RASSEGNA STAMPA

23 APRILE 1999
UMBERTO GALIMBERTI
Platone ci dice chi sono i drogati
Sulla natura insaziabile del desiderio i tossicomani sono d'accordo col filosofo greco anche se non lo conoscono
A proposito di due saggi di Giulia Sissa e Ines Testoni
Il piacere è negativo, il desiderio è insaziabile. Questa formula, che ogni tossicomane conosce, riproduce esattamente quanto la filosofia dell'Occidente, a partire da Platone, ha pensato intorno al piacere e al desiderio, per cui, se la filosofia vuole raccogliere la sfida, può mettere la sua ricchezza analitica a disposizione della comprensione di quel fenomeno inquientante e sempre più vasto che è l'uso e l'abuso della droga.
La sfida è raccolta da Giulia Sissa, Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia (Feltrinelli, pagg. 186, lire 35 mila) e da Ines Testoni, Psicologia del nichilismo. La tossicodipendenza come rimedio (Franco Angeli, pagg. 224 lire 38 mila). Due libri che si differenziano radicalmente dalle analisi empiriche oggi così diffuse sull' argomento perché, come scrive Emanuele Severino nell'introduzione al libro della Testoni, anche quando sono sorrette da significative competenze psicologiche e sociologiche, le analisi empiriche lasciano del tutto inesplorate le categorie filosofiche di fondo da cui sono sostenute, per cui ne restano totalmente e inconsapevolmente dominate.
Nessuno mai come Platone ha infatti indagato la natura del desiderio, cogliendone l'essenza nell'insaziabilità, perché il desiderio è mancanza, è vuoto, da pensare non come uno stato stabile contrario al pieno, ma come uno stato insaturabile che si svuota man mano che cerchiamo di riempirlo, come la "giara bucata", per stare alle immagini di Platone, o come il "piviere" che è quell'uccello che mangia e nello stesso tempo defeca. Iniettarsi eroina si dice in italiano "bucarsi". Il corpo si fa "abisso" che etimologicamente significa "senza fondo". Allo stesso modo in Francia "essere alcolizzato" si dice "boire comme un trou" bere come un buco. Tossici e alcolizzati parlano in greco antico e descrivono la loro incapacità di "contenere" con immagini platoniche.
La tossicomania sembra infatti incarnare alla lettera la teoria platonica del desiderio che fa della mancanza non il motore della ricerca della felicità, ma quella "belva dispotica e indomabile", per stare ad un'altra immagine platonica, che spinge ad aggrapparsi ad essa senza poter più tendere ad altro. Sotto questa forma il desiderio ci fa provare un dolore insopportabile eppure irresistibile, e il piacere che ne se segue è cessazione di questa pena, non-dolore, piacere negativo, come dopo la prima dose, quando quella successiva non porta voluttà, ma evita la caduta nella sofferenza.
Torna qui alla mente la dialettica hegeliana servo-signore, la metafora heideggeriana del pendio, in tedesco Hang, da cui hangen, essere appeso, e anhangen, dipendere. Torna il concetto lacananiano di manque, la mancanza come molla del desiderio, e la teoria freudiana del piacere narcotico come piacere affascinante perché doppiamente negativo: fa cessare il dolore fisico e fa da sedativo al male di vivere di cui non ci si prende più cura.
"Cura" in tedesco si dice Sorge e Freud, dopo aver fatto uso per diverso tempo di cocaina, chiama la droga Sorgen Brecher, ciò che consente di "scacciare i pensieri", di non "prendersi cura" e, come lui stesso scrive, primo rimedio contro il disagio della civiltà. Grande lettore di Goethe, Freud aveva meditato sul Faust, che è poi quel dramma del desiderio che si conclude con il trionfo sarcastico di Sorge, la Cura in persona, ospite inamovile di ogni vicenda umana. Così dicendo, Freud, dopo aver indicato con tanta precisione la malattia chiamata "uomo", include il ricorso agli antalgici in una prospettiva esistenziale.
