RASSEGNA STAMPA


14 MARZO 1999

GIOVANNI REALE

Risalire il fiume della metafisica

Nuova edizione de "La filosofia del primo Aristotele" di Enrico Berti"

E' studio accurato. che parte dalle. opere perdute del pensatore

E.Berti, "La filosofia del "primo" Aristotele", Indici generali a cura di G. Girgenti, Vita e Pensiero 1998, pagg. 575, L. 60

Il libro più rivoluzionari su Aristotele scritto nel nostro secolo è certamente quello di Werner Jaeger Aristotele. Prime linee di una storia della sua evoluzione spirituale. Nell'originale uscito a Berlino nel 1923; in Italia è stato tradotto e fatto conoscere da Guido Calogero a partire dal 1935 (pubblicato presso La Nuova Italia, Firenze). La tesi di fondo del libro si è imposta come un vero e proprio "paradigma ermeneutico", dì carattere storico-genetico, che ha avuto influsso assai notevole, ed è stato in larga misura determinante in positivo e in negativo per quasi un cinquantennio nell'ambito degli studi sullo Stagirita.

Secondo Jaeger, Aristotele si potrebbe intendere solo alla luce di una precisa ricostruzione di una "parabola evolutiva". Lo Stagirita sarebbe partito da una fase platonica (con forti interessi di carattere "teologico"), sarebbe passato attraverso una fase intermedia (in cui sono prevalsi interessi di carattere "ontologico", per giungere a un momento conclusivo caratterizzato da forti interessi "empirici" (per la raccolta e la sistemazione di dati di fatto e una positiva comprensione dei fenomeni con radicale allontanamento dalla filosofia platonica). Le opere di Aristotele pervenuteci, che sono la raccolta del materiale preparato per le sue lezioni e non per la pubblicazione, sono formate di parti nate in tempi diversi e rispecchianti interessi diversi. Le differenti opinioni e le contraddizioni che si riscontrano nell'ambito di non poche opere e addirittura nell'ambito delle maggiori (a cominciare dalla Metafisica) si spiegherebbero proprio in funzione dell'evoluzione di Aristotele e dei connessi mutamenti di prospettiva.

Sullo sfondo della tesi di Jaeger sarebbero individuabili (come qualche studioso ha acutamente rilevato) elementi djltheyani, in particolare il concetto di "sviluppo organico" che va verso la realizzazione precisa di un "fine" (concetto che sta a mezzo fra hegelismo e vitalismo di matrice romantica). Ma la tripartizione e la configurazione della parabola evolutiva attraverso cui Aristotele sarebbe passato, rispecchia esattamente la legge dell'evoluzione attraverso tre stadi sostenuta da Comte nel suo Corso di filosofia positiva, secondo cui la conoscenza passa attraverso tre stati teorici differenti: "Lo stato teologico o fittivo, lo stato metafisico o astratto, lo stato scientifico o positivo".

Sennonché, proprio l'applicazione del paradigma storico-genetico ha portato a conclusioni del tutto imprevedibili: qualcuno ha cercato di dimostrare che la parabola evolutiva costruita da Jaeger poteva essere non solo ridisegnata, ma addirittura capovolta, proprio seguendo il metodo jaegeriano. E' emerso, in altri termini, che con quel metodo era possibile, in certo senso, dimostrare tutto e il contrario di tutto. E, in tal modo, il paradigma storico-genetico si è autoannullato. Oggi, esso è giudicato del tutto obsoleto.

Un punto fondamentale, in ogni caso, rimane acquisito e irreversibile: le opere pervenuteci di Aristotele non sono "libri", ma raccolte di materiali didattici composti in vari tempi e in vari modi per essere utilizzati all'interno della scuola e non per essere pubblicati, con tutte le implicanze e le conseguenze che questo comporta.

Di ben altra natura erano invece le opere pubblicate da Aristotele, di cui, purtroppo, ci sono pervenuti solo scarsi frammenti. E uno dei maggiori meriti di Jaeger è stato proprio quello di richiamare l'attenzione degli studiosi su questi lavori. Ricordiamo che Aristotele scrisse le opere che via via pubblicava con stile assai raffinato, e Cicerone le giudicava un "fiume di eloquenza", non era uno stile poetico come quello di Platone ma uno stile che si ispirava ai canoni della autentica "oratoria" (ricordiamo che nell'Accademia il Maestro gli aveva affidato proprio l'insegnamento della retorica, ossia dell'oratoria).

Gli studi che si sono pubblicati sui frammenti di tali opere sono davvero numerosissimi e alcuni di notevole portata. Il libro di Berti, La filosofia del 'primo' Aristotele, ripubblicato da Vita e Pensiero, si colloca ormai fra i "classici", per più di una ragione. Già quando è uscito nella sua prima edizione (1962), si è imposto come la più esauriente trattazione delle opere pubblicate da Aristotele. Nel frattempo sono stati editi numerosi altri lavori sul tema, ma nessuno ha raggiunto il livello di questo di Berti, e, in particolare, nessuno ha affrontato un lavoro di sintesi. Chiunque voglia studiare le opere perdute dì Aristotele deve, quindi, iniziare da questo lavoro di Berti e tenerlo costantemente presente come punto di riferimento.

