RASSEGNA STAMPA

14 MARZO 1999
ERMANNO BENCIVENGA
Questa è l'isola del lavoro che non c'è
Economia, cultura e ruolo dello Stato in una società ideale che non ha come scopo la piena occupazione
E' in questi giorni in libreria un nuovo libro di Ermanno Bencivenga, una "utopia" filosofica dal titolo "Manifesto per un mondo senza lavoro" (Feltrinelli pagg. 160, L. 25.000). Ne pubblichiamo uno stralcio.
La divisione del lavoro è forse il concetto più ampiamente condiviso nella filosofia della politica; è fondamentale per le proposte di autori peraltro diversissimi, quali per esempio Platone e Adam Smith. Sembra esserci qualcosa di irresistibile nell'idea che ciascuno svolga l'attività per cui è "tagliato". Io rinnego quest'idea, e con essa la divisione del lavoro: è di importanza decisiva, per quel che penso gli esseri umani siano e debbano essere, che ciascuno faccia molte cose per cui non è tagliato. La divisione del lavoro si accorda a perfezione con una concezione della vita umana come strumentale a qualcos'altro: qualcosa che non è quella stessa vita. Tutti vogliamo che i nostri strumenti siano efficienti: che i nostri coltelli taglino, le nostre biro scrivano, le nostre lampadine si accendano.
Se dunque pensiamo a un essere umano come a uno strumento, lo vogliamo altrettanto efficiente, vogliamo anzi che sia il migliore strumento possibile per la sua funzione: sicuro, rapido, disinvolto anche elegante. Se così non fosse: gli preferiremmo qualcun altro.
Compreremmo un'altra biro.
Ma un essere umano è un fine e non un mezzo; il suo fine è se stesso, e se "se stesso" vuol dire ricchezza e diversità, confronto e dialogo, allora egli realizzerà il suo fine anche imparando voci che non gli vengono naturali, che per quanti sforzi egli faccia non supereranno mai il livello di un imbarazzato balbettio. Anzi, realizzerà meglio il suo fine imparando voci così, perché la diversità sarà esaltata dal suo sforzo e imbarazzo, perché sforzo e imbarazzo chiariranno senza possibilità di malintesi che si tratta di voci altre, diverse da quella che gli viene naturale, e insieme che quest'altro, questo diverso sono parte di lui. Mi è sempre capitato di imparare di più dalle cose che faccio male, anzi potrei dire che imparo solo finché una cosa la faccio male: quando eventualmente comincio a farla bene non imparo più nulla. Il che ovviamente non farà differenza per chi ritenga che imparare non sia il valore determinante: che invece tale valore sia funzionare (per uno scopo alieno). Ma ho già affermato più volte che per me non è così.
Lo Stato dunque deve porsi come obiettivo che i cittadini si insegnino reciprocamente e continuamente quel che sanno e che, per quanto esperto uno di loro sia diventato in una particolare abilità o conoscenza, rimanga sempre spazio nella sua vita per imparare qualcos'altro. Non per diventare esperto anche in quello; ma per imparare a vedere le cose anche da quel punto di vista - se necessario strabuzzando gli occhi. [...
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vedi anche
Filosofia (e) politica