RASSEGNA STAMPA

11 MAGGIO 1999
PIETRO GRECO
Guerra tra topi e patate assassine
La polemica in Inghilterra sul "cibo di Frankestein"
Per la stampa inglese il governo consente d commercio del "raccolto che uccide"
Da poco meno di un mese, in Gran Bretagna, è iniziata la grande battaglia mediatica delle biotecnologie. Da una parte la stampa, dì massa e élite, che, con una campagna compatta e battente, accusa gli scienziati di produrre il "cibo di Frankenstein" e il governo dì consentire il commercio del "raccolto che uccide".. Dall'altra parte la comunità dei biologi e i Ministri di Sua Maestà, che accusano i giornali di fare del "bioterrorismo".
Pomo della discordia, realtà, è un tubero . Una patata capace di resistere all'attacco degli insetti, in particolare degli afidi. La "battaglia d'Inghilterra" infuria ormai da settimane. E, anche se non ha superato (per ora) lo stretto della Manica, presto potremmo essere chiamati tutti a combatterla.
Tutto inizia lo scorso mese di agosto, quando il dottor Arpad Pusztai, biotecnologo del Rowett Institute for Agricolture di Aberdeen, in Scozia, convoca una conferenza stampa e annuncia, in diretta televisiva, che una patata cui è stato inserito il gene che codifica per la proteina "Galanthus nivalìs agglutinina" (Gna), resiste sì agli insetti che la vogliono divorare, ma uccide i topi che la mangiano. Bloccandone la crescita, indebolendone il sistema immunitario, inducendo lo sviluppo di tumori. Insomma, la patata transgenica è pericolosa per i topi e per gli uomini, sostiene Pusztai. La pubblica denuncia è clamorosa: finora nessuno aveva trovato una relazione così diretta tra cibo biotecnologico e rischi per la salute dell'uomo. Ma ha un piccolo difetto: non è corredata da dati sufficienti per essere sottoposta a "peer review", l'analisi critica a opera di colleghi, e, quindi. per essere pubblicata su una rivista scientifica. Insomma, Pusztai parla e allarma l'opinione pubblica sulla base dì dati preliminari, tutti da confermare. E poiché la patata transgenica in questione è chiusa nei laboratori e nessuno prevede, per ora, di coltivarla nei campi e di venderla al mercato, i biologi, colleghi di Arpad Pusztai, non danno troppo peso alla faccenda. Nessuno, tranne il direttore del Rowett Institute for Agricolture. Che licenzia su due piedi il suo intraprendente sottoposto.
Arpad Pusztai, senza più lavoro ma con rinnovate energie, prosegue la sua battaglia, tentando di mobilitare i movimenti ambientalisti. Però, in attesa di fatti nuovi, la vicenda perde presto di interesse. Almeno fino allo scorso 12 febbraio. Giorno in cui Pusztai sostiene di avere dalla sua una ventina di colleghi, di ogni parte del mondo, che garantiscono la bontà scientifica della sua ricerca. Ma, soprattutto, il giorno in cui uno di quei colleghi, Stanley Ewen, medico patologo dell'università di Aberdeen, si dice convinto che ad attentare alla salute delle cavie di Pusztai non è il prodotto della manipolazione genetica, ovvero la proteina Gna, che esiste in natura ed è in dotazione ai placidi e innocui bucaneve. I sospetti, sostiene il medico scozzese, vanno concentrati sul virus 35S del mosaico del cavolfiore, usato dai biotecnologi quale "promotore" quasi universale. Ovvero come "interruttore" capace di attivare quindi rendere funzionale un qualsiasi gene trapiantato in un cromosoma ospite. Tutto questo perché, nella ricerca mai pubblicata da Pusztai, i topi che hanno mangiato la patata transgenica hanno fatto registrare una maggiore incidenza di tumori del gruppo dei roditori di controllo, alimentati con patate normali più la proteina naturale Gna. E' chiaro, sostiene Ewen, che la causa della perfida differenza va ricercata nella ingegneria genetica in sé. E, in particolare, in quel virus 35S che non si limita a fungere da interruttore dei geni trapiantati. Ma che, una volta nel cromosoma, inizia a spostarsi a caso, saltando e "accendendo- geni "sbagliati". Poiché il virus 35S è usato in quasi tutti i laboratori di ingegneria genetica, a rischio non è solo la specifica patata, ma praticamente tutti i prodotti transgenici delle moderne biotecnologie. Fatta questa assunzione, le conseguenze sono facili da trarre: bloccare subito la diffusione degli alimenti prodotti da piante transgeniche e iniziare una ricerca approfondita sulla reale portata della loro minaccia.