Quest'opera iritroduceva in Italia la tesi dell'esistenza di platoniche "dottrine non scritte" (che, al momento della pubblicazione, Berti pensava che si collocassero cronologicamente dopo la Repubblica), e dimostrava, sulla base dì serrate argomentazioni e documentazioni, che le dottrine non scritte di Platone non solo sono davvero esistite, ma che la filosofia delle opere pubblicate di Aristotele è una sintesi fra quelle dottrine coincidenti con quelle dell'ultimo Platone e quello dello Stagirita.

In secondo luogo, Berti dimostrava che, se non si tiene conto delle dottrine contenute nelle opere pubblicate e se ci si basa esclusivamente

sull'Aristotele del Corpus aristotelicum, si presenta, dal punto di vista storico, un Aristoteles dimidiatus.

Secondo Jaeger. Aristotele avrebbe pubblicato quelle opere da giovane, ossia finché era rimasto allievo di Platone, data la componente "teologica" in esse presente. La tesi è parsa per molto tempo accettabile. Di qui il titolo originale dell'opera di Berti-. La filosofia del primo Aristotele. Nella nuova edizione, tuttavia, l'aggettivo "primo" è stato messo tra virgolette, per indicare che la tesi non regge più, e che le opere pubblicate non possono essere considerate solo opere giovanili.

Olof Gigon, nel 1987, nel pubblicare l'imponente volume che raccoglie tutti i frammenti delle opere aristoteliche perdute pervenuteci (in sostituzione del precedente che era stato curato da Valentin Rose e che fa parte della grande edizione di tutte le opere di Aristotele di Immnanuel Bekker) ha scritto: "L'opera di Aristotele è stata in fondo una unità, e questo in un duplice senso. Anche se i dialoghi dovessero essere "opere giovanili" (il che non è né dimostrato né verosimile). bisogna supporre che Aristotele anche nella vecchiaia e immediatamente prima della sua morte si è riconosciuto nei suoi dialoghi, e ha inteso ciò che essi esprimono come una espressione adeguata del suo pensiero".

E che le opere pubblicate di Aristotele siano state da lui scritte solo fino al momento in cui fece parte dell'Accademia platonica è impensabile, per il fatto che, proprio dal momento in cui fondò una propria scuola in concorrenza con l'accademia, egli ebbe bisogno di attrarre discepoli; e uno dei modi più efficaci per guadagnare discepoli è proprio quella di pubblicare opere stimolanti e attraenti.

Naturalmente, viene spontanea la domanda: come mai proprio quegli scritti pubblicati che gli hanno dato grande fama ed erano giudicati "fiumi di eloquenza" sono scomparsi a un certo punto dalla circolazione e sono stati soppiantati dalla scoperta e dalla pubblicazione delle opere di scuola?

E' molto probabile che la mentalità diffusa dalle filosofie dell'età ellenistica abbia giocato in questo un ruolo determinante. Epicuro, ad esempio, ha polemizzato contro le posizioni di Aristotele, e come Ettore Bignone ha dimostrato (L'Aristotele perduto e la formazione fìlosofica di Epicuro, Firenze 1936: 1973) si trattava proprio di quelle posizioni sostenute nelle opere pubblicate dallo Stagirita. Del resto, l'avversione dei filosofi ellenistici alla problematica della trascendenza con netta preminenza per l'immanenza, spostavano gli interessi dei filosofi in tutt'altra direzione rispetto a quella impressa da Aristotele nelle sue opere pubblicate.

Secondo Bos (Teologia cosmica e metacosmica. Vita e Pensiero, Milano 1991), Aristotele nelle sue opere pubblicate seguiva un metodo ispirato a una prospettiva trascendente ed espressa anche con cospicuo uso di miti, in quelle di scuola dimostrava razionalmente e con il massimo vigore possibile quello che, con altro metodo, presentava in quelle pubblicate: Aristotele, nel suo insegnamento orale e nelle opere pubblicate, ha proposto le stesse teorie e le stesse spiegazioni, ma in forme differenti, E nelle lezioni relative ad argomenti trattati precedentemente nei suoi scritti, Aristotele. come i professori di oggi, poteva facilmente far riferimento a quelle pubblicazioni, che in ogni caso potevano essere note e accessibili alla cerchia dei suoi allievi".

La conclusione che mi pare si debba trarre è la seguente: come non è più possibile leggere i dialoghi platonici senza tener conto della tradizione indiretta che ci informa sulle sue "dottrine non scritte", così, analogamente non è più lecito dal punto di vista storico-ermeneutico considerare il Corpus Aristotelicum come "autarchico" e giudicare le opere perdute solo) come una appendice trascurabile di esso.

Naturalmente fra la posizione di Platone e quella di Aristotele c'è una differenza essenziale, che capovolge il nesso fra "opere pubblicate" e "lezioni tenute all'interno della scuola": ciò che dà senso coerente e compiuto alle opere pubblicate da Platone è ciò che egli non ha reso pubblico se non nella dimensione della pura oralità dialettica (e che noi conosciamo attraverso la tradizione indiretta, ossia attraverso le testimonianze dei discepoli); invece ciò che dà senso completo alle opere "non pubblicate" di Aristotele e composte da Aristotele per i suoi corsi (le uniche che ci sono pervenute) sono quelle "pubblicate".

Per questi motivi, oltre che per il rigoroso metodo con cui è condotto e per la sua raffinata fattura, il volume di Berti si impone come essenziale per chi voglia conoscere Aristotele nella sua interezza. Si tratta di uno dei migliori libri sullo Stagirita, a livello nazionale e internazionale, scritti nel XX secolo.]

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