La mente e la coscienza, un mistero che divide scienziati e filosofiUn dialogo tra Ricoeur e Changeux Neuroni in libera uscita Il cervello è un labirinto di cellule dalle funzioni spesso sconosciute. Ma prevale una «fisica dell'anima» dominata dal materialismo e ostile verso la trascendenza |
| Da una parte il cervello, dall'altra la psiche. Da una parte le neuroscienze, dall'altra la filosofia. Da una parte Jean-Pierre Changeux, illustre neurobiologo dell'Institut
Pasteur, dall'altra Paul Ricoeur, filosofo e professore emerito. Tra questi due fronti il snoda il confronto vis-à-vis che prende le 316 pagine di questo libro, La natura
e la regola. Confronto intellettuale, innanzitutto, confronto raffinato e spesso
impervio tra una scienza nuova, la neurobiologia, e una antica, la filosofia, per andare, come dice il sottotitolo, «alle radici del pensiero». E per andarci, secondo quanto decide Changeux, al di fuori di ogni metafisica.
Già nel suo distacco dal premio Nobel John Eccles, da lui definito «uno degli ultimi
neurobiologi a credere nella separazione tra mente e cervello» (dove, per Eccles, mente era sinonimo di anima), Jean-Pierre Changeux precisa tutto il proprio rigore critico verso qualsiasi segno dello Spirito, sia pure anche solo hegelianamente
inteso. Poi, a farci conoscere il peso che hanno assunto oggi le neuroscienze,
Changeux ci dice come nuovi strumenti quali la tomografia a emissione di positroni, la risonanza magnetica e gli sviluppi dell'encefalografia abbiano aperto una finestra
sulla «fisica dell'anima» tale che, se si fosse messa la testa di santa Teresa d'Avila
nell'apparecchio per la tomografia durante le sue estasi mistiche si sarebbe capito se aveva, sì o no, delle allucinazioni o se era, più o meno, in preda a crisi epilettiche.
Ma anche Pascal, secondo lui, fu vittima di allucinazioni e «in certi momenti aveva
tutta la parte sinistra del campo visivo invasa da fiamme».
Ricoeur obietta a Changeux che, utilizzando in modo così discriminato la nozione di
allucinazione, si ha un discorso neuronale ricco e un discorso psicologico povero.
Perché il punto, per Ricoeur, è proprio questo: trovare le intersezioni tra il neuronale e lo psichico. È possibile? È possibile se le rispondenze sono semplici, se entra in
campo la coscienza, quella coscienza che Ricoeur chiama «esperienza integrale»,
una funzione psicologica talmente globale da risultare neurobiologicamente indecifrabile. Ci si muove infatti, tra l'altro, in una giungla neuronale e sinaptica di una
complessità assolutamente «strabiliante», imperscrutabile fino a non molti anni fa. Ci
sono 100 miliardi di neuroni nel cervello e ogni neurone è capace di 10.000 contatti con altre cellule nervose per un saldo di 500 milioni di contatti a millimetro cubo.
In questo microuniverso sconfinato le neuroscienze avanzano procedendo dal
semplice al complesso ma anche viceversa e separano, distinguono, «sfaldano»
funzioni psicologiche articolate così da stabilire, tra neuronale e psicologico,
corrispondenze verosimili. Scoprendo, per esempio, che l'ascolto di un racconto in
una lingua sconosciuta mostra attive solo le cortecce auditive mentre lo stesso
racconto, ripetuto nella lingua nota, accende un gran numero di aree cerebrali. Esiste
nella nostra corteccia una «geografia della comprensione» dove, procedendo dal
percettivo al concettuale, a essere mobilitate sono le aree sensoriali primarie, quindi
le aree di associazione, infine le aree frontali e prefrontali addette, per così dire, ai
concetti astratti e generali. Ciò acquisito, resta da capire dove vanno a iscriversi i
comportamenti morali non essendo dubbio, per Changeux, che anch'essi si
àncorano nell'organizzazione cerebrale.
Il discorso etico (e sulla religione) che prende l'ultima parte del confronto vede il
neurobiologo francese partire all'attacco di tutte le metafisiche del mondo. Un tempo
credente e poi indotto all'ateismo dal celebre Jacques Monod e dal proprio lavoro
di ricerca, Changeux ammette che il contributo delle neuroscienze è modesto se
riferito all'elaborazione di una morale. Ma ciò non gli impedisce di puntare tutte le
proprie carte su una sorta di materialismo etico o di positivismo morale, forte di una
«ascesi dell'umanità che mi è apparsa urgente e più sincera» (di ogni fede religiosa).
Posizione, naturalmente, rispettabile. Sorprende peraltro che Changeux, nel
momento stesso in cui si definisce «scienziato cittadino che vuol essere tollerante e
responsabile» dia addosso alle religioni in quanto per lui creatrici di violenza
continua e perpetuatrici di miti rifabbricati che propongono fatti avvenuti sempre in
assenza di testimoni plausibili. Per non parlare, poi, del peccato originale visto come
credenza infausta o dello stesso Vaticano, spesso contrario a «ciò che si suppone
essere la morale». Quanto a Ricoeur, lui è, con il teologo protestante Paul Tillich,
per la religione come «coraggio di essere». Ma per Changeux questo coraggio sta
nel nostro cervello punto e basta, senza bisogno di ricorrere a istanze superiori.
In conclusione, il filosofo e lo scienziato si accordano sul proposito di «salvare il
fondo di bontà dell'uomo... in un progetto di civiltà universale, libera, giusta e sul
modo della gioia». Un progetto, come si vede, davvero rivoluzionario se è vero che
non ci si potrebbe richiamare meglio di così alla Rivoluzione francese e ai tanti
proclami illuministici che, per tanta Intelligenza transalpina evidentemente restano,
ancora e sempre, irriducibili. |