RASSEGNA STAMPA

11 MARZO 1999
ANTONIO GNOLI
ROUSSEAU complotti e ossessioni
La vecchiaia, la malinconia, la morte del filosofo nel saggio classico di Starobinski e in un romanzo appena uscito
Jean Starobinski, "Jean- Jacques Rousseau. La trasparenza e l'ostacolo", il Mulino, pagg. 425, lire 54.000
Francesca Cernia Slovin, "L'ultima passeggiata di",Marsilio, pagg. 211, lire 25.000
Come si rappresenta un uomo alla fine della vita, quando il fragile, o magari arbitrario, esercizio della memoria si lega indissolubilmente alla decadenza del corpo? Allo scadere inesorabile dei propri anni Jean-Jacques Rousseau sembra ormai voler rispondere non ponendo alcun limite all'esplorazione della propria anima. Egli è, a un tempo, vittima e artefice di una conoscenza che lo spinge a illuminare ogni dettaglio, anche il più buio, che dal cuore sembra affiorare, a volte dolente altre ancora minaccioso.
Nascono così Le confessioni, impietosa, straordinaria e a tratti delirante autobiografia del ginevrino. Non pago dell'immagine che ha voluto dare di sé al lettore, con cui sembra aver stretto un patto di chiarificazione estrema, Jean-Jacques ritorna sui suoi passi come sulla scena di un delitto: nascono Le fantasticherie di un passeggiatore solitario. Sono un'ossessione su cui aleggiano il risentimento, la malinconia e la morte.
Ma cos'è questo mondo in cui le illusioni sembra sovrastino la realtà e in cui il congedo prende la forma di un romanzo interiore? A sollecitare una risposta concorre la coincidenza di due libri da poco pubblicati: Jean- Jacques Rousseau. La trasparenza e l'ostacolo, di Jean Starobinski (il Mulino, pagg. 425, lire 54.000) e L'ultima passeggiata di Francesca Cernia Slovin (Marsilio, pagg. 211, lire 25.000).
Nel primo caso si tratta della ristampa di un classico che ha segnato una svolta magistrale negli studi sul pensatore ginevrino. Nell'altro siamo in presenza di un racconto malinconico e leggero che prende spunto dalla decima passeggiata di Rousseau, che come è noto resterà incompiuta per il sopraggiungere della morte del filosofo. E' su questo "vuoto", su questa "assenza" che il romanzo della Cernia Slovin lavora fino a restituirci i tratti essenziali della tormentata biografia di Jean- Jacques.
Entrambi i libri - e viene da pensare che il secondo interagisca con le traiettorie del primo - si muovono sulla richiesta di una indagine supplementare attorno alle patologie che affliggono il filosofo. Qualcosa di analogo, del resto, l'autrice de L'ultima passeggiata aveva già svolto con la biografia che alcuni anni fa dedicò ad Aby Warburg. Anche lì il punto di attrazione e di snodo era la malattia, quel limine su cui è difficile decifrare e distinguere follia e ragione. Con ogni evidenza non si tratta però qui di un'indagine sull'anima, cioè su qualcosa in fondo di sfuggente che richiederebbe l'adozione degli incerti strumenti della psicoanalisi. Piuttosto l'autrice si muove a partire dagli effetti materiali che una precaria condizione fisica e mentale è in grado di produrre. Si direbbe che in questa scelta stia anche il senso della riuscita del libro: la curiosità che produce nel lettore, le aspettative che lo soddisfano.
Di che cosa soffre Rousseau? La vecchiaia lo incalza con il suo corteo di effetti deprimenti. Ma c'è qualcosa che aleggia già prima sulla sua testa e ne consegna per così dire il personaggio alla leggenda: si tratta della sindrome da complotto. O meglio di un'ossessione che egli coltiva con infinita rabbia e malinconia. Chi apra la prima delle celebri Passeggiate è immediatamente immerso in quel clima torvo segnato dal sospetto e dalla imminente catastrofe: "Mi trovo, dunque, solo sulla terra, non avendo più fratello, prossimo, amico, compagno se non me stesso. L'uomo più socievole e affettuoso è stato proscritto dall'umanità per unanime accordo. Hanno cercato con le sottigliezze dell'odio il tormento più crudele per la sensibilità della mia anima, e hanno spezzato violentemente tutti i legami che ci univano".
Quello di Rousseau sembra un grido, in realtà è anche un programma. Dietro la sconvolgente e paranoica convinzione che il mondo remi contro di lui, il ginevrino prende posizione. Non si fa trovare impreparato: organizza una difesa, si direbbe, strategicamente ineccepibile. Ma contro chi e perché?