Come per Aristotele, anche per Freud, infatti, il piacere è il primo principio della vita psichica, nonché il movente più forte dell'azione umana, ma sia Aristotele sia Freud distinguono il piacere immediato, incurante, non negoziato, dell'infanzia dal piacere adulto che nasce dal differimento del godimento spostato su oggetti compatibili con il mondo, con gli altri e soprattutto con l'autoconservazione. Qui cade la differenza tra principio di piacere (infantile) e principio di realtà (adulto) che non è negazione del piacere, ma suo differimento, perché non tralascia la cura di uomini e cose, ma cerca il piacere attraverso questa "cura", ospite inamovibile di ogni vicenda umana.
Avendo studiato filosofia, quella filosofia che i nostri ministri della Pubblica istruzione e dell'Università tentano di abolire dalle scuole italiane, il neurologo Freud, sulla traccia dell'etica platonica, ipotizza che il nostro cervello sia fatto per godere dell'inerzia e della noncuranza, assecondando le quali non ci si cura di nient'altro se non di quell'oggetto che pensiamo possa dispensarci da ogni cura. Tale è l'oggetto tossico, nevrotico, onirico, in presenza del quale la pulsione si fa insistente, implacabile e coatta, dove il desiderio, come vuole il nichilismo platonico, è sempre vivo perché insoddisfatto, e insoddisfatto perché insaziabile, e insaziabile perché il piacere che cerca è negativo, è l'uscire dalla pena dell' insaziabilità del desiderio.
Per spezzare il circolo vizioso occorre, sia per Platone sia per Freud, passare attraverso la realtà che ci obbliga a congedarci dalla "noncuranza", per abituarci a "prenderci cura" dei nostri piaceri non nella forma "anestetica" della soddisfazione immediata come fanno i bambini, ma in quella "estetica" nell'accezione greca di aisthesis, sensazione, che percorre la gamma che dal "sensibile" giunge al "bello". Ma dire "anestetico" non significa solo dire "droga", ma anche "farmacologia", dove le pillole, proprio per il loro valore anestetizzante e quindi nichilistico, hanno un successo da far invidia al sistema moderno delle merci, dal momento che nessun bene di consumo può con loro competere. E così, facendo sognare come mai è capitato a qualsiasi responsabile delle vendite, la differenza tra droghe e farmaci si sfuma, perché la neurofarmacologia ci invita a pensare che esiste un'omogeneità qualitativa tra i composti chimici che assorbiamo e quelli che agiscono nelle cellule cerebrali per regolare le nostre gioie e i nostri dolori. In questo modo la neurofarmacologia razionalizza i comportamenti tossicomaniaci, per cui se è vero che il Prozac non crea dipendenza e non procura l'eccitazione della cocaina né l' appagamento dell'eroina, al pari di queste viene a compensare un'incapacità di felicità, non attraverso un coinvolgimento nel mondo, ma attraverso un godimento appetitivo e consumatorio della vita che Platone rubrica tra le esperienze "miste e impure", caratterizzate cioè dall'insaziabilità del desiderio e dalla negatività del piacere. Qui filosofia e psicoanalisi convengono nel dirci che quando la voluttà tende all'anestesia (e tutte le droghe, anche quelle euforizzanti che i nostri giovani consumano ogni sabato sera nelle discoteche, sono paradossalmente anestetiche perché anestetizzano dalla "cura" del mondo), l'appetito si fa divorante, ma il prodotto con cui si tenta di curare questa insoddisfazione è insoddisfacente. La macchina del nulla che avvia questo circolo vizioso inabissa il tempo in un'ossessione volta alla ricerca del prodotto che promette la liberazione da ogni "cura", innescando quella meccanica della ripetizione (Freud direbbe "coazione a ripetere") dove l'insaziabilità della pulsazione si scontra con l'inadeguatezza dell'oggetto e quindi con l'impossibilità del godimento. A questo punto il desiderio che, come ci ricorda Platone, è fatto di "mancanza" e di "nulla", chiede che si aumenti la dose, per cui in un certo senso la tossicomania riprodurrebbe, come nessun'altra cosa, il perfetto funzionamento del desiderio che non cerca il piacere nel mondo, ma l'estinzione rapida e immediata di quella "mancanza" che è la sua struttura costitutiva. Nessuno infatti desidera ciò che ha, ma solo ciò che non ha. Il nulla è l'anima del desiderio che, nella sua versione anestetica, rende l'appetito eccessivo e il piacere inaccessibile.
