RASSEGNA STAMPA

21 MARZO 1999
FRED DRETSKE
La natura delle rappresentazioni
Un convegno a Firenze tra filosofia, arte e scienza sui modi di vedere e costruire i mondi
La sfida biologica al post-moderno
Alla fine degli anni 70, Richard Rorty pubblicò La filosofia e lo specchio della natura, il volume cui deve il suo enorme successo internazionale, nel quale proponeva di abbandonare la teoria generale della rappresentazione sottesa alle principali correnti filosofiche allora in auge, il neopositivismo e la fenomenologia. L'equivoco a suo parere, era l'idea che la mente dovesse, attraverso le sue rappresentazioni, adeguarsi al mondo, che il compito della filosofia fosse quello di rendere conto e legittimare questo processo. Ma Wittgenstein, Heidegger e Dewey, in modi versi, avevano già messo in crisi questo paradigma criticando l'idea della verità come corrispondenza alla realtà. Avevano così aperto la strada a una visione postmoderna della cultura nella quale la filosofia, abbandonate le velleità relative al fondamento dei processi conoscitivi, diventava una forma di discorso tra le tante, non molto distante da quello della letteratura e della poesia, con buona pace della nozione di oggettività.
La posizione di Rorty e di molti filosofi postmoderni comporta l'eliminazione totale delle rappresentazioni e di quella disciplina, l'epistemologia, o teoria della conoscenza, che si è istituita per giustificare il rapporto fra le rappresentazioni e il mondo. La crisi della forma romanzo in letteratura e del "figurativo" nelle arti visive, la caduta dell"'impero tonale" nella musica, sono manifestazioni di un unico fenomeno in cui sembra sparire la possibilità stessa dell'espressione dì un qualche contenuto reale mediante un altro mezzo. E anche il ritorno, sul versante filosofico, di forme di realismo diretto di stampo aristotelico o tomista è legato alla necessità di fare a meno delle rappresentazioni, mentre il filone ermeneutico afferma ancor più recisamente che non ci sono rappresentazioni ma solo interpretazioni, o interpretazioni di interpretazioni. Tra coloro che non credono alla morte dell'epistemologia v'è Fred Dretske, uno dei principali "naturalizzatori" dei problemi filosofici, da quello sui rapportì tra mente e corpo, a quello della causalità psichica, al problema della conoscenza in generale e della conoscenza percettiva in particolare. La sua teoria del mentale è di tipo "causale" con aspetti chiaramente teleologici: un certo stato cerebrale potrà esprimere il contenuto dì una credenza o di un desiderio se tale espressione è una delle sue funzioni biologiche. La controversa questione di cosa voglia dire "funzione biologica" di uno stato mentale è chiarita da Dretske utilizzando concetti tipici della biologia evoluzionistica. Se una certa funzione cerebrale è stata selezionata nel corso dell'evoluzione al fine di "informare" l'organismo della presenza di certe caratteristiche ambientali, allora si può parlare di "funzione biologica". Nel suo ultimo, coraggioso, libro Naturalizing the Mind (1997), Dretske si propone di fornire una teoria naturalistica della mente e della coscienza che chiama Tesi Rappresentazionale, di cui il brano qui pubblicato riprende i temi centrali. Proporli a un pubblico italiano può essere utile per sfatare alcuni luoghi comuni, tra cui quello, assai diffuso, secondo cui, una volta messo in crisi il paradigma neopositivista, l'epistemologia sia entrata in una crisi irreversibile. Niente di più falso. Le tesi scettiche alla Rorty portano spesso con sé la conseguenza, ben poco desiderabile, di scoraggiare o bloccare la ricerca. Ma i, pensatori che non cadono in questa trappola (e che nel contempo sanno evitare le ingenuità denunciate da Rorty) sono in realtà quelli degni di maggiore interesse.
Armando Massarenti
Alcune rappresentazioni sono per immagini, altre no. Una rappresentazione per immagine rassomiglia effettivamente all'oggetto e ha la funzione di veicolare informazione relativamente ad esso. Un'immagine a colori di una medaglia somiglia effettivamente a una mela. La rappresentazione (l'immagine) ha effettivamente le proprietà (forma, colore) dell'oggetto rappresentato. Altre rappresentazioni, .non sono dello stesso genere.
L'asserzione proferita (o scritta) "la mela é rossa", veicola, o ha la funzione di veicolare, informazione sul, colore della mela, ma la rappresentazione non é rossa, né somiglia a una mela. Le storie che rappresentano donne sull'orlo di una crisi dì nervi non somigliano a donne sull'orlo di una crisi di nervi. La maggior parte delle rappresentazioni con cui noi abbiamo familiarità sono convenzionali. Con questo voglio dire che lo scopo, il disegno, la funzione di fornire informazioni viene da noi in quanto esseri umani. Sono le intenzioni, i nostri scopi e i nostri desideri che comferiscono agli strumenti, i suoni e ai segni il loro compito di veicolare informazione.
Noi escogitiamo cose in modo tale che certi liquidi in tubicini di vetro trasparenti forniscano un'informazione precisa sulla temperatura e chiamiamo termometri gli artefatti risultanti.
Aste dì bandiera e. fermacarte di metallo, í cui volumi (come il mercurio in un termometro) sono anch'essi proporzionali alla temperatura, veicolano la stessa informazione. Ma questa non è comunque la loro funzione; aste di bandiera e fermacarte non sono fatti per questo, come suggeriscono chiaramente i loro nomi. Anche se veicolano la stessa informazione, essi non rappresentano quello che rappresentano i termometri, anzi, non rappresentano un bel niente, giacché non abbiamo assegnato loro quel compito.
Quando le funzioni informative di una cosa derivano da noi, dagli scopi, dalle intenzioni, dai desideri dì designers, costruttori e utenti, le rappresentazioni risultanti sono convenzionali. Cambiando il modo in cui si usano o si considerano tali artefatti si cambia ciò che essi dicono o significano, si cambia ciò che rappresentano.[ ...
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Estetica