| ISTERECTOMIA, PER ABUSO DI TAGLIO |
| Maria Rosa Dalla Costa tu sei docente di sociologia politica alla facoltà di Scienze politiche presso l'università di Padova. Sei una figura storica del femminismo, negli anni '70 hai aperto il dibattito sul lavoro domestico e la donna come riproduttrice della forza-lavoro. Perché, oggi, un libro sull'isterectomia? |
E' la terza battaglia che dobbiamo affrontare come donne per sottrarci a un abuso che in vari paesi si è tradotto in una castrazione di massa delle donne. Le prime due sono state e continuano a essere quelle sulle condizioni del parto e dell'aborto.
In vari paesi dell'occidente avanzato c'è stata un'esplosione di isterectomie, cioè asportazioni chirurgiche dell'utero, spesso coniugate alle annessiectomie, cioè asportazioni dell'apparato ovarico. Non è verosimile una improvvisa esplosione di patologie tanto gravi da giustificarla. | Nel libro riporti cifre impressionanti. |
Negli Usa vi è l'aspettativa di subire questo intervento per 1 donna su 3 entro i 60 anni, per il 40% delle donne entro i 64 anni. Con notevoli differenze tra regioni, razze e strati sociali che gli avvocati delle pazienti attribuiscono al training dei medici, all'interesse professionale e a ragioni economiche.
La stessa Società italiana di ginecologia e ostetricia denunciava, in un comunicato del 17 novembre 1997, 40.000 isterectomie all'anno (equivalenti all'aspettativa di 1 donna su 8) e le giudicava "troppe" data la disponiblità di tecniche meno invasive e demolitorie. Ma dai dati del ministero della sanità ho appurato che la cifra indicata dalla Sigo nel '97 corrispondeva grosso modo al '94; da allora le isterectomie sono passate a 68.000 per il '97, l'aspettativa di 1 donna su 5. Nel Veneto, dai dati forniti dall'Unità di progetto informatico della Regione, tali interventi passano da 5.909 nel '93 a 6.685 nel '96 (cifra che si stabilizza nel 1997): l'aspettativa di 1 donna su 4. E' come se questo genere di interventi dovesse toccare sistematicamente le donne d'una certa età. In genere la causa dell'asportazione sarebbe il prevenire un futuro cancro. | Ritieni sopravvalutato tale pericolo? |
Ritengo aberrante che si tolgano organi affetti da patologie benigne, risolvibili con interventi o terapie di minor impatto, nell'ipotesi che un domani siano colpiti da un eventuale cancro. Con l'intervento una donna incontra molti danni certi e molti altamente probabili. In base ai codici e a una seria deontologia medica, questa opzione non sarebbe nemmeno proponibile. Aggiungo che ho sempre creduto poco a questa motivazione: perché non ci si preoccupa dei danni intanto certi? Come perdita della prostaciclina, che inibisce la formazione di trombi e viene prodotta dall'utero anche dopo la menopausa? è ad essa che sembra imputabile l'aumento di malattie cardiovascolari, e l'ipertensione che varie donne accusano dopo l'intervento. Perché si passa sopra alla perdita dell'apporto ormonale dalle ovaie che, nella cosiddetta ovariectomia profilattica, vengono asportate anche se sane in occasione di un'isterectomia, di regola dai 45 anni in poi, in altre prassi anche prima? Le terapie sostitutive sono costituite da farmaci come tali non equivalenti alle proprie ovaie; più che un aiuto, la loro esistenza sembra un motivo in più per effettuare isterectomie e ovariectomie non giustificabili. Perché non ci si preoccupa dei danni molto frequenti, alle vie urinarie e alla motilità intestinale? Per non parlare delle ripercussioni a livello psichico e di relazione? e quelli provocati dalla perdita della completezza del proprio sistema corporeo? Del resto dove finiscono le tanto "oggettive" ragioni per asportare ovaie sane quando si effettua un'isterectomia per via vaginale anziché per via addominale, se nel primo caso spesso le si mantiene pur essendo egualmente possibile asportarle?