Sulla natura insaziabile del desiderio, i tossicomani sono d' accordo. Lo sanno anche se non hanno letto Platone. È la droga ad averglielo insegnato, e a proprie spese hanno imparato che "ci si droga per essere assuefatti" come scrive William Burroughs, e che darsi alla droga è un full time job, un lavoro a tempo pieno come dice Mark Renton in Trainspotting. Ma siccome il tempo è la nostra vita, e la nostra vita siamo noi, la tossicomania, come rimedio al dolore, invoca per sé un altro rimedio. Platone contro l'insaziabilità del desiderio consigliava il pensiero, Freud invitava a piegarsi al principio di realtà, nel senso che per godere bisogna fare uno sforzo. E allora contro la voluttà degli "scacciadolori" o Sorgenbrecher, come li chiama Freud, che sono tanto le droghe quanto i farmaci così agognati dal nostro cervello che ce la mette tutta per diventare cronicamente desiderante e in astinenza, Giulia Sissa consiglia: "Mettiamoci a sedurre uomini, conquistare donne, guadagnare denaro, scrivere un libro". Un modo per dire: non ripudiamo il nostro desiderio, ma, per evitare che, dall'abisso della negatività che lo costituisce si faccia insaziabile e cerchi nella droga o nel farmaco quel piacere negativo che consiste nel riempire la "giara bucata", facciamolo passare attraverso le persone e le cose. Dopo tutto - ed è appunto il dopo che conta - si gode di più. Il piacere va quindi assecondato, non negato. Si tratta solo di indicargli la via come l'auriga di cui parla Platone la indica al cavallo indomito. Questo per dire che le campagne pubblicitarie che con le loro minacce e con le loro raccomandazioni tautologiche - just say no "dì di no e basta" - mancano di efficacia perché, trascurando la natura del desiderio e la qualità del piacere, dicono cose in cui sono del tutto trascurati gli incanti della vita. E ognuno sa che senza incanti la vita non ha più voglia di vivere. Nella guerra che in questi giorni si combatte e che tra un po' finirà nel quasi-oblio come ci è già finita la guerra in Bosnia, lo scontro è anche tra popoli di poca memoria come le potenze occidentali e popoli di grande memoria come i serbi. "Poca memoria" non è necessariamente un disvalore, può significare anche che, rinunciando alla memoria forte della propria identità di popolo, si favorisce la coabitazione, l'identità dei diversi, così come un eccesso di memoria può favorire l'isolamento e l'intolleranza.
E allora la guerra finirà come finirà, ma il conflitto tra i popoli della "grande" o della "poca" memoria non finirà sotto le bombe, perché siamo solo all'alba della sua esplosione. Non si può infatti non rendersi conto che, a partire dall'Occidente, nell'età della tecnica, il mondo si evolve nella direzione di una più grande omogeneità e uniformità che mette in crisi le identità e le appartenenze tradizionali. Si tratta di vedere se questa crisi delle identità culturali avviene nella forma dell'indifferenziato stare insieme cementato esclusivamente da interessi economici, come sembra avvenire in America e sempre più anche in Europa, o avviene nella forma dell'elaborazione di cotraddizioni culturali che si mescolano non per cancellarsi, ma per arricchirsi nel rispetto delle differenze.
Se riconosciamo questo problema come il maggior problema che questa guerra ci fa esplosivamente conoscere, non dimentichiamolo immediatamente, ma partiamo da qui per imparare un corretto uso della memoria che - quando è troppo "forte" - produce intolleranza e isolamento e - quando è troppo "debole" come da noi - produce quella progressiva perdita di identità e di radici che innesca quei processi antropologicamente degradanti che sono l'omogeneità indifferenziata e il conformismo.
Qui la varietà e le differenze tra gli uomini cedono il passo all'uniformità e aprono la strada non al cosmopolitismo che afferma la comunità umana al di sopra degli Stati-nazione, ma al cosmopolitismo anonimo e impersonale che, avendo rimosso identità e radici, non capisce nulla di coloro che ancora le rivendicano, per non perdersi in quel sottile e pervasivo nichilismo che è, come sempre più da noi, l'indifferenziato culturale.
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