RASSEGNA STAMPA

23 FEBBRAIO 1999
RICCARDO CHIABERGE
Un saggio di Claude Allègre, scienziato e ministro dell'Istruzione francese, su un problema aperto
SCIENZA senza Dio? Il dialogo dopo il conflitto
Dai tempi di Galileo la religiosità cattolica è considerata un ostacolo al progresso della conoscenza. Ma oggi i pericoli integralisti arrivano da altri mondi. Lo sostiene un laico che indica le strade da seguire nell'era dell'ingegneria genetica
Claude Allègre, "Dio e l'impresa scientifica. Il millenario conflitto tra religione e scienza", pagine 218, lire 35.000, Raffaello Cortina, Milano
Galileo? Non è proprio il caso di mitizzarlo. Non ha inventato il metodo sperimentale, e neppure il telescopio. Era un ingegno brillante, per carità, ma anche molto presuntuoso: credeva di poter fare tutto da sé, rifiutò di incontrare Keplero che pure lo ammirava, e pretese di sostituirsi alla Chiesa nell'interpretazione della Bibbia. Per questo fu condannato. Darwin? La sua teoria dell'evoluzione poggia in gran parte su congetture indimostrate. E se non fosse stato per Lamarck non avrebbe mai concepito l'idea che l'uomo potesse discendere dalla scimmia. Non per niente Lamarck era francese... Ci siamo capiti: il libro di Claude Allègre, "Dio e l'impresa scientifica", lascia trapelare qua e là una certa dose di sciovinismo. Il che non toglie nulla all'acutezza dell'analisi e alla sua attualità in tempi di risorgenti attriti tra laici e cattolici. La religiosità è un ostacolo al progresso della conoscenza? C'è ancora posto per il sacro nella società tecnologica? Siamo destinati a una secolarizzazione totale, o torneranno a prevalere i fondamentalismi? Sono le domande alle quali Allègre, biochimico, professore all'Università di Paris VII e tirannico ministro della Pubblica Istruzione nel governo Jospin, cerca a suo modo di rispondere.
Anni fa, l'insolito connubio tra due fisici, i fratelli Bogdanov, e il teologo Jean Guitton aveva generato un bestseller di straordinario successo, "Dio e la scienza": i nuovi traguardi della cosmologia e della genetica, concludevano gli autori, non smentiscono le Sacre Scritture. Anche per John Polkinghorne, fisico di Cambridge e pastore anglicano, le teorie del caos e i paradossi della meccanica quantistica sono altrettante conferme della presenza di Dio. E nel suo ultimo libro Antonino Zichichi spiega perché crede in "colui che ha fatto il mondo". La stessa enciclica "Fides et ratio" di Giovanni Paolo II - il Papa che ha riabilitato Galilei e Darwin, - è tutta tesa a dimostrare che non può e non deve esserci contraddizione tra verità sperimentale e verità rivelata. Allègre non è esattamente un uomo di fede, e il suo libro fin dal titolo si propone come controcanto "laico" a quello di Guitton. Il rapporto tra scienza e religione, secondo lui, è sempre stato e continua a essere una "liaison dangereuse". Pericolosa soprattutto per gli scienziati. Nel Medioevo fu proprio la Chiesa a fare da madrina alle prime università, e la Bibbia era il principale oggetto di studio. Ma dopo avere attratto la scienza nel proprio territorio, il Cristianesimo ha cercato di controllarla e di orientarla, e non riuscendoci l'ha perseguitata. Alla radice di questo conflitto, secondo Allègre, c'è "un'opposizione di poteri più che di saperi". Se nel '400 e '500 i re cattolici finanziavano generosamente i grandi navigatori e incoraggiavano la ricerca, nel '600 il clima cambia bruscamente: la condanna di Galileo è un messaggio di "volontà di potenza indirizzato al mondo da un papato che vacilla" di fronte all'avanzata della scienza. Invece il protestantesimo e la Chiesa d'Inghilterra mostrano maggiore apertura, accogliendo senza troppe resistenze l'eliocentrismo e le idee di Newton. Ma va anche detto che molti grandi scienziati, da Copernico a Mendel, furono chierici, e che gli astronomi della Compagnia di Gesù umiliarono Galilei nello studio delle comete. E oggi, paradossalmente, sono certe sette protestanti americane a capeggiare le crociate contro Darwin in nome del creazionismo e a tentare di imporre un insegnamento "biblicamente corretto" della geologia e della biologia nelle scuole. Senza contare che l'oscurantismo alligna anche presso altri culti. L'Islam, che in passato aveva nutrito geni come Avicenna e Averroé, sprigiona forze integraliste che vedono nell'insegnamento delle scienze un attentato al Corano. E perfino il Buddhismo tibetano nega che la realtà ultima possa formare oggetto di ragionamento o di conoscenza dimostrabile. Se ieri studiosi come Frijof Capra cercavano di conciliare la fisica delle particelle con il Tao e il misticismo orientale, oggi il dialogo è rivolto più che altro alle fedi monoteistiche, e in particolare al cristianesimo. Dopotutto, l'ipotesi del Big Bang sancisce la superiorità della cosmogonia giudaico-cristiana, e le scoperte dei genetisti, che riconducono le origini della specie a una sola regione, sembrano corroborare il mito dell'Eden e di Adamo ed Eva. Le cose si complicano quando entrano in gioco le scienze applicate. Soprattutto nel delicatissimo settore della medicina e della biologia. Agli inizi dell'800, - ricorda Allègre - la Chiesa si oppose alla vaccinazione antivaiolosa, in forza del principio che "Dio risparmia chi vuole". E l'epidemia di colera del 1832 a Roma fu presentata come un castigo divino per la rivoluzione di due anni prima. Per non parlare dell'ostetricia: nello stesso periodo monsignor Bouvier, vescovo di Mans, in caso di parti difficili raccomandava di sacrificare la madre, aprendola con un rasoio (soluzione peraltro caldeggiata, a suo tempo, dagli stessi giacobini, ma su questo l'autore preferisce sorvolare). Oggi, poi, che le conquiste dell'ingegneria genetica insidiano la sacralità dell'uomo e dell'embrione, la sensibilità cattolica torna a ribellarsi. Sulla procreazione assistita, dice Allègre, la Chiesa "dovrà ammorbidire la propria posizione". Ma bisogna comprendere la sua difficoltà a mettersi al passo con l'evoluzione sociale. Il muro-contro-muro non serve, occorre aprire un dialogo tra teologi e scienziati, e per questo entrambe le parti devono dare prova di elasticità mentale. I biologi sono uomini consapevoli delle loro responsabilità, sono stati i primi a darsi un codice di autodisciplina, e così hanno fatto i medici in materia di fecondazione in vitro (almeno in Francia). Tuttavia, per costruire la nuova "etica del vivente", la scienza non basta. Le regole devono essere il frutto di un dibattito sociale molto allargato. "Se prendere decisioni ignorando i dati scientifici è irresponsabile oltre che stupido, prendere decisioni etiche in nome della sola scienza finirebbe per trasformare gli scienziati in sacerdoti, in profeti, cosa che non deve mai succedere". Ma se è vero che ci vuole elasticità, in Italia chi deve fare il primo passo?
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