RASSEGNA STAMPA

22 MARZO 1999
PIETRO GRECO
L'arte serve anche alla Polis. Ma non è la sua serva.
Immanuel Kant "Critica della facoltà di giudizio", a cura di Emilio Garroni e Hansmichael Hohenegger, Einaudi, pagine 321, lire 38.000
La "Critica del giudizio", ripristinata nel titolo originario di "Critica della facoltà di giudizio" (Urtheilskraft) è la terza delle critiche kantiane, dopo quella della "Ragion pura" e della "Ragion pratica". Con essa Kant, nel 1790, concludeva la sua ricognizione globale delle facoltà del conoscere. Opera asperrima, non del tutto dipanata dagli interpreti. Che si aggira attorno a un problema "impossibile": i fondamenti del giudizio di gusto. E in un territorio intermedio tra la pura libertà del volere umano e la razionalità universale delle leggi che l'intelletto prescrive alla natura. Tra Ragion pratica appunto e Ragion pura.
In realtà, sebbene lo stesso Kant autorizzi l'idea di un "termine medio" tra regni distinti, la terza Critica è molto di più. E in ciò consiste il contributo recato da Emilio Garroni e Hansmichael Hohenegger con questa nuova edizione dell'opera kantiana, da essi curata con sottigliezza e passione straordinarie. Infatti i due studiosi scoprono nella "terza critica" da un lato la riesposizione dell'intero sistema kantiano, e dall'altro un nuovo orizzonte epistemologico, di là della mera riflessione estetica. Ma cos'è la facoltà del giudizio? Per Kant era una sorta di capacità "autoriflettente" dell'intelletto sopra oggetti particolari, mercè la quale includere questi ultimi in una possibile finalità dell'intelletto medesimo, ma senza il vincolo di leggi intellettuali. Dunque, nessuna sussunzione teoretica del particolare sotto l'universale, secondo leggi della Ragion pura. Ma autoriflessività di un atto conoscitivo privo di necessità logico-empirica. E così siamo al cuore del problema "estetico", seppure in un'accezione che oltrepassa l'esteticità del sensibile. E al cuore del "giudizio di gusto" su ciò che è bello. Su ciò che è il "bello": "Forma della finalità senza scopo".
Che significa? Non certo (solo) la pura gratuità e impalpabilità di un fiore, o di un bel manufatto ispirato alla natura, per quanto intrecciata apparisse l'estetica kantiana al classicismo. Significava invece in Kant la possibilità per l'intelletto estetico, o "giudizio riflettente",di scorgere un "varco di senso" negli artefatti fantastici, e nei fenomeni naturali. Possibilità che è poi una "facoltà creativa", visiva o manipolativa coincidente con il "gusto". Quali le forze in gioco in questa facoltà? Due: l'immaginazione e l'intelletto. La fantasia e la logica. Entrambe presiedono all'attività estetica intesa come azione del gusto, mediata dal sentimento dì piacere. E dalla loro oscillazione mentale dipendono per Kant la scoperta e la produzione del bello. Proprio in tal senso Garroni e Hoheneger segnalano che questo attivo oscillare produce "linguaggio". Cioè fantastica evocazione di esperienza possibile, per il tramite di segni, immagini é schemi simbolici. Talché il fare e il fruire arte divengono "gnoseologia fantastica". In accordo con la legislazione naturale, ossia con la "legislatività" dell'intelletto che è appunto continua - e fattiva - apertura di senso. Oltre i significati (e i significanti) storicamente cristallizzati.
Ora, senz'altro agisce in Kant una percezione "organicistica" della natura, e non a caso la "terza critica" ebbe successo tra i romantici. Però l'organicismo assume la forma di un'"autofinalità interna" della natura, che non soggiace a scopi esterni. Allo stesso modo in cui è l'intelletto (teoretico o pratico) a darsi le sue leggi. Organicismo quindi non "fisico-teologico", sebbene non disgiunto dall'idea-limite di un "intelletto archetipo" del mondo, capace di inglobare tutti i fini parziali, morali e sensibili. Ma, oltre le implicazioni metafisiche di questo concetto di natura - kantianamente precluso al conoscere - è intanto emersa una grande novità: la libertà del regno dell'arte. Sottratta tanto al disvalore platonico che ne faceva "imitazione dell'imitazione" (e gradino inferiore del conoscere) tanto al puro edonismo psicologico, quanto infine all'ipoteca morale e pedagogica. Con Kant gli attrezzi per pensare l'autonomia conoscitiva dell'arte ci sono tutti. C'è l'elemento razional-intellettuale-. il giudizio riflettente, che discerne, connette e anticipa. Cè il materiale sensibile, in cui il giudizio si innerva, non staticamente, ma storicamente: perché il lavorio del giudizio è attiva sconnessione e produzione di senso. E c'è persino lo scopo, interessato-disinteressato dell'arte, che ispirò la "Vita activa" della Arendt. E che Kant così definisce: "favorire l'urbanità delle facoltà conoscitive superiori". Ragion per cui l'arte serve anche alla Polis. Ma non sarà mai la sua serva.
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