| Geertz, la cittadinanza universale |
| Clifford Geertz, "Mondo globale, mondi locali", Il Mulino, pp. 127, L. 18.000 | E' un pianeta in frantumi, quello che avvista l'antropologo Clifford Geertz dal suo osservatorio di
Princeton: un pulviscolo di etnie e di culture che si scompone e ricompone continuamente sotto la
coperta della globalità, e fa a pezzi le categorie tradizionali del pensiero politico come Paese,
nazione o stato. Dal Kosovo allo Sri Lanka al Québec è un proliferare incontrollabile di "riottose peculiarità". Tutto il contrario, insomma, di quel "pensiero unico" (cioè americano, cioè
non-francese), demonizzato dai vari Bourdieu: degni eredi di un giacobinismo che in nome del suo pensiero unico non esitava a usare la ghigliottina. Altro che omologazione, altro che dittatura liberale: "il catalogo delle identità disponibili - scrive Geertz - cresce e si sviluppa a mano a mano che nel mondo si infittisce la rete dei rapporti politici ed economici. Con la definizione di nuove e la
cancellazione di vecchie frontiere la complessità di quel catalogo aumenterà ulteriormente". Se nel
1945 una cinquantina di Paesi si divideva il resto del globo, oggi ne esistono quasi duecento, e il loro
numero è destinato a crescere. Di fronte a un paesaggio così mutevole le risposte più comuni sono di
due tipi: quella postmoderna e decostruzionista che auspica l'abbandono dei "grands récits", dei modelli globali, e quella di chi al contrario, come Samuel Huntington, vede all'orizzonte un titanico "scontro delle civiltà". Geertz propone una terza via: non possiamo avvalerci di grandi idee, dice, ma non dobbiamo neppure rinunciare a progetti sintetizzanti. Ci serve una nuova politica incentrata sull'"arbitraggio culturale". Una politica che anziché occultare o demonizzare la differenza la riconosca e la gestisca con flessibilità. Nel momento in cui pretende di convertire l'umanità intera al
suo vangelo di "cittadinanza universale", il liberalismo rischia di essere subìto da molti come "una continuazione del colonialismo con altri mezzi". Bisogna invece partire dal presupposto che esistono altre visioni del mondo, e che "parlare con chi è altro da noi significa anche ascoltare". |