| A FATTORIA DEGLI SCRITTORI | «Vuole sapere che cosa c'è di strano in questo libro? Che l'ho scritto lentamente, raccogliendo materiale e spunti disseminati nel tempo e cercando di vincere l'impressione di impegnarmi in un lavoro già "datato". A chi possono interessare
queste storie di intellettuali tra guerra e dopoguerra?, mi domandavo. E adesso,
invece, il mio lavoro arriva in libreria mentre la Storia (con la S maiuscola, ma in senso negativo, come l'avrebbe intesa Elsa Morante) sta tornando a riassorbirci, in
un incrocio perverso tra politica e vita quotidiana». Il titolo del libro è Scrittori contro la politica, in uscita questo fine settimana da Bollati Boringhieri. L'autore -
che ne parla con severità e passione - si chiama Vittorio Giacopini, classe 1961,
collaboratore dei programmi di RadioRai e redattore della rivista «Lo Straniero», una formazione da teorico della politica messa al servizio di una ricerca che si muove nella terra di nessuno tra letteratura e risentimento civile.
«Diciamo che a un certo punto - spiega - ho avvertito l'insufficienza di un metodo
esclusivamente teorico e ho sentito il bisogno di misurarmi con scrittori che, nelle
loro opere narrative o saggistiche, riuscissero a far reagire la politica con gli aspetti
più profondi della vita umana». George Orwell e Albert Camus, Hannah Arendt e
Dwight Mcdonald (il saggista americano che per primo ha indicato le derive del
masscult, la cultura di massa e massificata), gli italianissimi e cosmopoliti Nicola
Chiaromonte e Carlo Levi: sono questi gli «scrittori contro la politica» di cui
Giacopini si occupa nel suo libro. «Un altro autore da aggiungere alla lista? Non so,
il primo nome che viene in mente è quello di Heinrich Böll - confessa -. Ma è meglio
che su di lui non scriva niente, andrei a toccare corde forse troppo personali...».
| Come mai questo titolo? In che cosa questi scrittori sono contro la politica? |
«Nella loro insofferenza verso scelte troppo nette, nella loro intuizione di quanto sia
difficile conciliare le ragioni astratte dell'utopia con la pratica quotidiana di una
moralità personale. Da questo punto di vista, l'autore che indica la soluzione più
drastica è il Carlo Levi di Paura della libertà, un libro disperato e visionario in cui
l'agire politico si traduce in una strategia di automutilazione».
| Tutti e sei gli autori sono attivi tra gli anni Trenta e Cinquanta. È un caso? |
«Niente affatto. Il punto è che tutti, sia pure con sfumature diverse, cercano di
schierarsi in un "terzo campo" rispetto alle forze che si scontrano nella stagione dei
totalitarismi, del conflitto mondiale e della guerra fredda. Anche se poi il discrimine è
segnato proprio dalla lotta contro Hitler, che porta alla luce il paradosso di una
guerra giusta, indubbiamente giusta, che però non mette al riparo dal problema della
"pace perduta", come la chiamava Orwell in un celebre saggio di quegli anni».
| Ed è per questo che Orwell e gli altri vengono isolati e osteggiati dalla
cultura della loro epoca? |
«Con l'eccezione di Levi si tratta di intellettuali di sinistra che la sinistra stessa ha
ignorato o emarginato. Ma attenzione: erano tutti (o quasi) in contatto fra di loro,
attraverso il laboratorio di riviste come "politics", fondata negli Stati Uniti da
Mcdonald e Chiaromonte, o attraverso lo sforzo, nel quale furono particolarmente
attivi la Arendt e Camus, di dar vita a gruppi euro-americani che superassero la
logica della guerra fredda».
Eppure questo impegno non ha risparmiato loro l'accusa di individualismo.
Come mai? |
«Beh, di sicuro il loro non era un individualismo di tipo economico, alla Adam Smith, ma riguardava semmai l'unicità della riflessione morale. Dal mio punto di
vista, la considero una forma nobile (anzi, l'unica vera forma credibile) di anarchia,
da contrapporre appunto alle rigidità e ai diktat dell'utopia. Quando parla di essere
"spettatore del mondo" (un'espressione mutuata da Kant), Hannah Arendt intende
proprio questo: coltivare la solitudine della propria coscienza, spingendosi a simulare
dentro di sé le possibili reazioni degli altri».
| Magari fossero così, gli anarchici che si vedono in giro... |
«Me ne rendo conto: alla luce di quanto sta succedendo queste valutazioni rischiano di apparire fin troppo ottimistiche. In un momento come l'attuale, in cui la politica scatena processi che rischia di non riuscire più a controllare, l'anarchia intesa come
scelta aprioristica di ogni e qualsiasi esercizio del potere potrebbe tornare a essere,
se non altro, una scelta comprensibile».
| Anche per colpa degli intellettuali? |
«Ho l'impressione che, per una parte della cultura italiana, il rifiuto della guerra sia diventato qualcosa di troppo semplice, troppo automatico, espresso mediante luoghi comuni e parole d'ordine. Purtroppo, però, non basta aver ragione per sbaglio...».
«Vede, oggi più che mai è possibile esprimere una posizione politicamente corretta e
intellettualmente disonesta. Oppure (e questo è ancor più complicato) si può
svolgere un ragionamento accettabile in ciascuno dei suoi passaggi, ma che conduce
a conclusioni non condivisibili. Era già successo a Camus all'epoca della guerra in
Algeria, forse sta succedendo anche oggi con le prese di posizioni di persone per le
quali ho molta stima, ma che in un modo o nell'altro si sono schierate a favore
dell'intervento della Nato in Kosov».
| È troppo chiedere i nomi? |
«No, non è troppo. Penso a Susan Sontag, Vàclav Havel, Günter Grass e Salman Rushdie. Alla Sontag, in particolare, che in un suo intervento pubblicato anche in
Italia ha sviluppato una serie di considerazioni ciascuna delle quali in apparenza
ineccepibile, ma che portano a una presa di posizione "interventista" che non riesco
a condividere. Anche se, lo ripeto, mi rendo conto che dichiararsi contrari alla
guerra non è sufficiente. Peggio ancora: è troppo facile». |