Il libro della Cernia Slovin sembra nel profondo voler rispondere a questi interrogativi. Dietro l'amabile quartetto che si staglia nella tenuta di Ermenonville: con il marchese, la marchesa, la fida Thérèse (moglie del filosofo) e Rousseau, si affaccia la vera questione: come sperare che la ragione su cui i Lumi hanno fondato il loro programma, possa da sola render conto delle sottigliezze dell'anima? Delle passioni che la avvolgono?
Ogni gesto di Rousseau, ogni più recondito pensiero, passa nella cruna di questo dubbio e cresce smisuratamente fino a divenire ossessione, malattia curabile solo nella solitudine: se il mondo non lo vuole (così immagina il nostro), se i philosophes ne disapprovano il comportamento, fin dentro la maldicenza, non resta che tirarsi fuori dalla ressa e scegliere l'esilio spirituale.
Rousseau è una curiosa figura di perdente: quanto più egli è estromesso, censurato, deriso, tanto più cresce in lui il desiderio di ristabilire un ordine che si approssimi al vero, che gli renda giustizia e che condanni quella società che lo ha bandito. Inutile dire che un sottilissimo filo lega la sua personalissima battaglia alle più generali osservazioni critiche che egli muove alla società civile. Un medesimo bisogno di trasparenza sembra avvolgere le due questioni. Ma è davvero così? Ci si può fidare delle confessioni di un uomo che più che opporsi al reale, sembra infine soltanto aggirarlo?
E' un punto ci pare che emerga con finezza in un passaggio del libro della Cernia Slovin, quando ci imbattiamo nell'osservazione che Le Confessioni più che darci il resoconto trasparente di un'anima, mostrano la maestria di un illusionista: "Nell'offrirsi quale egli era agli occhi degli altri, nel lasciarsi scrutare fino in fondo", scrive l' autrice, "era riuscito a mantenere un'irriducibile enigmaticità, a presentarsi con diversi possibili e nessuno veramente completo, diventando vittima e delatore, perseguitato e persecutore, innamorato e narcisista".
E' questa la strategia del ginevrino che in un colpo solo trasforma la trasparenza in un ostacolo per gli avversari: ai quali non è dato di leggere nel suo cuore. I Voltaire, i Diderot, i Malesherbes, lo stesso Hume, che lo hanno incalzato, criticato, accusato, sembrano improvvisamente impallidire. Come nemici erano un pretesto, come fantasmi sono diventati innocui.
Per quanto in apparenza egli si ostini a lavorare nel presente, in realtà è come se già scrivesse per i posteri. Rousseau dilata il tempo che lo opprime e l'orizzonte che lo delimita. Forza i confini della contemporaneità e proietta la sua scrittura direttamente nel futuro. Solo lì, su quel punto virtuale al quale sono chiamati i posteri, le due facce del ginevrino - quella del politico e dell'uomo - sembrano combaciare. Nel bene e nel male.
Una sottigliezza impalpabile governa la Volontà generale. La democrazia che egli agogna si nutre di un vuoto preoccupante. La sovranità a cui pensa è totale, assoluta, riposta nelle mani di un popolo irrappresentabile se non da se stesso. La politica roussoviana è un gesto diretto, e indivisibile. Trae la sua legittimità da un senso di comunità che la società ha smarrito. Si direbbe che la stessa impalpabilità faccia da sfondo al comportamento di Rousseau: il sentimento di estraniazione che egli vive di fronte ai suoi contemporanei è totale quanto quello della Volontà generale di fronte alla frammentazione del potere. E' a questa altezza che l'individuo Rousseau si scioglie nella sua idea di moralità collettiva. La vittoria di quest'ultima sarebbe stata anche la rivalsa sui suoi detrattori.
Occorrerà attendere solo quindici anni, poi le spoglie di Rousseau saranno trasferite dall'Isola dei Pioppi di Ermenonville al Pantheon di Parigi. Il filosofo era morto nel 1778. La rivoluzione, la celebre rivoluzione, sarebbe scoppiata dieci anni dopo, nel 1789. Durante i giorni dell'ottobre del 1794, due immense ali di folla - come racconta Cernia Slovin - assistettero al passaggio del feretro. Combattendo la menzogna e la schiavitù della società moderna, Rousseau aveva reclamato il primato della virtù. Chi dunque meglio di lui poteva incarnare il nuovo corso? Celebrarlo fu naturale. Ma gli effetti non furono sempre così esaltanti. Solo un anno prima il terrore aveva cominciato a vestire i panni della virtù: arbitrio, sangue e sospetto suggerivano che le durezze della storia avevano preso irresponsabilmente il sopravvento.
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