| Insomma, tu consideri l'intervento pesante e spesso superfluo? |
Certo. E' una violenza mandare in menopausa una donna in anticipo e istantaneamente attraverso un atto chirurgico, quando fisiologicamente il passaggio avviene nel corso di anni. Le conseguenze ne vengono aggravate e "scombinate". E poi come si giudica comunque "vicina" alla menopausa una donna quando vi sono variazioni enormi tra una donna e l'altra? Ho conosciuto donne andate in menopausa a 57 anni mentre alcuni medici indicano l'età media a 52 anni, altri a 49. E in genere concordano che tale media non si stia spostando in avanti, mentre a molte donne, confrontandosi con parenti più anziane, risulta il contrario. Con che diritto il ginecologo sottrae alla donna anni di giovinezza ed equilibrio del suo corpo? Perché non la informa del pregiudizio che avrà alla vita sessuale lasciandogliene l'amara sorpresa dopo l'operazione? Perché, al contrario, spesso la fuorvia sottolineando i vantaggi di una sessualità libera da gravidanze indesiderate? Perché allude a una piccola incisione lungo la linea del pube quando invece moltissime donne si ritrovano l'amara sopresa di un'incisione dall'ombelico al pube e malamente suturata?
| Pensi che si tratta di scarso aggiornamento dei medici sulle tecniche recenti che permettono interventi meno demolitori? |
Solo in parte. Anche nella ginecologia si confrontano due approcci. Uno, più olistico, rispettoso del diritto della donna all'integrità del corpo, adottato da medici che propongono questa operazione solo per patologie non diversamente risolvibili. L'altro, meccanicista-riduzionista, definibile anche come "approccio dell'età", portato avanti da medici che, ignorando o trascurando la complessità di funzioni che utero e ovaie hanno anche dopo l'età fertile, o adducendo il rischio di un cancro totalmente eventuale, la indirizzano all'operazione più in base all'età che alla gravità della patologia. Senza informarla adeguatamente delle conseguenze e delle alternative possibili. | Come se l'integrità del corpo femminile fosse da non preservare quando si presume che la donna non sarà più madre? |
Spesso addirittura la si colpevolizza se resiste all'intervento accusandola di non accettare l'isterectomia perché non accetterebbe la menopausa. Ma l'isterectomia (quanto volte infondata?) colpisce donne di tutte le età.
| Hai accennato che anche in linea di diritto la pratica corrente sarebbe spesso un illecito? |
E' certo che l'abuso dell'asportazione dell'utero e spesso delle ovaie poggia su un rapporto molto viziato medico-paziente, che rimanda a precise responsabilità del medico. Deontologia vuole che il medico proponga sempre l'intervento che produce il maggior beneficio con il minor danno, il meno invasivo e demolitorio. Ma di più, penso che un'isterectomia e un'anessiectomia non necessaria costituiscano reato di lesioni personali gravissime in base all'art. 582 del codice penale, con le aggravanti previste all'art. 583 (comma 2, n. 3) che contempla "la perdita dell'uso di un organo o della capacità di procreare". Qui si asportano organi che, ribadisco, hanno una pluralità di funzioni anche dopo la menopausa.
Molto sola per circa due anni. E con fatica, e nessun mezzo, ma forse non è un caso che la buone cause partano così. Ero determinata a svelare questa violenza e a fare qualcosa per fermarla. Ne avevo verificati gli aspetti sottaciuti parlando con le donne, oltre a quelli che avevo scoperto in prima persona resistendo a una proposta di isterectomia ingiustificata. Ma quando chiedevo una conferma scientifica, i medici avevano molta fretta ed erano molto parchi di parole. Comunque quando ho capito che avevo in mano abbastanza elementi e ho costruito il convegno di Padova del 23 aprile scorso all'università, ho trovato pieno riscontro alle mie tesi nelle relazioni di docenti di medicina legale e di bioetica, di medici, di magistrati, di donne pazienti e operatrici della sanità. Poi ho organizzato quello di Venezia del 22 gennaio 1999.
| Che cosa ne avete concluso? |
Il messaggio alle donne è: non accettare passivamente la proposta di questa operazione, sottoporla a verifica, informarsi bene sulle alternative possibili, perché i casi nei quali è necessaria risultano davvero pochi. E poi non farsi mai asportare ovaie sane. E riappropriarsi, come il movimento femminista ben sapeva, di quel sapere ginecologico e medico di base che permetta a ciascuna di vagliare le proposte della medicina che, ricordiamo, non è una. |