E' a questo punto che deflagra la mediatica "battaglia d'Inghilterra". Perché molti giornali, dagli autorevoli "The Guardian" e "The Daily Telegraph", ai più popolari "Daily Maíl" e "The Express", rilanciano la proposta di moratoria avanzata da Ewen e Pusztai. E iniziano ad accusare delle peggiori nefandezze il governo e gli scienziati che obiettano alla richiesta. Il clima diventa incandescente. Il governo definisce mera invenzione le accuse di "cover up". Mentre eminenti scienziati inglesi si rivolgono alla Press Complaints Commission, la commissione che si occupa degli abusi a mezzo stampa, per chiedere conto della superficialità con cui i giornali pubblicano i loro articoli sulla vicenda.
Già, ma quali sono le obiezioni che i biologi, inglesi e non, muovono ad Arpad Pusztai e a Stanley Ewen? Beh, sono obiezioni di merito e di metodo. Vediamo prima quelle di merito. Secondo l'americano Maarten Chrispeels, un biologo della University of California di San Diego che pure, all'inizio, aveva appoggiato Pusztai e la sua battaglia, le patate sono tuberi scivolosi nelle mani di un ricercatore. Perché sono dei collettori di veleni. Assorbono tutto ciò che vi è di mondo e di immondo nel terreno. Per cui, quando si effettua una ricerca che coinvolge le patate, occorre essere ben certi che alle cavie non siano dati tuberi inquinati. 0 meglio, bisogna essere certi di fornire alle cavie patate con la medesima qualità e la medesima quantità di veleni. Non ci sono le prove convincenti, sostiene Chrispeets, che il dottor Pusztai abbia effettuato le sue ricerche con un controllo minimo di qualità sulle patate prese in esame. In altre parole, è probabile che i suoi topi non siano morti a causa delle ignote bizzarrie del virus 35S, ma della ben nota tossicità chimica del terreno in cui le patate transgeniche sono state coltivate. Anche perché qualcuno, come ad esempio Charles Amtzen del Boyce Thompson Institute di Ithaca, New York, ha già indagato sul "promoter" 35S, senza trovare indizio alcuno della sua pericolosità. In ogni caso sia nell'Unione Europea, sia negli Stati Uniti occorre dimostrare che gli "interruttori", non attentano alla stabilità genetica di una pianta modifìcata, prima di ricevere l'autorizzazione a coltivarla nei campi e a venderne i prodotti. Insomma, sostengono gli scienziati e il governo inglese, non ci sono gli elementi minimi sufficienti per invocare il principio di precauzione e sospendere la vendita di alimenti transgenici.
Chi, dunque, ha ragione? Qui veniamo ai problemi (svariati) di metodo. Che, mai come in questo caso, sono problemi di sostanza. E che attengono tutti alla correttezza della comunicazione. Il dottor Arpad Pusztai, per esempio, ha commesso alcuni errori che un qualsiasi sociologo della scienza giudicherebbe fondamentali. Il primo è di aver abusato dell'autorità che gli deriva dall'essere uno scienziato e di aver convocato una conferenza stampa per illustrare i risultati di una ricerca incompleta. Creando con la sua autorità scientifica un allarme sociale non fondato su concreti dati scientifici. La scorrettezza del dottor Pusztai ha innescato una reazione a catena di errori non meno gravi. Quello del direttore del suo istituto, per esempio, che lo ha inopinatamente licenziato in tronco: attentando alla libertà di ricerca e alimentando i sospetti nell'opinione pubblica che ci fosse qualcosa da nascondere. Quello del dottor Stanley Ewen, un medico patologo che si è messo a discettare sui pericoli in sé dell'ingegneria genetica senza possedere alcuna esperienza specifica nel campo della biologia molecolare. Quello della stampa che, senza esercitare la sua doverosa funzione critica, ha preso per oro colato quella che è solo un'ipotesi, per di più abbastanza infondata. Quello della comunità dei biologi inglesi, che a muro ha opposto muro, e non è riuscita a elaborare una strategia di comunicazione convincente per gestire la crisi.
L'opinione pubblica inglese è oggi disorientata. E insospettita. Perché tutti (scienziati, mass media, governo) hanno mostrato di sottovalutare il ruolo della comunicazione della scienza e della comunicazione del rischio che, nella nostra società ipertecnologica, sono diventati problemi di importanza assoluta. E ciò nonostante che la Gran Bretagna stia ancora faticando a uscire da un'emergenza, quella della "mucca pazza",in gran parte prodotta da errori di comunicazione.
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