RASSEGNA STAMPA

23 MARZO 1999
STEFANO CATUCCI
L'ermeneutica rivisitata da Maurizio Ferraris in un volume edito da Laterza
Maurizio Ferraris, "L'ermeneutica", Laterza, pp. 128, L. . 14.000
Se negli ultimi trent'anni l'ermeneutica è diventata la "lingua comune" di molta filosofia contemporanea, le frammentazioni e le dispersioni di quest'ultima hanno finito per riprodurre anche al suo interno tutte le loro divisioni e contraddizioni, facendo della stessa disciplina dell'interpretazione un arcipelago di posizioni diversissime, difficilmente riconducibili persino all'unità generica di una "lingua". Nel momento in cui ha esteso la propria giurisdizione, l'ermeneutica ha infatti perduto, o comunque indebolito la sua identità di progetto ontologico, per trasformarsi in un richiamo a tradizioni e pratiche che spesso si sono contraddette senza saperlo o senza preoccuparsene. A una simile constatazione induce la lettura dell'ultimo volume che Maurizio Ferraris ha dedicato all'argomento (L'ermeneutica, Laterza, pp. 128, L. . 14.000), e che cerca di riordinare criticamente la materia tracciando un percorso che porta dall'ermeneutica passe-partout a una nuova specificazione delle sue prerogative, delle sue applicazioni e dei suoi compiti. Accreditato da una lunga familiarità con questa corrente di pensiero, autore circa dieci anni fa di una fortunata Storia dell'ermeneutica che ricostruiva nei dettagli la vicenda di quella forma dell'esperienza filosofica, ricomprendendone in un unico disegno tutte le variabili, Ferraris non compie ora un'inversione di marcia, ma radicalizza le istanze ontologiche dell'ermeneutica, o in altri termini ne accentua quelle istanze progettuali e teoriche che un eccesso di contaminazioni finisce fatalmente per vanificare. Il piccolo volume va dunque ben oltre i limiti di una introduzione manualistica ai temi di questa disciplina, quale forse avrebbe voluto essere nelle intenzioni editoriali, e diventa invece un pamphlet sullo stato attuale di una ricerca filosofica che nell'ermeneutica trova, più che una "lingua comune", uno specchio a volte fedele e in molti casi deformante. Per delineare in pochi tratti il modo in cui l'ermeneutica filosofica ha raccontato fino a oggi la sua storia, Ferraris ricorre a una decina di pagine tratte dal suo libro precedente: dal mondo antico al Novecento, dal Medioevo cristiano a Heidegger e a Gadamer, un cammino fortemente unitario sembra legare fra loro gli indirizzi di pensiero che di volta in volta hanno sottolineato il carattere primario, e non derivato, dell'interpretazione nella costituzione dell'esperienza. Sia che in età ellenistica essa seguisse le vie della filologia, commentando un patrimonio di testi antichi ormai divenuti praticamente inaccessibili alla lettura diretta, sia che prendesse la strada di una disciplina religiosa, come accadeva nella tradizione ebraica e in quella del cristianesimo (la prima esemplarmente legata all'interpretazione del Libro, la seconda interessata a saldare in un percorso coerente Antico e Nuovo Testamento), sia, ancora, che ampliasse i suoi orizzonti alla prassi giuridica, come avveniva nel mondo romano parallelamente alle grandi codificazioni del diritto, l'ermeneutica sembrava fornire ai metodi dell'interpretazione un orizzonte relativamente unitario, riconducibile a pochi precetti di base, i quali oltretutto non sarebbero stati modificati neppure nelle sue riprese moderne. Né i nuovi impulsi ermeneutici del dibattito religioso cinquecentesco, dalla Riforma protestante al Concilio di Trento, né la ripresa filosofica dell'ermeneutica compiuta dai romantici, in particolare da Schleiermacher, né infine la nuova importanza ad essa attribuita nel Novecento da autori come Dilthey, o la più completa revisione del pensiero filosofico proprio in termini di ermeneutica compiuta da Heidegger e Gadamer, hanno portato infatti decisivi contributi al rinnovamento delle tecniche con le quali un testo viene commentato o interpretato. Sotto la superficie di un'infinita serie di sottigliezze analitiche, l'opzione di base è infatti sempre la stessa, quella che distingue interpretazione allegorica e metodo storico-grammaticale, come pure lo "spirito" e la "lettera" del testo: questo può essere visto come l'anticipazione o il rivestimento di un significato diverso da quello letterale, oppure può essere ricostruito nel suo senso per così dire "originario", cercando di comprendere cosa esso significasse nella mente del suo autore e all'epoca in cui è stato scritto. Tutto questo però è troppo poco, sostiene Ferraris, e soprattutto è troppo generico, perché l'impulso universalizzante dell'ermeneutica novecentesca possa uscirne legittimato. Sebbene la scarsa variabilità delle sue tecniche possa dare l'immagine di una sua relativa unità storica, infatti, l'atto stesso dell'interpretazione, la sua funzione e i suoi scopi, possono essere concepiti in modi molto diversi. La si può intendere come "espressione", ad esempio, oltre che come "decifrazione", ma anche come "comprensione" e come "emancipazione", come "smascheramento" o, al contrario, come "occultamento". Ciascuna di queste accezioni possiede una sua autonomia, nel senso che ciascuna può legarsi a una visione dei rapporti fra "essere" e "interpretazione" che non necessariamente converge nel disegno di un'ontologia unitaria. Secondo Ferraris, allora, sgombrare il campo dall'indebita sovrapposizione di tradizioni diverse vuol dire restituire all'ermeneutica del Novecento quel che le è proprio, dunque le sue domande ontologiche ed etiche; ma anche misurarla direttamente su queste sue esigenze, rinunciando a farla apparire come l'esito destinale di un cammino millenario. Su questo crinale si colloca la polemica con Heidegger, e ancor più con l'heideggerismo, che costituisce uno dei fili conduttori del libro. Fino a che punto, si chiede Ferraris, è possibile pensare in termini di interpretazione il nostro rapporto con l'essere, e fino a che punto l'interprete può tener fede alla responsabilità cui viene continuamente richiamato, quando l'ontologia ermeneutica rischia letteralmente di azzerare il mondo e di dissolverne la reale consistenza? Non bisognerà forse riconoscere che l'interpretazione rimane una pratica pur sempre secondaria, che essa dipende cioè dal momento primario in cui un materiale qualsiasi si offre alla mia interpretazione, dunque da un'ontologia magari anche minima, ma che sta sempre e necessariamente fuori dall'ermeneutica? Il percorso compiuto da Ferraris porta così dalla rinuncia alle pretese ontologiche più radicali dell'ermeneutica alla sua rivalutazione come contributo critico di una moderna teoria dell'esperienza. In questo senso, essa diventa sempre meno una "lingua comune" per la filosofia contemporanea e sempre più uno strumento di controllo nei confronti dei suoi nuovi sconfinamenti nei campi della metafisica e della letteratura.
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