RASSEGNA STAMPA

4 MAGGIO 1999
ROBERTO RIGHETTO
La neuroscienza s'arrende davanti al Male
Per il filosofo laico Sergio Moravia contro le nuove teorie materialistiche vanno rivalutate le componenti etiche e simboliche
La neuroscienza censura il Male: troppe interpretazioni filosofiche legate alla sfera bio-istintuale dell'uomo finiscono per «trascurare le componenti etiche, simboliche o propriamente metafisiche del Male nella coscienza e nell'azione umana». A sferrare questo attacco contro un certo riduzionismo scientifico che tende a rinchiudere la morale in un ambito puramente materialistico - fino a negare che vi siano meriti e colpe e a sostenere che l'istinto alla violenza dell'uomo nasce da stimoli esterni o tutt'al più dai neuroni - è il filosofo Sergio Moravia nel suo ultimo saggio L'esistenza ferita appena uscito da Feltrinelli. Allievo di Eugenio Garin, studioso dell'illuminismo e poi passato alle scienze umane occupandosi di Lévi-Strauss, negli ultimi tempi Moravia ha approfondito soprattutto il versante esistenziale della filosofia. Non a caso questa sua ultima fatica ha la prefazione dello psichiatra Eugenio Borgna. Lo studioso, che insegna Storia della filosofia all'Università di Firenze, non se la prende in primo luogo con la scienza, ma con «la cattiva filosofia», quella che ha cercato e tuttora cerca di esorcizzare il Male, di negarne la presenza con escamotage inefficaci o illusori. «Il Male c'è - annota Moravia - e in ultima analisi non è mai completamente redimibile in sede intramondana». Né il Male può essere considerato soltanto un guasto della macchina-uomo, un'anomalia del sistema antropico, nella certezza che prima o poi «il Sapere sarà in grado di riparare quel guasto».
Dunque, una certa filosofia appiattita sullo scientismo o su una bioetica naturale estremamente riduttiva finisce per cancellare l'esistenza stessa del Male. Scrivendo volutamente Male con la «m» maiuscola, Moravia indica chiaramente l'importanza decisiva che gli attribuisce nella vita dell'uomo, e perciò nel pensiero. Un pensiero, il suo, dominato da una logique du coeur pascaliana e perciò contrassegnata dall'irrevocabilità del dolore. Guai perciò a quelle forme di pensiero e a quelle psichiatrie che non sappiano comprendere le radici della sofferenza, dell'angoscia, della disperazione, di un'inquietudine di stampo agostiniano. L'uomo non è solo corporeità ma nemmeno solo razionalità. Non lo si può definire come l'insieme delle sue esperienze neurocerebrali: è innanzitutto «persona». Non c'è da aspettarsi da Moravia una confluenza nelle posizioni cristiane tout court: c'è anzi in lui la conferma del rifiuto della teodicea ed anche della possibilità di definire il Male con formule definitive o con regole precise. Per lui il Male va storicizzato, non è una condizione metafisica ma assai concreta. Anche il Decalogo gli sembra superato da un «Male plurale» che muta continuamente volto e che l'uomo non riesce a contrastare. C'è però la coscienza che il Male e la realtà sensibile sono strettamente intrecciati, e qui egli si pone, condividendola, nella linea di Schopenhauer. Per il nostro filosofo il pensiero cristiano nel corso della storia più di tutti ha saputo addentrarsi nel mistero del Male, pur incontrando difficoltà nel tentativo di giustificare la compresenza di un Dio buono e di un mondo segnato dal Male. Tutto il Vangelo di Giovanni è dominato da questa ossessione, ove l'uomo e la natura paiono quasi indifesi dinanzi alla potenza del demonio. Un filosofo cristiano del nostro tempo, Luigi Pareyson, è da lui assunto come modello di elaborazione teorica. Pareyson vede il Male correlato alla libertà: «Nel suo nucleo più profondo -annota Moravia - il Male appare l'espressione di una bramosia libertaria che non vuole riconoscere ostacoli e barriere, di un'istanza trasgressiva la quale ha qualcosa (o molto) a che vedere coll'ambizione dell'uomo di realizzare i propri desideri indipendentemente da ogni diritto dell'Altro». Da non credente, Moravia non fa nemmeno cenno a Satana o al Diavolo, vale a dire alla personificazione del Male. Ma il suo richiamo a una dimensione «altra» va comunque rimarcato come un segno della filosofia italiana contemporanea, non tutta disposta a farsi incapsulare in derive scientiste o in visioni da puro bonheur etico .
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