "resta fondamentalmente mistica". Il pensatore cattolico da poco scomparso ha rilevato che "ci sono buone speranze che, alla fine della sua vita, Heidegger sia tornato alla fede, come molto lascia supporre". Romano Guardini sulla questione non si pronuncia: verso Heidegger mantiene un atteggiamento di deferenza, giudicandolo il maggior filosofo tedesco del secolo. Tant'è vero che non vuole prenderne il posto nel '45, a Friburgo, quando l'autore di Essere e tempo viene sospeso dall'insegnamento per il suo appoggio al nazismo, e negli anni Sessanta propone di accoglierlo come membro dell'Accademia Cattolica di Baviera, creando una forte discordia in seno all'organismo. Va ricordato infine il giudizio di Xavier Tilliette, noto per i suoi studi sul rapporto dei filosofi con la figura di Gesù. Ebbene, parlando di Heidegger, Tilliette non ha potuto esimersi dal notare la totale assenza di ogni riferimento personale a Cristo: "Che io sappia - annota lo studioso gesuita - Heidegger non parla mai direttamente del Cristo; semplicemente lo presuppone, ma con la preoccupazione gelosa di tenerlo a distanza e di restituire alla notte, che lo turbava, tutta la sua purezza".
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